Come ricominciare da capo: la guida italiana per un nuovo inizio

Come ricominciare da capo

Dove sei diretta tutta elegante a questora? chiese Giuliana Ferri, reprimendo a fatica un sospiro di irritazione. Con la coda dellocchio intercettò lorologio appeso sopra la porta: le lancette puntavano quasi le otto di sera. Hai visto lora?

Vittoria scrollò le spalle, sfiorando appena il sorriso mentre si rimirava per lennesima volta allo specchio. Le sue dita agili raccattarono una ciocca ribelle, la fissarono dietro lorecchio, poi la ragazza si voltò, finalmente, verso la madre. Unaltra conversazione difficile, certo, ma ormai ci aveva fatto il callo. Aveva affinato larte dellindifferenza.

Mamma, non ho più sedici anni, ribatté con calma e un sorriso che temeva potesse sembrare di scherno. Sono una donna adulta, non ho certo lobbligo di rendicontarti ogni mio spostamento. Almeno non più.

Sul volto di Giuliana Ferri si incise allistante una serie di micro-espressioni: fronte corrugata, labbra serrate in una linea tesa. Ma guarda questa ragazzina, che aria si dà!, pensò. Ma chi si crede di essere?

Adulta un corno! alzò la voce Giuliana, ormai vicina allesplosione. Vivi ancora sotto il mio tetto! Tanto per dirne una E il tuo bambino? A chi resterà, eh? Se pensi che io stia a inseguire quel terremoto ottenne di otto anni che nemmeno mi considera, sbagli di grosso!

Con ogni fibra della sua persona, Giuliana faceva capire quanto le andasse di traverso la situazione. La figlia che adesso si permetteva di rispondere Ma le era già scappata di casa una volta con la coda fra le gambe, pregando di essere riaccolta!

Voglio stare in pace a guardare il telegiornale, a sorseggiare il mio tè, non allargò le braccia con aria esasperata, come se stesse già rivedendo nella mente il caos che di lì a poco avrebbe invaso il salotto, nel caso si fosse dovuta occupare del nipote. Non corrergli dietro tra le stanze, non supplicarlo di fare i compiti, non ascoltare i suoi piagnistei! Hai idea di quanto sia stancante? Sempre la stessa storia: non mangia, si annoia, pensa che i compiti siano una tortura medievale. Tocca sempre a me sgombrare il campo?

Basta così! sbottò Vittoria, il volto che si tinse di decisione. Il sarcasmo lasciò il posto a una serietà irrevocabile, le labbra diventate una sottile linea ostinata. Matteo sta da Elena stanotte. E, detto tra noi, saresti proprio lultima della lista a cui chiederei di badare a mio figlio. Mi rifiuto che cresca guardando certi esempi. I bambini assorbono tutto come spugne, lo sai.

Giuliana Ferri si irrigidì, perplessa. Poi, con un tocco da attrice consumata, si portò una mano al petto, inclinò la testa allindietro con unespressione offesissima, tanto plateale da risultare quasi comica. Se non fosse stato per la tensione nellaria, Vittoria avrebbe anche potuto ridere.

Ah, dunque è così che mi parli! gemeva Giuliana, sforzandosi di far sembrare la sua voce quella di una donna trafitta dal più profondo dolore. Eppure ti ho accolto qui, dopo quel divorzio, con tuo figlio al seguito! Ti ho fatto spazio, ti ho dato una stanza Ho fatto tutto per te, e tu

Si fermò ad arte, aspettando di vedere se la figlia si scioglieva, se la colpiva il senso di colpa. Ma Vittoria rimaneva impassibile, ormai navigata con queste tattiche materne. Può anche aspettare!

Ti ricordo che un quarto di questa casa è anche mia, la interruppe senza mezze misure. Non sei lunica padrona qui dentro. Ho il diritto di vivere qui pure io, senza chiedere il tuo permesso.

Vittoria si gustò la faccia incredula della madre. Che cè, non se laspettava? Pensava davvero di averla ancora tra le mani come un burattino?

E a dirla tutta, neppure tu hai il diritto di ostacolarmi né di impedirmi di usare la casa, continuò Vittoria, e nella sua voce si percepiva una punta di soddisfazione: finalmente poteva tirare fuori tutto ciò che aveva tenuto dentro per anni. Nel chiudere la borsa quasi si spezzò una cerniera dalla rabbia. Le mani tremavano, ma lei fece un respiro profondo.

Tanto non staremo qui a lungo, aggiunse, fissando la madre negli occhi. Qualche settimana, massimo un mese. Porta pazienza e di noi non sentirai nemmeno più parlare.

Giuliana Ferri scoppiò a ridere, ma era quella risata tesa, un po cattivella che più che di ironia, era satura di acidità. Leco rimbalzò in corridoio, e Vittoria sobbalzò. Giuliana scosse la testa, si incrociò le braccia e fissò la figlia con uno sguardo tra il disprezzo e una sottile, velenosa soddisfazione.

E dove, scusa? ribatté lentamente, le parole lasciate cadere come sassi. Non hai niente! Non riesci neanche a chiedere un mutuo chi ti dà i contanti per la caparra? Nessuno, cara.

Fece una pausa, quasi per darle il tempo di digerire la situazione. Poi, con tono glaciale, aggiunse come se stesse inchiodando la bara:

Tuo marito la casa lha messa a nome della mamma, quindi dal divorzio tu non hai rimediato nulla. Tanto ingenua, da vergognarmi io per te! Ho sbagliato tutto come madre, a quanto pare.

Vittoria avvertì una fitta allo stomaco, ma si sforzò di non mostrare cedimenti. Strinse la maniglia della borsa fino a farsi sbiancare le nocche. Inspirò a fondo per frenare la voce tremante e riuscì a rispondere quasi pacatamente:

Non sono affari tuoi, disse con aria gentile, mentre negli occhi le saettava un lampo di stizza che però riuscì a soffocare. Non sono più la ragazza ingenua di una volta. Ciao, anzi, pensa a coccolare il nipote che è già via da due ore.

Quasi correndo, senza voltarsi, si diresse alla porta, i tacchi che riecheggiavano forte sul parquet: lintenzione era chiara, fuggire da quella casa che di ospitale aveva solo la facciata. E come da copione, la madre neppure la salutò.

Fuori laria era frizzante, ma Vittoria non ci fece nemmeno caso: la rabbia le ribolliva dentro, come un temporale che annebbia la vista e toglie il fiato. Camminava a caso, solo per mettere più distanza possibile fra sé e quel luogo, fra sé e quella donna che chiamava madre. Lumore era ai minimi: sembrava che una nuvola nerissima avesse spento i colori e la voglia di sorridere.

Ma perché proprio a me questa madre? si ripeteva nella mente, le dita chiuse in un pugno. Sapeva bene che qualcuno lavrebbe giudicata per simili pensieri, accusandola dingratitudine. Ma ormai non le importava più. Cresceva in lei la certezza: meglio nessuna madre, che una come Giuliana Ferri. Quella che invece di sostenerti ti bacchetta, che anziché darti una carezza ti lancia una frecciata e invece dellamore ti dosa solo freddezza e calcolo.

Uno che si imbatteva per la prima volta in Giuliana Ferri ne restava sempre favorevolmente colpito: sapeva come farsi benvolere, sembrava sempre sorridente, gentile, pronta ad ascoltare e a dare una mano: magari una dritta sul modulo giusto da compilare, prestare qualcosa, o anche solo ascoltare con empatia davanti a un caffè. In quartiere la stimavano: spesso aiutava chi era in difficoltà.

Ma chi la conosceva bene sapeva che dietro il volto accomodante si celava una donna ferrea, dura, maniaca del controllo. Esisteva un solo punto di vista: il suo. Per lei, il suo giudizio era quello corretto, sempre e comunque. Se le si faceva notare qualcosa, lo sguardo si faceva improvvisamente freddo e la voce diventava dacciaio.

Vittoria, da bambina, aveva sempre dovuto sottomettersi alle regole della madre: che vestiti indossare, quali corsi pomeridiani frequentare, con chi essere amica. Gli amici passavano una selezione da concorso pubblico.

Quella bambina non fa per te, decretava la madre appena scopriva lamicizia con qualche coetanea di famiglia non in regola. Compagnia poco raccomandabile.

E quel ragazzino là è troppo vivace aggiungeva quando Vittoria frequentava il vicino un po pestifero Quelli lì ti portano solo guai.

Al contrario, altre amicizie ricevevano il timbro dapprovazione:

Ecco, con lei sì che puoi uscire tranquilla. Sua madre lavora negli uffici del Comune, può sempre tornarti utile.

Quando arrivò il momento di scegliere una carriera, Giuliana Ferri non chiese nemmeno se la figlia avesse qualche sogno: fu stabilito dimperio. Medicina. Punto. Che la vista del sangue facesse svenire Vittoria era un vezzo, unesagerazione per evitare la fatica.

Ma che storie, replicava Giuliana scuotendo il capo, sei solo un po impressionabile! Vuoi scansare le responsabilità.

Vittoria tentò più volte di spiegare che la sua non era scena, che perdere i sensi davanti a una siringa non era normale. Ma per la madre ogni protesta era un capriccio da stroncare.

Così Vittoria si impose una soluzione estrema: uscire di casa. Aveva appena compiuto diciotto anni quando un conoscente le propose di sposarsi. Nessun tempo per ponderare, esaminare, scegliere: voleva solo scappare. Basta controllo, basta decisioni prese da altri, via da una vita che non sentiva sua.

Era consapevole che il matrimonio era una scelta impegnativa, ma le sembrava comunque lunica via per respirare un po di libertà. Purché se ne andasse da quella casa dove nulla era mai veramente suo.

Il matrimonio con Giorgio Giorgio lo sfigato, lavrebbe definito dopo non durò molto, e non fu certo un fulmine a ciel sereno. I primi mesi sembrava anche andare: emozionati, pieni di progetti, la gioia dellautonomia. Poi le cose cominciarono a scricchiolare: piccole liti per la spesa, per i piatti lasciati nel lavello, per i soldi spesi. Giorgio rincasava tardi, portando con sé linconfondibile fragranza del vino, diventando scontroso a ogni domanda. Vittoria provava a parlarne, ma la risposta era sempre la stessa:

Sei esagerata, sono solo stressato.

Con larrivo di Matteo, la situazione precipita. Notti insonni, pianti, stanchezza, discussioni sempre più feroci. A volte litigavano finché uno o laltro non perdeva la voce, altre si ignoravano per giorni.

La ciliegina sulla torta arrivò quando Vittoria scoprì che Giorgio la tradiva e senza neanche premurarsi di nasconderlo. Una sera lui le disse, con distacco imbarazzante:

Sai, ho conosciuto una. Niente di serio, ma se vuoi puoi anche andare.

Vittoria, con Matteo addormentato tra le braccia, non trovò parole. Avrebbe voluto urlare, ma invece portò il bambino a letto, muta.

Non aveva dove andare. Il padre era andato, di parenti solo quella madre arcigna, con cui il rapporto era quanto meno esplosivo. Amici pronti ad ospitarla con un bambino non ce nerano. Riaprì i rapporti con Giorgio, cercando di sopportare il meno peggio. Piangeva di notte, per non farsi sentire.

Prima ancora che nascesse Matteo, aveva lasciato luniversità. Era riuscita a frequentare solo sei mesi quando scoprì di essere incinta, ma conciliare biberon e manuali era proibitivo. Alla fine abbandonò del tutto lidea degli studi: cera solo da arrivare a fine mese.

Quando Matteo fu abbastanza grande per lasilo, Vittoria si convinse a reinvestire su di sé: scelse un corso per diventare contabile in un istituto tecnico. Certo, non era il sogno della vita, ma le avrebbe permesso di trovare lavoro e rendersi indipendente.

Studiava la sera, crollando sui libri. Ogni piccolo voto positivo alimentava un briciolo di speranza: forse ce lavrebbe fatta davvero a ricostruirsi una vita.

Quando, dopo anni, riuscì finalmente a trovare un lavoro stabile, una dignità economica e un minimo di autonomia, decise che era ora di chiedere il divorzio. Matteo ormai era alle elementari e sufficientemente autonomo. Restava solo il problema della casa.

Andare in affitto nella sua città era praticamente un suicidio economico: tra bollette, spese e cibo non restava mai abbastanza dalla paga. Così ricordò che, per legge, aveva diritto a un quarto della casa dei genitori. Era lunica soluzione gratuita.

Lidea di tornare a casa da sua madre era una montagna impossibile da scalare, ma non cera altro. Doveva farsi coraggio e accendere il telefono.

*****************************

Tu impazzirai lì dentro, la metteva in guardia Elena, mentre nervosamente rigirava il tovagliolo tra le dita. E pensa anche a Matteo! Tua madre è una peste, e con il carattere di tuo figlio lo schiaccerà! Lo sai che non lo sopporta, non lo lascia respirare. Farà di tutto per piegarlo, e lui no, si ribellerà.

Vittoria restava qualche istante a guardare fuori dalla finestra, dove i primi fiocchi di neve turbinavano come se volessero sussurrarle qualcosa. Sospirò, cercando di raccogliere un po’ di forza, poi si rivolse a Elena.

Sarà solo una questione di settimane, appena il tempo di sistemarsi, mormorò, facendo una smorfia. La sua voce suonava stanca ma determinata. Ti do ragione su tutto, Elena. Mia madre è quella che è, ma non ci sono alternative. E appena potrò, via, massimo ci sentiremo per Natale e telefonate di cortesia.

Elena la fissò, un po scettica: il tono di Vittoria era troppo sicuro per essere davvero in balìa degli eventi.

E tra un paio di mesi cosa farai? chiese inclinando la testa, Mi sembri già con un piano in tasca, e di solito sei quella che si fa prendere dal panico!

Vittoria sorrise di traverso, come se avesse un asso da calare. Afferrò la tazza di tè e centellinò un sorso, temporeggiando.

Non sono così ingenua come pensa mia madre, disse infine, guardando dritto negli occhi lamica. E per il bene di mio figlio farei anche il triplo del necessario. Sai, cè qualcuno che ha iniziato a mostrare un certo interesse

Si interruppe notando la curiosità di Elena, che già si era fatta avanti speranzosa sul chi. Ma Vittoria la fermò con un gesto della mano.

Non offenderti, ma preferisco non fare nomi, aggiunse con un sorriso dintesa. Non è questione di sfiducia, semplicemente preferisco non mettere il carro davanti ai buoi. Se son rose, fioriranno.

Elena annuì, sebbene la tentazione di approfondire fosse palese. Si trattenne il rispetto per lamica prima di tutto.

E comunque riprese Vittoria raddrizzandosi sulla sedia. Questa occasione non me la lascerò sfuggire, a qualunque prezzo. Non sopporto più vivere con il cuore in gola, non riesco a vedere Matteo schiacciato dalle critiche della nonna. Voglio dargli una vita serena una casa piena daffetto, con una madre che non si spezza in due. E se per ottenere tutto questo devo rischiare rischierò.

La voce era bassa, ma decisa. Quella non era una sparata, ma la conclusione di chi ha valutato a lungo pro e contro.

Elena le prese la mano, stringendola con delicatezza.

Io credo in te, disse semplicemente. Ma stai attenta, daccordo?

Vittoria annuì, percependo una calda vicinanza. Il futuro era pieno di variabili, ma ora aveva almeno una certezza: non si sarebbe voltata indietro.

Ma almeno ti piace un po? chiese dopo una breve pausa Elena, sinceramente preoccupata che la storia potesse essere solo una fuga disperata. Già una volta ti sei buttata, solo per scappare da casa. Forse sarebbe meglio venire da me, stringersi ci si stringe ma almeno non rischi. E per Matteo cè il vicino che ha quasi la stessa età, potrebbe trovare anche un amico.

Vittoria rigirò tra le mani la solita tazza ormai fredda. Fuori calava la notte, i lampioni accendevano la strada di giallo, e la cucina era ancora più raccolta. Questa volta sorrise davvero.

È una brava persona, sussurrò. Gli piaccio anchio, e adora i bambini. Ha un figlio che ha solo un paio danni più di Matteo. Anzi, ci siamo conosciuti proprio al parco giochi, mentre i figli giocavano. Allinizio ci siamo raccontati solo di loro poi anche altro.

Le tornarono in mente quei primi incontri: lui paziente, che la ascoltava senza fare domande inutili, che rideva dei racconti sulle marachelle di Matteo, sempre pronto ad aiutare e mai a giudicare. Nessuno sguardo di sufficienza, niente prediche.

Con lui mi sento leggera, continuò Vittoria, fissando il vuoto come per rivivere quei momenti. Non mi controlla, non vuole cambiarmi, non vuole cambiare mio figlio. È sempre pronto ad aiutare e, come padre, è fantastico: mai alza la voce, spiega tutto, gioca, legge storie a suo figlio

Elena ascoltava senza interrompere, cogliendo nei suoi occhi una nuova luce che non vedeva da tempo.

Sì, non me ne pentirò, concluse Vittoria, sostenendo lo sguardo dellamica. Questa volta è una scelta mia, ponderata. Ho pensato, ho osservato, ho aspettato. Voglio una vita migliore per me e Matteo: ma non è una fuga, è il tentativo di avere finalmente qualcosa di vero. Una famiglia che ci ami davvero.

Inspirò a fondo, come per togliersi un vecchio macigno dalle spalle.

Capisco la tua preoccupazione e ti ringrazio tantissimo per lofferta, ma devo rischiare. Se non ora, quando?

Elena annuì, seppure con un filo di apprensione.

Va bene, disse dolcemente. Ma se dovesse andar male, sai che casa mia è casa tua.

Vittoria la guardò con riconoscenza, sentendo finalmente il tepore della speranza.

Grazie, sussurrò. Non immagini quanto significhi per me

********************

Aveva ragione, Vittoria, quando diceva che la casa della madre sarebbe stata solo una tappa breve. La vita decise di sorprenderla: Michele le fece la proposta. Fu quel segnale tanto atteso, il lasciapassare per ricominciare. Prepararono le valigie in tempi record: quattro borsoni, i giochi di Matteo, qualche decorazione di troppo infilata di nascosto. Nemmeno due ore e tutto era pronto: sembrava che il destino stesso avesse fretta di vederli partire.

Il più felice di tutti era Matteo. Mai aveva nascosto il fastidio per la zarina di nonna: troppe regole, troppa invadenza, nessuna comprensione. Ogni giorno era una battaglia a suon di sbuffi, porte sbattute e fughe in camera. Ora però brillava di gioia: finalmente poteva essere se stesso.

Appena Giuliana Ferri venne a sapere che la figlia era pronta a risposarsi, scatenò la scena madre. Per prima cosa pretese di conoscere il futuro genero e il tono era quello di una regina che vaglia i candidati al trono:

Lo devo vedere! Se non mi piace, il matrimonio non si fa! Non permetterò che tu commetta di nuovo un errore simile!

Vittoria, calma e tagliente:

Mamma, è una mia decisione. E niente presentazioni.

Rifiuto che fu benzina sul fuoco. Giuliana uscì in strada, decisa a mettere tutti al corrente delle sue ragioni, meglio di uno show in prime time. Strillò ogni possibile offesa allindirizzo della figlia: superficiale, ingrata, senza un minimo di cuore, il tutto con dovizia di dettagli.

I vicini, abituati alla Giuliana Ferri elegante e sempre gentile, la guardarono interdetti. Alcuni provarono a calmarla: Giuliana, lascia stare Ma lei niente, scatenata. Alla fine, sconfitte e marmocchiate si dispersero, commentando: Chi lavrebbe Mai detto sempre così composta

Dopo, certo, tentò di recuperare la faccia con qualche telefonata nelle scale: “Sono solo nervosa, sapete come sono i figli” Ma ormai la reputazione della Ferri era quella di chi entra nella storia del quartiere come la protagonista della più rumorosa scenata di sempre.

E Vittoria? Stavolta sì, era davvero felice. Il matrimonio con Michele si rivelò quello che aveva sempre sognato: accogliente, solidale, mai banale. Michele era un uomo gentile, paziente, affidabile. Era davvero un pilastro per lei e per Matteo. Nessun bisogno di scuse, nessuna paura di dire la cosa sbagliata, nessuna recita forzata.

Si tolse anche lo sfizio di tornare alluniversità. Studiare e lavorare insieme non era facile, ma ogni mattina con un libro tra le mani, sentiva accendersi un piccolo fuoco che la teneva in piedi anche dopo la giornata più dura. Non più medicina imposta da altri: ora studiava ciò che le piaceva davvero, e questo faceva tutta la differenza del mondo.

Arrivò anche il lavoro nuovo: non sarà stato il massimo dellavventura, ma latmosfera era serena, con un capo normale e la speranza, un giorno, di fare carriera. Riuscì persino a risparmiare un po di soldi veri euro, mica spiccioli piccoli tesori che la facevano sentire finalmente padrona della sua vita.

Alle volte ricordava il giorno in cui era corsa via di casa e le scappava da sorridere: ora aveva tutto quello che prima temeva perfino di sognare. Marito, figlio finalmente felice, lavoro, studi, e soprattutto la sensazione nuova di vivere davvero, per sé. E certo, di problemi ne sarebbero arrivati altri, ma Vittoria ora sapeva: ce lavrebbe fatta.

Perché, finalmente, aveva scelto lei.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

8 + nine =

Come ricominciare da capo: la guida italiana per un nuovo inizio