Adam, non voglio farti del male né ferirti, caro: una storia di famiglia, incontri difficili e un nu…

Matteo, non voglio farti del male né ferirti, caro.

Mi chiamo Matteo, e quella sera ero seduto sul davanzale della finestra, guardando giù per le strade di Firenze illuminate dal tramonto. Aspettavo mio padre che tornava dal lavoro e intanto pensavo. Erano passati due anni da quando mia madre era andata via. Si è rifatta una vita, mi disse una sera papà, con la voce piena di tristezza. Perché aveva lasciato proprio me? Chissà. Non riuscivo a capirlo. Piano piano, ho iniziato a dimenticare il suo volto.

Papà ha fatto sempre tutto il possibile per me. Avevo già dieci anni e cominciavo a capire tante cose. Non cera più nulla da nascondermi. Solo che dentro, mi sentivo perso. Ho imparato a lavare i piatti, a mettere in ordine la mia stanza. Non giocavo quasi più con i giocattoli.

Mi sentivo già quasi un adulto. E in mezzo a tutto questo, la solitudine cresceva. Sognavo da tempo di avere un cane, un compagno fedele. Ma papà mi ha negato quella gioia.
Chi si prenderebbe cura di lui, Matteo? Io lavoro sempre, tu vai a scuola e sei ancora troppo piccolo, mi disse.

Alla fine, papà non ha portato a casa un cane, ma una donna. Si chiamava Lucia. Ha iniziato a vivere con noi, e io facevo di tutto per non rivolgerle la parola. La sentivo come unestranea. Per me non aveva senso, ma papà la chiamava mia moglie; voleva che avessi anchio di nuovo una mamma.

Non ne ho bisogno! ho detto seccamente. E così abbiamo continuato a vivere. Ogni giorno vedevo papà felice con Lucia: gentili luno con laltra, ridevano insieme, si abbracciavano spesso. E io ero sempre più arrabbiato, sentendo dentro una ferita viva.

Papà, vorrei che andasse via.
Matteo, invece io vorrei che restasse. È davvero difficile vivere senza una donna accanto, senza una moglie e una madre.

Con larrivo della primavera, le giornate si facevano calde e trascorrevo i pomeriggi a giocare a calcio nel cortile con i nuovi amici. Un giorno mi dissero che, secondo loro, papà e la nuova moglie volevano mandarmi in collegio.

Mi venne un gelo dentro. Perché non avrebbero dovuto abbandonarmi? Forse volevano un bambino tutto loro e io davo solo fastidio. Così mi promisi di prepararmi a quella possibilità.

Un giorno, mi arrivò allorecchio una frase lasciata a metà: Sarebbe meglio per lui, forse dovremmo spedirlo lì.

Fu la fine. Quella notte non chiusi occhio. La mattina dopo decisi che dovevo liberarmi di Lucia. Lei peggiorava tutto. Iniziai a farle piccoli dispetti: salavo il tè, lasciavo acceso il fornello sotto una padella vuota. Mi comportavo male. Lucia capì subito che ero io. Così mi chiamò in cucina per parlare.

Dobbiamo parlare, Matteo. Sei arrabbiato.
Non sono arrabbiato con nessuno, provai a svicolare tra le sue parole.
Matteo, non voglio farti del male né ferirti, caro

Avevo affittato una casetta al lago per lestate. Volevamo farti una sorpresa, ma forse è il momento di essere sinceri. Tuo padre ha trovato un cucciolo: oggi andiamo a prenderlo. Se vuoi, vieni con noi.
Non stai scherzando? chiesi io, incredulo ma pieno di speranza. Poi la abbracciai forte, come mai avevo fatto.

Lucia trattenne a fatica le lacrime: Dai, dovresti essere felice. Tutto andrà bene, non serve piangere. E mi accarezzò i capelli con dolcezza.

Quando papà tornò a casa dal lavoro, andammo tutti insieme a prendere il cagnolino. Dentro di me la rabbia si era già trasformata in affetto e finalmente riuscivo a vedere Lucia con occhi diversi. Da quel giorno abbiamo fatto pace. Il cucciolo si addormentò nelle mie braccia. Eravamo finalmente felici, tutti quanti.

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