-Chi credi di essere?

Chi è? chiese la nonna Maria Ferrara, mentre lei e Niccolò uscivano sul portico a scrutare larrivo. Sono io, la sua nipote, più precisamente la sua pronipote. Sono la figlia di Alessio, il figlio più anziano di Maria Ferrara.

Maria Ferrara sedeva su una panchina bagnata di sole, gustando i primi giorni tiepidi di primavera. Finalmente linverno si era ritirato, e solo un Dio sapesse come la vecchia avesse sopportato quella lunga stagione di gelo.

«Non ce la farò più con un altro inverno!», pensò, lasciando uscire un sospiro di sollievo. Non temeva più di camminare; anzi, attendeva quel passo. Aveva messo da parte i fagioli, comprato i vestiti, e nulla più la trattava da prigioniera di quel mondo.

***

Un tempo la sua famiglia era numerosa: il marito, Federico Giovanni, alto e robusto, e quattro figli tre ragazzi e una bambina. Vivevano in armonia, si aiutavano, litigavano di rado. Uno dopo laltro i figli crebbero e si disperdero verso città diverse.

I due primogeniti entrarono alluniversità, poi si spostarono a Milano, Torino e Napoli per lavoro. Il figlio di mezzo, da studente poco diligente, si dedicò a unattività commerciale di successo che lo portò allestero, dove rimase. La figlia, Ginevra, non rimase neanche lei nel villaggio di San Pietro; volò verso la capitale, Roma, e poco dopo si sposò.

Allinizio i figli facevano visita spesso. Scrivevano lettere, poi, con lavvento del cellulare, chiamavano. Le pronipoti, una dopo laltra, arrivavano a far visita, e Maria Ferrara raccoglieva la sua vecchia valigia logora per andare a fare la babysitter da qualche nipote.

Col tempo i nipoti crebbero e la cura della nonna divenne superflua. Le chiamate si fecero più rare, i ricordi di una visita casalinga svanirono: tutti avevano lavoro, una famiglia, i propri figli che crescevano.

Lunico motivo per tornare alla casa di famiglia fu la notizia della scomparsa del padre di Federico, un uomo che sembrava destinato a vivere fino a centanni. Ma la realtà fu diversa. Dopo aver accompagnato il padre al suo ultimo cammino, i figli si disperdero di nuovo. Allinizio chiamarono la madre, poi i numeri si spensero.

Maria provò a chiamare da sola, ma sentì subito che i figli non ascoltavano più, e si ritirò. Così trascorse gli ultimi dieci anni: ogni anno qualche figlio ricordava di lei, telefonava, e lei sorrideva a se stessa per una settimana intera.

Un giorno, mentre era ancora sulla panchina, sentì una voce allegramente:

Buongiorno, zia Maria! esclamò un giovane dietro il recinto, sorridendo.Non mi riconosce?

Maria socchiuse gli occhi:

Niccolò! Che ci fai qui?

Sì, zia Maria! rispose il ragazzo, entrare nel cortile.

Niccolò era figlio dei vicini, una famiglia che non poteva passare un giorno senza una tavola imbandita. Maria lo ricordava come il bambino sempre affamato, a cui dava del cibo, vestiti rimasti dei figli e un letto quando i genitori organizzavano una nuova festa.

I genitori di Niccolò morirono presto; lo portarono via, e da allora Maria non lo vide più, ma il ricordo le pesò come unombra.

Dove sei stato tutto questo tempo, Niccolò? domandò la nonna con gioia.

Allasilo, poi al servizio militare, poi a studiare. Ora sono tornato nella piccola terra natìa, pronto a far rinascere il nostro villaggio!

Che cosa cè da far rinascere? sbatté la mano Maria.Tutti se ne sono andati.

Niente! Non sparirò!

E così iniziò una nuova vita per Maria. Niccolò trovò lavoro con il signor Giovanni, il più grande agricoltore del borgo. Nel tempo libero riparava la sua vecchia casetta ereditata dai genitori, e non dimenticava mai Maria: laiutava nei lavori di fattoria, la faceva ridere, quasi come se fosse un figlio. Trascorsero tre anni così.

Devo partire, zia Maria, dette un giorno Niccolò, quasi chiedendo scusa,Giovanni è diventato troppo esigente, vuole che lavoriamo senza pagare. Devo andare a cercare lavoro altrove. Non risentirti!

Vai con Dio, Niccolò! rispose Maria, sorridendo.

E nuovamente la nonna rimase sola. Talvolta la solitudine le faceva venire voglia di piangere, ma il tempo, come dicono, non si ferma mai.

***

Buongiorno, zia Maria! la voce echeggiò di nuovo. Maria girò lo sguardo verso il recinto e vide un volto familiare.

Niccolò! esclamò.

Sono io, zia Maria! entrò un giovane alto, ben vestito, nel cortile.Sono tornato!

Oh, che gioia! balbettò Maria.Entra, entra, Niccolò! Metto subito il tegame!

Il tegame è unottima idea! rise Niccolò.Sto solo tornando a casa, non sapevo di trovarti così, non ho portato ospitalità!

Mezzora dopo, felici, si sedevano a tavola con tazze di porcellana antica a sorseggiare tè, incapaci di smettere di parlare.

Sono pronta a passare al di là, Niccolò, singhiozzò Maria.

Non dirlo! la prese in giro il giovane, battendo le mani.Sono qui, e vivremo insieme, zia, una vita invidiata da tutti! Ho guadagnato molti euro, avvierò la mia azienda, e tu non andrai più via!

Una voce femminile, dolce e squillante, interruppe il loro dialogo. Maria guardò fuori dalla finestra e vide una giovane donna in un cappotto corto e scarpe con tacchi alti.

Cè qualcuno in casa? chiese.

Sono a cercare Maria Ferrara! rispose la giovane, sorridendo.Sono la nipote, pronipote di Alessio, il figlio più grande. Il telefono era spento, così ho deciso di venire a piedi, per caso.

Entra pure! invitò Maria, un po confusa, mentre Niccolò afferrava la valigia della ragazza.

La giovane, Vira, si sedette e iniziò a raccontare.

Non amo la città, voglio vivere in campagna! I miei genitori non capiscono. Il nonno Alessio mi ha proposto di stare qui per qualche mese. Dice che se rimango in paese, il desiderio di tornare svanirà. Ho provato a chiamare, hai tuo padre, tuo nonno ma non rispondevano. Ho portato dei soldi, i genitori mi hanno mandato ospitalità! Studio a distanza, e poi torno!

Stai finché vuoi! concluse Maria, sorridendo.A me basta la gioia!

Passò un mese. Maria osservava Vira che coltivava il campo con maestria, quasi fossero i giardini di una città. Con laiuto di Niccolò, Vira ridiede vita al orto trascurato, lo suddivise in aiuole, montò una serra, comprò le piantine dai vicini e iniziò a piantare con entusiasmo.

Niccolò, con i soldi guadagnati, iniziò a costruire una fattoria moderna, assunse operai per riparare il tetto di Maria e installò un riscaldamento autonomo.

Il viso di Maria non smetteva di sorridere; non era più sola. Solo occasionalmente unombra di malinconia le attraversava il volto, quando pensava che Vira, presto, sarebbe partita per la città.

Come farò io, Vira, a gestire il giardino da sola? sospirò Maria, impacchettando dei pasticcini per la nipote in viaggio.

Non dimenticare di riempire il secchio dacqua, zia! rispose Vira, ridendo.Niccolò innaffierà! E io tornerò a spazzolare!

Tornerai? esclamò Maria.

Certo! Non potrò mai andarmene del tutto! Ti voglio bene, nonna, con tutto il cuore. E Niccolò mi ha chiesto: autunno, matrimonio! Dove senza marito? Lui è un contadino, è la sua vita!

Un anno dopo, Maria si godéva il sole cullando la culla del pronipote addormentato. Vira e Niccolò erano ormai gestori della fattoria, e insieme fecero prosperare il villaggio intero.

Maria guardò il pronipote che dormiva sereno e pensò:

Non mi andrò ancora al di là! Devo continuare ad aiutare i miei figli!

(Like e commenti sono graditi.)Mentre il sole dipingeva di oro le colline, il villaggio si riunì nella piazza centrale per la prima festa primaverile dopo dieci anni. Le tende colorate ondeggiavano al vento, i bambini correvano tra i banchi di frutta appena colta, e le risate dei più anziani si mescolavano al canto di una vecchia fisarmonica.

Maria, seduta su una sedia di legno intagliata da suo stesso amico Niccolò, osservava la scena con occhi scintillanti. Accanto a lei, Vira stringeva tra le braccia il piccolo, il suo pronipote, già avvolto in una coperta ricamata dal nonno. Il bambino, ignaro di tutta la storia, sbatteva le manine al ritmo della musica, mentre la nonna lo accarezzava dolcemente.

Allimprovviso, una voce roca ma gioiosa risuonò dal fondo della piazza:

È il momento! esclamò il signor Giovanni, il più grande agricoltore, alzando la mano.

Le sue parole non erano un ordine, ma un invito a condividere. Il vecchio signore portò in scena un grande tavolo di legno, su cui furono disposte le prime bottiglie di vino prodotto dalla nuova cantina del villaggio, i pani appena sfornati da Vira e le marmellate di frutti di bosco di Niccolè.

Gli abitanti, uno dopo laltro, portarono offerte: un mazzo di rose selvatiche, un cesto di uova, un ricordo di un tempo che sembrava distante ma che ora riviveva. Maria, col cuore colmo, prese il microfono di legno e, con voce tremante ma sicura, raccontò la storia della sua famiglia, dei figli che erano partiti, dei ritorni inattesi e della forza di un amore che non conosceva confini.

Questa terra è la nostra casa, disse, e la nostra casa non è fatta solo di pietre e campi, ma di ricordi, di mani che si intrecciano e di cuori che non smettono mai di battere insieme.

Il silenzio calò per un attimo, poi esplose in un applauso che sembrava voler durare per leternità. Niccolò, con gli occhi lucidi, si avvicinò a Maria e la prese per mano.

Zia, sussurrò, il tuo desiderio è realizzato. Hai seminato speranza e ora raccogliamo i frutti.

Vira, accarezzando il capo del piccolo, aggiunse:

Il futuro è qui, con noi. E quando arriverà il momento in cui dovrai andare, lo faremo con il sorriso, perché il tuo amore rimarrà impresso in ogni fiore di questo orto.

Le parole si posero leggere sullaria, e Maria si sentì avvolta da un caldo abbraccio. Guardò gli occhi di chi amava, il sorriso dei bambini, le mani indurite ma gentili dei contadini. Capì, allora, che non cera più alcun oltre da temere il suo oltre era qui, nei volti sorridenti, nei campi rigogliosi, nel canto della vita che non smetteva mai di ripetersi.

Con un ultimo sguardo al pronipote addormentato, Maria alzò il bicchiere di vino e brindò:

Alla vita, alla famiglia, al villaggio che non smetterà mai di rinascere!

Il vetro tintinnò, il sole tramontò dietro le colline, e le stelle cominciarono a punteggiare il cielo. Nella quiete della notte, mentre la musica si spostava dolcemente verso una melodia più lenta, Maria chiuse gli occhi, sentì il battito del suo cuore fondersi con quello della terra e, per la prima volta dopo decenni, si addormentò senza alcuna paura di andare al di là.

Il villaggio continuò a fiorire, le generazioni future avrebbero raccontato la leggenda di una nonna che, con la sua tenacia e il suo amore, aveva trasformato la solitudine in una comunità vibrante. E così, sotto la luce lunare, il nome di Maria Ferrara rimase inciso non solo nei ricordi, ma nei cicli eterni della vita rurale, perpetuo come il canto degli uccelli al mattino.

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