A scuola mi coinvolgevano sempre in mille gare e olimpiadi. Un giorno mi hanno scelto per l’Olimpiade di Chimica: l’ho presa come un riconoscimento delle mie capacità intellettuali.

A scuola mi tiravano sempre per qualche concorso. Una volta mi portarono persino alla gara di chimica. Allepoca interpretai tutto come un tributo alle mie capacità intellettuali.
Quando lo seppe, mia madre chimica, che portava un antico cognome nobiliare prima di sposare papà si comportò come una casalinga milanese. Di solito ride come una dama uscita da un romanzo di Moravia. Quella volta, però, rovesciò il tè e scoppiò a ridere sguaiatamente.
Fu la prima e ultima volta che vidi mia madre ridere a quel modo. Poi mi mandarono alla gara distrettuale di fisica. Poi ancora, e ancora. E lì cominciai a intuire che la direzione della scuola mi sbolognava regolarmente alle olimpiadi per lasciare gli altri a studiare tranquilli.
Alla gara di biologia non andai solo. Mi affibbiarono come compagno Tullio Crivelli. Anche lui di biologia sapeva distinguere un cervo da una tartaruga a cento passi. Quando la professoressa di scienze seppe chi avrebbe rappresentato la scuola, minacciò lo sciopero della fame. Ma almeno per un giorno non li avremo tra i piedi, la convinsero (pare) preside e vicepreside.
Così io e Tullio fummo piantati in unaula immensa insieme a sessanta concorrenti sconosciuti. Ci passarono un foglio gigante ciascuno.
Mentre cercavamo la parte anteriore del banco, dietro il podio una donna pronunciava un discorso ispirato. Aveva una spilla di vetro grande quanto unarancia appesa al petto. Il discorso era coerente: non siamo qui per caso, davanti a noi cè una vita importante, quindi chi copia ora, scaricherà casse al porto poi. Che anche quello, in fondo, è dignitoso.
Mi guardai intorno e toccai la spalla della ragazza seduta accanto a me. Lei arrossì, abbassando le ciglia lunghe dipinte. A quel punto tutti cominciarono a scrivere come forsennati. La cosa turbò moltissimo Tullio:
Mi sono perso che dobbiamo fare? Cosa bisogna fare?
Neanche in quel momento sospettava che avremmo dovuto davvero scrivere. Credeva ci avessero portati lì solo per offrirci dellaranciata. Studiando il foglio capii che nei riquadri bianchi mancavano le risposte. Spiegai tutto a Tullio, che quasi protestò. La donna con la spilla mi invitò alla calma.
Ma dove sono le risposte? chiese Tullio a me.
E la donna si informò, con finta leggerezza, di quale scuola venivamo, noi due prodigi della scienza. Con lesperienza di chi è cresciuto tra commissariati e codici, risposi: Siamo del centosettantadue e lei annotò meticolosamente il dato sia sul mio foglio sia su quello di Tullio.
Ma non veniamo dalla centosettantacinque? obiettò Tullio.
Taci, sciocco, gli sibilai.
Tullio mi diede un calcio, ma colpì la sedia della ragazza seduta davanti. Lei ruotò la testa come un barbagianni, capì che non eravamo commestibili e chiese, con calma, di lasciarla in pace. Le sue lentiggini mi colpirono.
Che vuoi? sbottò Tullio. Siedi e non disturbare.
A quel punto la donna con la spilla riprese la ragazza, che scoppiò in lacrime. Per consolarla, la donna le consigliò dolcemente di affidarsi solo alle sue forze. E, a sorpresa, la ragazza si asciugò le lacrime, e davvero tutto le riuscì meglio.
Mi trovai in grossa difficoltà: non si può pensare alla vita di Carl Linné e lanciare sguardi alle ciglia di una ragazza contemporaneamente. O Linné, o le ciglia. Se provavo a unire le due immagini, nella mente compariva Carl Linné coi mascara. Orrendo. Qualunque cosa fosse stato il vero Linné, era uno spettacolo inquietante.
Quanti tipi di pesci vivono nellArno? buttò lì Tullio.
Novecentododici, risposi.
Sicuro?
Sono cose serie.
Sulla domanda di Linné scrissi una risposta che sarebbe potuta finire nella biografia di Gianni Rodari, perfetta se lo controllavano senza troppa severità.
Vuoi venire al cinema?, scrissi su un foglietto che arrotolai e lanciai alla ragazza con le ciglia colorate. La risposta arrivò dopo un minuto: Esco già con qualcuno, scritte bene, lettere rotonde. Ancora oggi non capisco questa incapacità femminile di dire subito sì. Mannaggia. Non avevo nessuna intenzione di distruggere nulla. Proponevo solo unaltra amicizia. Avevo già due amiche in comune, con cui andavo daccordo, e i loro fidanzati dormivano sonni tranquilli. Solo mio padre si lamentava, contando gli euro che mi dava ogni tanto.
Lui è meglio di me?, domandai di nuovo via foglietto. Sì, arrivò netta la risposta. Allora perché non è anche lui alla gara?. La ragazza ci pensò. Capivo il suo dilemma.
Non confondi lArno con il Mediterraneo? sussurrò la donna, passando vicino a Tullio per la terza volta. Cercava bigliettini e appunti nascosti. Ma per avere appunti, dovresti conoscere almeno vagamente la materia. Con Tullio, nessun rischio.
Lui aveva la tipica aria di bimbo aggressivo che avrebbe bisogno del dottore, solo che la donna non lo sapeva.
Quale mare che vuole? mi punzecchiava, impedendomi di stabilire legami dubbi. Qui non cè una domanda su mari
Chi è chi con Gassman? buttai su un foglietto. No!, e accanto cera un faccino che rideva, con le treccine e le orecchie. Male ha fatto: le orecchie mi colpirono più delle ciglia. Gli emoticon di oggi quella sensazione non la danno più. Ero quasi perso, ma Tullio mi riportò con una domanda.
Senti, a livello scientifico, la conformazione delle proteine nei capelli, la cheratina quella è la risposta? Si chiama così? Da noi gli scoiattoli hanno il pelo rosso, giusto?
Confermai.
Dinverno è grigio però.
Tullio annotò: Rosso. In inverno, grigio. Si adattava a ogni logica.
La ragazza lentigginosa si girò e sussurrò: Alfa-elica.
Dove? domandai guardando intorno.
La struttura, è unalfa-elica, spiegò lei, scostandosi.
Osservai le sue orecchie. Anche quelle attiravano. Scrissi in fretta la risposta e strappai un pezzo di carta: Andiamo al cinema?. Qualcosa doveva funzionare, prima o poi
Andiamo, mi piombò sulla cattedra.
Dopo un attimo: Va bene, andiamo, mi spalancò a destra.
Mi bloccai: due ragazze contemporaneamente, che chiedono relazioni serie, è un nodo esistenziale. E pensare di rispondere alla domanda Come si chiama il cucciolo del rinoceronte? Difficile restare seri. Rinoceretto? Rinocermino? Vitellino? Rinotullio? Da un lato le ciglia, davanti le lentiggini. Non cerano speranze. Alla fine scrissi: Il cucciolo del rinoceronte.
Con la ragazza lentigginosa durò fino allinverno, fino a quando allo scoiattolo cambiò il pelo. Quella delle ciglia non si fece vedere al cinema. Che donne complicate.
Intanto arrivai secondo alla gara di biologia e ebbi il diploma dopo due mesi. Si erano quasi arresi a trovarmi. Alla centosettantaduesima scuola trovarono solo un alunno con il mio cognome, ma stava in prima elementare, e alla domanda della preside Come si è ritrovato alla gara? scoppiò a piangere giurando che non lavrebbe più rifatto. Alla fine mi trovarono.
E fui lunico tra tutti i convocati che sapeva come chiamare il cucciolo del rinoceronte. Gli scienziati ancora ora stanno decidendo. Così entrai nel bizzarro mondo degli studiosi, e per un po ne fui parte. Poi mi rovinai, e uscii come vedi.

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