Ilaria Bianchi era lospite più invisibile al compleanno di Ginevra Rossi. Le due ragazze studiavano insieme al Liceo Artistico di Milano.
Ginevra, con un gesto ampio come una pennellata, invitò tutti quelli che potessero venire, ma molte compagne erano già dirette verso i paesi di campagna per il weekend. Ilaria, timida e silenziosa, decise di cogliere linvito.
Non usciva mai, e anche a lei erano appena compiati diciotto anni, proprio come a Ginevra. Tuttavia, non aveva intenzione di festeggiare il suo giorno speciale con gli amici
Non aveva amiche, e i genitori la convinsero a restare a casa, a condividere il pomeriggio in famiglia, al fianco della nonna e del nonno.
«Ecco che succede: un compleanno a cinque anni, a diciotto», pensò malinconica.
Ilaria amava la sua famiglia, ma non comprendeva quando sarebbe diventata finalmente adulta e autonoma. Quando, forse, qualche ragazzo avrebbe notato la sua dolcezza, la sua bellezza discreta, la sua tenerezza?
Sognava lamore, ma si vergognava di sé stessa. Non era luminosa come la compagna di classe di Ginevra, la brillante Silvana, e non aveva laudacia di vestire abiti sgargianti o provocanti, come spesso accadeva nei corridoi del collegio, dove i professori lanciavano sguardi severi.
Ilaria, invece, indossava solo i vestiti scelti dalla madre e le maglie lavorate a mano dalla nonna. Si irritava perché la nipote non li usava spesso. Non poteva uscire con quelle coperte antiquate, le teneva solo in casa, e soltanto dinverno.
Quel giorno a casa di Ginevra si radunarono ragazze e ragazzi del liceo: dodici ragazzi in totale. Quando il banchetto si concluse e iniziarono i balli, Ilaria uscì dallappartamento e si sedette su una panchina davanti al portone. Nessuno notò la sua partenza. La giovane si sentiva imbarazzata di fronte a sconosciuti maschi, ma in realtà nessuno la guardava; era questo a ferirla di più.
Guardò lorologio.
«Potrei anche andare, forse la mamma è preoccupata pensò ho promesso di tornare presto»
Allimprovviso dal portone uscì un giovane, non uno degli invitati. Si sedette sul bordo della panchina e osservò tristemente le finestre al secondo piano di Ginevra, da dove arrivava una musica allegra e risate.
«Sei venuto da lì? chiese improvvisamente, rivolgendosi a Ilaria. Lei annuì verso la finestra.
«E Ginevra? Sta ballando? Si diverte? ripeté, con occhi malinconici.
Quella volta Ilaria trovò il coraggio di chiedere:
«Cosa? Non lo senti? Sì, si divertono»
«Proprio così, è il suo compleanno rispose il ragazzo e io mi sono isolato, non ho festeggiato, solo un tè con una torta in famiglia, come a scuola materna»
Ilaria sollevò le sopracciglia, sorpresa.
«Anche io ho così. Sei suo amico? chiese, indicando di nuovo la finestra.
«Un po sì, un po no. Mi piacerebbe essere suo amico, ma non mi presta attenzione, nemmeno al compleanno. Siamo vicini di casa da tempo, lei vede come la tratto»
Il ragazzo tacque. Ilaria sospirò, poi improvvisamente disse:
«Non ti preoccupare. Anchio provo la stessa confusione. A nessuno importa, siamo invisibili, come se non esistessimo. Tutto ciò che facciamo passa inosservato»
«Ma dai cercò di confortarla il giovane hai ragione, esistono persone come noi, sfortunati»
«No, non sfortunati. Inesistenti, discreti, quasi impalpabili. Forse è un vantaggio, una sorta di libertà.»
«Davvero? rimase perplesso. Io mi chiamo Paolo Bianchi. E tu?»
«Ilaria.»
Rimasero ad ascoltare la musica, lanciandosi occhiate verso le finestre, sperando che Ginevra apparisse per invitare la coppia a ballare, ma nessuno li chiamò.
«È stato un piacere conoscerti disse Ilaria con cortesia ma devo tornare a casa, avevo promesso di non tardare»
«Lasciami accompagnarti fino alla fermata propose Paolo.
Camminarono nel parco, parlando, sorridendo timidamente. Paolo sentì la sua attenzione scaldare Ilaria, notando le guance rosse, le fossette, le lunghe ciglia che lei abbassava quando lui la guardava sorpreso. Iniziò a raccontare aneddoti divertenti della sua giovinezza, sperando di sentire il suo riso cristallino più a lungo.
Raggiunsero la fermata; Ilaria ringraziò, ma Paolo non voleva andarsene finché non fosse salita sul suo autobus. Ilaria per caso perse il primo autobus e ne prese il secondo.
Salì, agitando la mano a Paolo come se fossero vecchi amici. Paolo rimase ancora un po al capolinea, incapace di allontanarsi, rapito dagli occhi espressivi di quella ragazza.
Poi si voltò e tornò a casa, realizzando che voleva rivedere Ilaria, ma non aveva né il suo numero né il suo indirizzo. «Come è possibile?», pensò, imbarazzato.
La mattina seguente Paolo si precipitò da Ginevra, salì le scale e bussò al suo appartamento. Ginevra aprì, facendo una smorfia:
«Che ci fai di nuovo, Paolo? Non usciamo più, Ti ho già detto»
«Non è così balbettò Paolo volevo chiederti un favore. Ho bisogno del numero della tua compagna di corso. Ieri era qui. Devo consegnarle qualcosa»
«Chi? chiese Ginevra, incuriosita.
«Si chiama Ilaria.»
«Ilaria? Ma sì, Ilaria Ah, Ilarì Aspetta un attimo.»
Dopo qualche minuto Ginevra tornò con un foglio:
«Ecco, è su Romeo. Ilarì e quando è arrivata? sorrise, chiudendo la porta.
Paolo, con il foglio in mano come fosse un talismano, corse a casa. Passò lintera giornata a pensare a parole da dire, a tremare. Verso sera chiamò Ilaria.
La invitò a fare una passeggiata e le promise un gelato. Ilaria accettò con piacere, la sua voce al telefono era più morbida, più dolce, quasi un sussurro onirico.
Passeggiarono nel parco, mangiarono gelato e scoprirono molte cose luno dellaltro; i loro caratteri e interessi si rivelarono sorprendentemente affini.
«Adesso tocca a me invitarti disse Ilaria mentre si salutavano la prossima volta invece del parco, andremo al cinema. Ti va?»
Da quel momento Ilaria e Paolo non si separarono più. Andarono al cinema, ai musei, e un anno dopo iniziarono a viaggiare insieme, ormai considerati fidanzati.
Due anni dopo il loro incontro si sposarono. La mamma di Ilaria esclamò che era troppo presto per la figlia, mentre la nonna, al contrario, commentò:
«Bravo, Ilarì! Hai trovato la tua sorte e ti sei sposata. È una cosa seria. Non cè bisogno di cambiare pretendenti; con un ragazzo come Paolo, sei al sicuro. Sarà un marito buono, ti curerà come una bambina. Cosaltro serve?»
Le compagne di corso scherzavano: «Ecco la timida che si è sposata per prima. E il ragazzo è felice, quasi brilla».
Entrambi raggiante, Ilaria e Paolo trovarono luno nellaltro comprensione, cura e lamore sognato.
Anni dopo, con un sorriso, ricordavano la panchina davanti al portone che aveva unito le loro vite per sempre, come un frammento di sogno che non svaniva.






