Lanniversario dimenticato
Lucia sistemava la tovaglia di lino bianca sul tavolo della cucina, le sue dita tremavano per la stanchezza e lattesa. Quel giorno era il loro venticinquesimo anniversario di matrimonio, le nozze dargento, e aveva passato la mattina a preparare la cena. Sul fornello cuoceva lentamente unanatra con mele e miele, nel forno sfrigolavano patate al rosmarino, e sul tagliere brillavano i chicchi di melagrana per linsalata Vittorio adorava quel sapore aspro. La cucina profumava di spezie, di vaniglia della torta di pere e di un leggero aroma di cera dalle tre candele nei portacandele di bronzo. Sul tavolo cera una bottiglia di vino rosso, lo stesso “Brunello” che avevano bevuto al matrimonio Lucia laveva ordinata appositamente dal negozio di vini. Indossava un vestito blu scuro con un colletto di pizzo, aveva sciolto i capelli che di solito legava in una crocchia e si era persino messa il rossetto, cosa che non faceva da anni.
Guardò lorologio a pendolo sopra il frigorifero: le 20:15. Vittorio aveva promesso di essere a casa per le sette. Lucia compose il suo numero, ma la segreteria rispose con tono freddo che lutente era irraggiungibile. Il cuore le si strinse, ma scacciò i cattivi pensieri mescolando la salsa al burro. “Sarà rimasto bloccato in fabbrica,” si disse, aggiustando il mazzo di rose nel vaso.
La porta sbatte ed entrò di corsa Giulia, la loro figlia ventitreenne, venuta per il weekend dalla città vicina dove lavorava come designer. I suoi ricci rossi erano scompigliati dal vento e teneva in mano una borsa di tela e un mazzo di crisantemi gialli.
“Mamma, sono qui!” gridò Giulia, togliendosi le scarpe e quasi facendo cadere la borsa. “Wow, che tavola! È lanniversario?”
Lucia sorrise, prendendo i fiori e annusandone il profumo intenso.
“Sì, venticinque anni. Papà aveva detto che sarebbe tornato per le sette, ma sembra sia impegnato.”
Giulia sbuffò, appendendo la giacca di pelle allattaccapanni.
“Be, è tipico di papà. Sempre in fabbrica. Vuoi che ti aiuti con qualcosa?”
“Metti il vino e i bicchieri,” disse Lucia, ma la voce le tremò. Guardò di nuovo lorologio: le 20:30. Lanatra si raffreddava, la salsa si addensava e le candele si consumavano, gocciolando cera sulla tovaglia.
Alle nove, Lucia era seduta al tavolo, tormentando un tovagliolo con le iniziali ricamate il suo regalo di nozze dalla zia defunta. Giulia, seduta di fronte, scorreva il telefono cercando di rompere il silenzio opprimente.
“Mamma, forse dovresti richiamarlo?” propose, bevendo un sorso di tè dalla tazza con il gattino.
Lucia scosse la testa, le labbra serrate.
“Non serve, Giulia. Si è dimenticato. Di nuovo.”
Giulia aggrottò le sopracciglia, mettendo giù il telefono.
“Non esagerare. Forse ha avuto da fare. Sai comè, è caporeparto, cè sempre il caos. Ieri mi ha chiamato, ha detto che un macchinario si è rotto.”
Lucia strinse il tovagliolo così forte che le nocche sbiancarono.
“Da fare? Giulia, è il nostro anniversario! Ho passato tutto il giorno ai fornelli, mi sono messa il vestito buono, e lui non ha nemmeno chiamato!”
La porta cigolò e Vittorio entrò in cucina. La sua giacca grigia era sgualcita, i capelli disordinati e aveva occhiaie profonde. In mano teneva una vecchia borsa, ma non cerano fiori né un sorriso.
“Ciao,” borbottò, posando la borsa vicino alla parete. “Che festa è oggi?”
Lucia si bloccò, gli occhi le si dilatarono come se lavesse colpita.
“Festa? Vittorio, oggi è il nostro anniversario. Il venticinquesimo!”
Vittorio rimase immobile, il volto pallido, la borsa quasi gli scivolò di mano.
“Dio, Lucia Io mi sono dimenticato. In fabbrica cera il caos, sono stato in piedi tutto il giorno. Il macchinario, poi i rapporti”
Lucia si alzò, la voce le tremava come una corda tesa.
“Dimenticato? Ho passato tutto il giorno a cucinare, ti ho aspettato, ho acceso le candele! E a te non importa nulla di me!”
Vittorio si tolse la giacca, gettandola su una sedia. Le sopracciglia aggrottate.
“Non importa? Lucia, lavoro come un matto per mantenerci! E tu fai subito una scenata per una cena!”
Giulia tossì, cercando di intervenire.
“Ragazzi, basta litigare. Papà, siediti, mangia. Mamma, non lha fatto apposta.”
Ma Lucia si rivolse alla figlia, gli occhi le brillarono.
“Non apposta? Giulia, è sempre così! Io do tutto per la famiglia, e lui fa finta che non sia niente!”
Vittorio sbatté una mano sul tavolo, i bicchieri tintinnarono.
“Tutto? E io cosa faccio, niente? Sono in fabbrica dalle sei del mattino, Lucia! E tu sei sempre insoddisfatta, sempre pronta a criticare!”
La cena che doveva essere una festa si trasformò in un campo di battaglia, dove ogni piatto era una mina pronta a esplodere.
La mattina dopo iniziò con un silenzio pesante come la nebbia di novembre fuori dalla finestra. Lucia preparava il caffè senza guardare Vittorio. Lui era seduto a tavola, sfogliando il giornale locale, ma le dita gli tremavano nervosamente. Giulia, percependo la tensione, cercò di alleggerire latmosfera spalmando il burro sul toast.
“Mamma, lanatra ieri era fantastica,” disse, addentando un pezzo. “Possiamo finirla oggi? Faccio linsalata.”
Lucia borbottò, senza voltarsi dai fornelli.
“Mangia pure, se vuoi. Non ho fame.”
Vittorio posò il giornale, la voce stanca.
“Lucia, basta fare il muso. Ho sbagliato, mi sono dimenticato. Ma anche tu non scherzi subito allattacco.”
Lucia si voltò, il cucchiaio tintinnò contro la tazza.
“Allattacco? Vittorio, mi sono impegnata tutto il giorno! Mi sono vestita bene, ho comprato quel vino! E tu sei arrivato come se fosse una serata qualunque! Ti importa qualcosa della nostra famiglia?”
Vittorio si alzò, la voce più alta.
“Mi importa? Lavoro per voi da ventanni! E tu mi critichi sempre non parlo bene, non faccio bene niente! Non sono di ferro, Lucia!”
Giulia alzò le mani, i ricci che saltellavano.
“Basta! Siete peggio dei bambini. Mamma, papà è davvero stanco, si vede. Papà, la mamma ci è rimasta male, si è impegnata. Parlate, no?”
Ma Lucia scosse la testa, gli occhi lucidi.
“Parlare? Giulia, tu stai sempre dalla sua parte. E io? Io faccio tutto per voi cucino, pulisco, mi sacrifico! E in cambio niente!”
Giulia aggrottò le sopracciglia, la voce più dura.
“Mamma, non essere pesante. A volte esageri. Papà non è un robot, non può ricordarsi tutto. E non sto dalla sua parte,






