Mi chiamo Gabriella, ho cinquantacinque anni, la schiena che mi fa dannare, due figli adulti e una vecchia Fiat Punto, acquistata a rate apposta per lavorare come tassista.
Ho sempre fatto la ragioniera in una fabbrica di modena. Poi, come spesso accade, la fabbrica ha chiuso, lufficio amministrativo è stato tagliato, e mi hanno gentilmente invitata a prendermi una pausa. Una pausa dallo stipendio, dai contributi e dalla sensazione di servire a qualcosa.
La pensione di invalidità? Ottocento euro. Tra bollette, medicine e cibo, il conto è presto fatto. Posso scegliere: vivere o curarmi. Ai miei figli non ho detto niente. Loro sono certi che io me la cavi benone.
Mio figlio Matteo, trentadue anni, informatico, vive in un bilocale in affitto a Bologna; sempre preso con le release e le sprint. Mia figlia Chiara, ventisette, lavora in un salone di bellezza, divide uno studio a Parma con un’amica e ha perennemente la carta di credito piena di spese tra unghie e iPhone.
Quando mi hanno licenziata, ho vagato senza meta per una settimana, come in una nebbia. Poi mi è capitato sotto gli occhi un annuncio: Cerchiamo autisti partner per taxi, orario flessibile, guadagno garantito. Allora ho pensato: perché no? Guida ne ho da trentanni, patente a posto, non bevo, e una macchina su cui contare cè.
Ho acceso un finanziamento e mi sono messa in pista.
Mamma, ma dai davvero vuoi portare in giro la gente? sbuffava Chiara vedendo la lucina gialla sul tetto della Punto. Non hai paura di trovarci sopra dei tizi ubriachi?
Mamma, non ti vergogni? commentava Matteo, stortando il naso. Ti servono soldi? Se vuoi ti giro qualcosa ogni tanto. Non molto, però
Non mi serve che mi giriate qualcosa ho risposto guardandoli negli occhi. Voglio guadagnarmeli da sola.
Si sono scambiati lo sguardo di chi vede un genitore ormai strano, un po fuori tempo: Tanto cosa vuoi farci.
Di notte la città cambia pelle. Di giorno sono la ragioniera con la schiena rotta, di notte sono solo una sconosciuta al volante, spettatrice di vite altrui.
Guido piano, non metto musica, non parlo se non viene chiesto. La gente da sola comincia a raccontare: litigate urlate in viva voce, sussurri sto arrivando, lacrime alla finestra.
Una volta, verso novembre e quasi mezzanotte, ho ricevuto una chiamata da un centro commerciale. Ragazza, destinazione: periferia, venti minuti sulla tangenziale.
Arrivo e una ragazza alta, magra, intabarrata in un piumino con il cappuccio tirato su, sale di corsa. Il viso coperto, solo il naso rosso dal freddo.
Buonasera provo a dire.
Può andare veloce, per favore? mi interrompe, senza alzare lo sguardo. La voce roca, da chi ha pianto a lungo.
Pochi secondi e il suo telefono vibra. Sullo schermo: Mamma. Fa una smorfia e risponde lo stesso.
Pronto.
Allora, ci sei arrivata o no? gracchia dallaltra parte una voce femminile, esasperata.
Sì, sto tornando mamma io
Piangi ancora? la interrompe subito la madre. Quante volte te lo devo dire? Dovevi pensare a fare figli quando avevi letà! Eri tutta carriera, carriera. Ora così, con la pancia, chi ti vuole più
Mamma aspetto un bambino e il padre ha detto che questa cosa non fa per lui Posso venire da te?
Da me? la madre ride amaramente. Dovevi pensarci prima di farti quelle storie da studentessa. Anchio voglio vivere la mia età, mica posso farmi carico dei tuoi guai
Ho sentito le nocche scricchiolare stringendo il volante. Avrei voluto intervenire, ma sono rimasta zitta.
Mamma non ho nessun altro sussurra quasi la ragazza. Posso dormire alla fermata, passerò la notte lì.
Fai come vuoi taglia corto la madre Te lho sempre detto: gli uomini vanno e vengono, la madre resta sola. Ma tu hai scelto lui. Ora arrangiati. Cercami quando la smetti di fare la melodrammatica.
La chiamata cade. In macchina laria è immobile, solo il sibilo del riscaldamento.
Non ho resistito.
Ascolta ragazza dico piano. Perdonami se mi permetto, non sono nessuno, ma stanotte non dormirai certo alla fermata.
Lei sobbalza. Alza gli occhi, gonfi e con il mascara sciolto. E in quello sguardo riconosco Chiara. Quella Chiara di diciassette anni, quando il suo primo fidanzato la lasciò e io passai tutta la notte in cucina a ripeterle che il mondo non sarebbe finito.
Hai qualcuno da chiamare, oltre a lei? le chiedo dolcemente.
No, sospira. Sono venuta qui per studiare. Vivo in una stanza presa con altre, mi cacciano. Lui ha detto che non vuole impegni. Mamma senti anche tu.
Arriviamo al suo indirizzo. Un palazzone, luci gialle nellandrone, asfalto bagnato.
Mi fermo, ma non chiudo la corsa.
Senti, le dico, sorpresa da me stessa. Ora tu sali, prendi le tue cose e scendi. Ti aspetto qui.
Perché? mi guarda diffidente.
Perché ho una stanza vuota a casa. Matteo e Chiara ormai stanno per conto loro. Cè il letto, un armadio, un bollitore. Non voglio soldi, ma in cambio una sola condizione.
Quale?
Domattina farai una vera colazione. E comincerai a pensare a te stessa, non a chi ti tratta come uno zerbino.
Rimane a fissarmi, poi si copre il viso con le mani e scoppia in lacrimema questa volta per sollievo, non per disperazione.
La mattina dopo cucinavo frittelle su due padelle. La cucina profumava di caffè e pastella calda.
La ragazza si chiamava Marina, ventidue anni. Seduta al tavolo con la mia vecchia vestaglia di spugna, le sue cose ancora in una busta vicino alla porta. Si toccava il braccio come per paura di sciupare qualcosa di bello.
Davvero non ha paura di me? mi chiede piano. Che possa ingannarla, derubarla
Non sai di quante verità ascolto ogni notte in macchina? sorrido ironica. I bugiardi veri raramente piangono così.
Le ho dato una mano: trovata una ginecologa, spiegati i suoi diritti, viste insieme le pratiche per il bonus mamma e dei lavoretti saltuari. Marina era sveglia, terzo anno di economia, si sarebbe iscritta al corso serale dopo la maternità.
Dopo una settimana lho raccontato ai miei figli che affittavo una stanza.
Videochiamata: Matteo davanti ai monitor, Chiara già perfetta con le sopracciglia disegnate.
Mamma sei incredibile ride Chiara. Prendi in casa una perfetta sconosciuta e pure incinta? Tutto a posto?
Mamma, non va bene si irrigidisce Matteo. Guarda che può essere pericoloso. Hai firmato almeno qualcosa?
No, rispondo. Ma ho preso in casa una persona che nessuno voleva perché voleva nascere.
Si guardano.
Quindi siamo dei figli ingrati, eh? sbotta Chiara. Invece di chiederti se stavi male, tu vai a fare la Caritas con la prima che passa!
Chiara, tu una volta hai chiesto come sto io? le dico calma. Non come bancomat e taxi, ma come persona.
Finisce con una discussione secca e due settimane di silenzio.
Poi succede limprevisto.
Un sabato mattina, la porta si apre piano. Sulla soglia appaiono loro, i miei figli, con dei sacchetti, dei fiori e quellespressione strana di quando si decide di cambiare qualcosa.
Marina sta mettendo su il bollitore. Si irrigidisce:
Posso uscire se vi disturbo
Ma figurati! le dico io. Anzi, vi presento. Marina abita qui finché sistema le sue cose.
Chiara punta gli occhi sulla pancia, Matteo osserva lei.
Buongiorno, sussurra. Mamma, due parole?
Noi tre seduti in cucina.
Abbiamo riflettuto, comincia Matteo stropicciando il sacchetto. Forse ci siamo comportati come degli egoisti. Davvero non sapevamo che fosse così dura per te. Hai sempre fatto tutto da sola.
E poi ho sentito come parlavi con lei aggiunge Chiara, indicando Marina. Ti ho rubato il telefono, hai lasciato acceso il vivavoce. Le hai detto delle cose che a noi non hai mai detto: che sei orgogliosa solo perché resiste. Che non è sola. Mi sono chiesta se tu lavessi mai detto a me.
Resto in silenzio: non sapevo che avessero ascoltato.
Senti, sospira Chiara. Forse è ora che smettiamo di trattarti da tuttofare. Se il taxi ti piace, daccordo, almeno da ora paghiamo noi le bollette. E festeggiamo il tuo compleanno, per bene. E magari ti ascoltiamo e basta.
Matteo annuisce:
E domani passo a cambiarti le gomme invernali. E metto il navigatore nuovo. Sei una superdonna, ma guidare di notte qui è pericoloso.
Li guardo e capisco: non sono figli “da Mulino Bianco”, non è una favola. Dimenticheranno ancora, si arrabbieranno, discuteremo. Ma qualcosa si è mosso.
Tre mesi dopo Marina ha avuto una bambina. In ospedale, nella sezione chi viene a prendere la madre, il mio nome. Tremavo mentre la aiutavo a infilare la copertina, e vicino a me i miei figli.
Chiara portava lovetto auto, Matteo trascinava le borse.
Attenta con la testa! ordinava Chiara.
Ho letto tutto su internet, borbottava Matteo.
La sera eravamo tutte e due i miei due figli, Marina e quel fagottino in culla stipati in cucina. Caos, rumore e gioia.
Non esiste lieto fine da copione. Continuo a fare le notti col taxi, perché mi sento utile anche fuori dal ruolo di nonna. La schiena fa male. I miei figli spesso ricadono nelle vecchie abitudini. Si discute ancora, a volte ci si urla. Marina soffre perché sua figlia crescerà senza papà.
Ma la cosa più importante è cambiata: ora, se di notte sussurra al telefono mamma, sono stanca, cè sempre qualcuno che risponde. Qualche volta sono io. O Chiara. O Matteo, che ha imparato perfino a cambiare i pannolini.
Ho capito che, perché i figli ti vedano davvero come una persona, a volte devi prima tendere la mano a un figlio degli altri. Guardando da fuori, capiscono che il calore che regali agli sconosciuti poteva essere anche il loro, se solo avessero pensato a te prima.
Morale: spesso riduciamo i genitori a rumore di fondo taxi, cucina, pronto soccorso delle nostre urgenze dimenticando che hanno stanchezza, paura e sogni anche loro. A volte è più facile aiutare uno sconosciuto che chiedere aiuto ai propri figli. Ma dal momento che scegli di non tacere più e incominci a vivere, i figli hanno davanti finalmente loccasione di crescere e di vederti non solo come funzione, ma come una persona vera.
Mi chiedo spesso: ho fatto bene ad aprire la mia porta a quella ragazza, piuttosto che indossare lennesima maschera con i miei figli e far finta che tutto andasse bene? Non so se sia stata incoscienza o coraggio. Ma oggi in quella cucina nessuno è più solo. E questa è la lezione più importante che ho imparato.






