Piccolina
Lha chiamata Piccolina già dal primo momento che si sono incontrati, quando si è lasciato cadere pesantemente sulla poltrona vicina, rossa, di velluto ormai un po liso, proprio come quella sotto di lei, Caterina.
Ha passato un minuto a guardarsi attorno nella sala, poi ha fissato la sua vicina.
Eh, Piccolina, ti annoi? ha sospirato, cercando di accavallare le gambe, ma il corridoio stretto del teatro non glielha permesso: la punta affilata della scarpa ha picchiato contro lo schienale davanti, la caviglia è rimasta piegata male, Nicola ha fatto una smorfia di fastidio.
Caterina, invece, ha fatto finta di non notarlo, fissando concentrata il palcoscenico, anche se non succedeva proprio nulla di interessante. Tavoli accostati in una fila, un podio, gente che andava avanti e indietro sistemando cavi e microfoni classico ambiente da conferenza, e pure afoso.
Caterina si è sempre sentita a disagio nei posti affollati, costretta a stare gomito a gomito con gli altri e senza possibilità di scivolare via quando vuole.
Eh ha sospirato Nicola, grattandosi il mento. Siamo messi proprio bene! E sai, piccolina, tanto qua non sentiremo niente di nuovo. Sul serio! Ho letto tutte le relazioni, tocca al mio lavoro. Non cè proprio niente che valga la pena.
Caterina si è girata, fissando Nicola con lo sguardo severo.
Vestito bene, giacca e cravatta, scarpe pulitissime. Eppure sembrava non proprio al posto giusto, come se qualcuno lo avesse tagliato e incollato in unimmagine che non centrava. Un tipo da bar, uno scavezzacollo, uno che fa il simpatico ma non si ferma mai. I capelli poi: sparati in su, due ciuffi arrotolati come cornetti di panna.
Nicola, ha detto, tendendole la mano grande prima che Caterina potesse ribattere. Ma senti, ti va di venire a pranzo con me? Sei proprio una sottiletta, piccolina, ti voglio far mangiare. Su, dai, andiamo via di qui!
Le luci si abbassavano già, dal palco stavano entrando presidenti, responsabili, funzionari importanti, la gente applaudiva, e Nicola, chissenefrega, tirava via la sua Piccolina, calpestando piedi, scusandosi a mezza bocca, cercando di infilare la cravatta nella giacca che continuava a spuntare come una linguaccia.
Ma che fate?! Mi lasciate stare! Caterina si divincolava, ma non cera verso, sinfilava tra la folla seguendo Nicola verso luscita.
Sono usciti nellatrio proprio mentre il chiasso raggiungeva il massimo e un tipo sbatteva sul microfono chiedendo silenzio.
Lasciami! Devo tornare, prendere appunti, ho un compito! esclamava Caterina, stringendosi al petto il taccuino, lasciando cadere la penna, chinandosi, ma Nicola lha raccolta per primo.
Ma dai, piantala con sta scrittura, Piccolina! Ti mando io tutti i materiali, leggi quando vuoi. Adesso si mangia. Ma prima acqua. Sei pallidina. E il polso batte forte. Ecco. Visto? Le tastava il polso, scuotendo la testa. Aria, cibo e basta conferenze!
In effetti Caterina non si sentiva benissimo: cuore a mille, pulsava alle tempie.
Nessuno si era mai preso cura di lei così, nessuno laveva coccolata. Era sempre stata lei a pensare agli altri: la mamma, il marito, la figlia. E sembrava normale. Pesante, certo, a volte avresti voglia di essere tu quella fragile, di lasciarti andare un attimo, di ridere con un bicchiere di vino come nelle commedie, ma chissà, non succede mai.
Nicola, invece, questa occasione glielha data.
Non si è neppure accorta di come sia finita seduta in un ristorantino accogliente giusto di fronte, e già il cameriere portava bicchieri di spremuta freschissima, giallo-arancione, luminosa come se ci fosse dentro il sole del Mediterraneo, tardivo e appassionato.
Bevi, forza. Poi acqua. Allora… Cosa prendiamo da mangiare? ha detto Nicola.
Le sarà piaciuta parecchio, a lui. Caterina aveva un bel viso, ed era tutta minuta, pelle e ossa, nulla di superfluo. Avrebbe potuto anche piacere agli uomini, se non fosse stato per quellespressione di stanchezza, quella rassegnazione perenne. Quarantanni ormai, famiglia, la passione non cè, la vita è sempre uguale: da dove vuoi che spuntino le rose di maggio?
Eppure, proprio così, stanca, Piccolina, Nicola la trovava meravigliosa.
Non mi serve nulla. Ora respiro e torno in sala, sto già meglio, grazie balbettava Caterina.
Su, dai! fece Nicola. Prima il branzino alle verdure, insalatina, e… e tu cosa vuoi bere, eh, Piccolina?
Si è tolto un attimo dal menù, fresco, spettinato, si sentiva il profumo di sigaretta e colonia, muscoloso e sorridente, ha fissato Caterina.
Lei è arrossita, ha fatto una smorfia.
È impazzita! Un uomo sconosciuto lha trascinata al ristorante, la nutre, la chiama Piccolina, le aggiusta il ciuffo sulla fronte. E lei sciolta, senza difesa, come se non avesse più muscoli.
E subito lì, dove Nicola laveva sfiorata, cera un punto caldo e la pelle doca.
Hanno bevuto vino bianco, mentre lui raccontava delle estati passate a fare il muratore in giro per lItalia, poi su nel nord per qualche cantiere, dopo di che…
E dopo, Piccolina, io e Gianluca, un mio amico, abbiamo aperto una piccola attività. Niente di straordinario, costruivamo villette, abbiamo messo su delle squadre e via. Alla fine, chi non vuole vivere bene? Al caldo, comodi? Sapevamo come fare. Su, mangia, dai! e indicava il piatto di Caterina. Brindiamo a te, Piccolina! Mamma mia, appena ti ho vista ho pensato Questa ragazza va nutrita! Vuoi che ordiniamo ancora qualcosa?
Lei scuoteva la testa. Si scioglieva dentro. Per il vino, per il buon cibo, perché qualcuno finalmente sì, proprio finalmente si è preoccupato di nutrirla, trattandola da ragazzina fragile e bisognosa.
A casa era diverso. Da piccola Caterina viveva con la mamma. Lei lavorava sempre, la mattina già non cera, Caterina faceva colazione da sola, la sera la aspettava e scaldava la cena, poi puliva mentre la madre si faceva la doccia, e si addormentavano ormai a notte fonda.
A Capodanno la mamma, Maria, tornava tardi, quasi alle undici. Lavorava in negozio, i minuti prima della mezzanotte portavano sempre un po di incasso in più.
Maria Anna arrivava sfinita, pallida. Caterina le preparava il vestito e la acconciatura per la festa, poi uscivano insieme dagli ospiti.
Gente sempre. Vicini, amiche, qualche lontano parente arrivato allimprovviso, già brilli e allegri. Erano sempre tutti a tavola, si rideva, si scherzava, ma Caterina badava che la mamma non crollasse dopo il primo bicchierino.
Maria beveva solo grappa, lo spumante le sembrava da bambini. La grappa sì che era una cosa seria, la nostra, quella di casa!
Peccato che, al secondo sorso, la poveretta crollasse addormentata sul tavolo, e Caterina la riattivava con una gomitata, lei si risvegliava spaesata, buttava lì una battuta, un brindisi un po amaro. Come poteva sentirsi fragile Caterina? Non era proprio il caso…
Sè sposata giovane. Marco era quasi dieci anni più di lei, rispettoso, con la testa a posto ma poco affettuoso, parlava poco, come se nella sua vita Caterina fosse solo un ingranaggio ben scelto, una brava padrona di casa, niente di più.
Ma neanche Caterina pensava di meritare altro. La passione, lavventura, ci sono state le prime nottate di fuoco, certo, il corpo è corpo, poi il gelo. Limportante è che adesso viveva da sé, senza la madre sempre stanca, senza quella vista dallo stabile sulla discarica, senza la cameretta dalle tappezzerie vecchie. Viveva anzi, Marco aveva una casa tutta sua, cucina, bagno grande, balcone, due stanze e una libreria enorme. Tutti le invidiavano la posizione! E finalmente senza suocera.
Da sempre, da quando era bambina fino a quel giorno, Caterina era Cate, o Caterina Maria.
Marco, la mamma, le amiche tutti la chiamavano Cate.
E adesso, dimprovviso, Piccolina. E vino, assaggi… E qualcuno che si interessa a cosa pensa, a cosa desidera.
Marco non ne aveva mai il tempo. Certo, le cose di casa, gli acquisti importanti, le vacanze, ne parlavano… in realtà più che altro le comunicava quello che avrebbe fatto, e i suoi commenti si perdevano nel rumore della strada. Marco amava le finestre spalancate, guai a chiudele anche d’inverno.
Entra invece Nicola nel ristorante e subito fa sedere Caterina in un angolo protetto, niente spifferi.
Un altro mondo…
Nicola ascoltava. Caterina rispondeva arrossendo. Sì, aveva un marito, e anche una figlia. Come si chiama? Sandra. Sandrina studia lingue moderne, Cate le aveva anche trovato una bravissima insegnante privata: ora Sandra doveva partire per uno scambio universitario allestero.
Sandra, con Marco, non era arrivata per miracolo, per desiderio o preghiere. Era stato deciso: i tempi si erano fatti maturi, come ripeteva spesso la suocera. E Caterina giovane, sarebbe andata liscia. Invece, niente: la gravidanza non arrivava, e quindi ci si sono messi dimpegno.
Quando finalmente era rimasta incinta, Marco le è stato distante per nove mesi, mai una mano sul pancione, mai quel gesto tenero dei film. Gli sembrava strano, quasi fastidioso.
Quando nasce, allora mi occupo di lei, capito? liquidava la questione se Caterina cercava affetto. Ti porto in ospedale, se vuoi!
Le faceva da taxi alle visite; è venuto persino a prenderla col bouquet e le bomboniere. E si preoccupava per il peso, per il latte, comprava i migliori prodotti, la notte cullava lui Sandra, le portava le medicine. Quando la pediatra venne a casa per la prima visita, lui le chiese se si era lavata le mani come si deve, si mise a scaldarle lo stetoscopio con il fiato. Un vero maniaco delligiene.
Sei stanca? chiedeva ogni tanto Ginevra, la sua cara amica, vedendo il viso segnato. Un figlio non è un fiore, è fatica! Marco almeno ti aiuta?
Caterina faceva spallucce. Sì, aiuta, forse. Ma…
Essere vittima aveva pure il suo gusto. Tutti la coccolavano, qualcuno malediva Marco perché non la coccola abbastanza.
E invece Nicola la coccolava davvero, la nutriva anche troppo, e Cate arrossiva, si schermiva.
Ma dai, Piccolina! si rabbuiava Nicola. Mangia, su! Non ti lascio andare via a stomaco vuoto, hai capito?
Caterina mordicchiava il labbro, lo guardava triste, ma finiva il piatto.
Quella sera lha accompagnata fino alla stazione della metro, poi Caterina è tornata a casa da sola, dicendo che aveva da fare.
Più tardi, sulla mail, le sono arrivate tutte le relazioni della conferenza.
Alla Piccolina da Nicola! cera scritto.
Cate chiuse di scatto il portatile, ma Sandra aveva già letto qualcosa, pareva. Un sorrisetto.
Ma che nomignoli scemi vi inventate! si scaldò subito Caterina. Documenti ufficiali, e scrivono queste scemenze!
Sandra aveva già messo le cuffiette, la musica alta…
Cate, Sandrina, sono a casa! Venite a cena! urlava Marco dallingresso.
Lui, sudato e infastidito dal solito traffico milanese, si toglieva la camicia al volo, restava in pantaloni, poi metteva i bermuda con le palme, spalancava il balcone.
Odorava di corpo e fatica, roba vecchia di un giorno.
Cate, io non mi lavo ogni santo giorno! Basta, mi irrita la pelle! Domani faccio la doccia! tagliava corto sulle richieste di lei. Dai, che ho fame.
Mangiavano in silenzio, assorti nei propri pensieri. Cate a Nicola, alla sua freschezza, gentilezza, pulizia…
Il giorno dopo Nicola la chiamò subito in ufficio.
Pronto, Piccolina! Come stai? Mi sei mancata. Hai mangiato? e la voce nello smartphone le sembrò fortissima, sentita da tutto lufficio.
No… non ho fatto in tempo. Troppo lavoro, balbettava. Piccolina. Lei, fragile, coccolata… Brividi lungo la schiena.
Lascia perdere, scendi subito. Sono qui giù al bar, fa schifo ma si mangia. Dai, ti aspetto!
Cate bofonchiò qualcosa, chiese il permesso e si ritrovò in ascensore a fissare i pulsanti, rossa da far paura. Temeva che tutti capissero il suo incontro clandestino.
E sì, ormai lo chiamava mentalmente amante. Una cosa nuova, quasi scandalosa.
Nicola era in jeans e t-shirt, spettinato e frizzante.
Bevevano un caffè, Cate raccontava linfanzia, Nicola la ascoltava.
Piccolina, lo sai che sei bella? le fece Nicola dal nulla. Dai, andiamo a comprarti qualcosa. Un vestito. Conosco gente nei negozi buoni qui in centro, troviamo qualcosa che ti stia da sogno! Voglio vederti in abito.
Glielo vide addosso davvero ma la sera, quando la portò alla Rinascente, restò seduto sulla panca mentre le commesse si affollavano intorno a una Caterina imbarazzata e impacciata.
Mamma mia come la guardava! Famelico, mai visto uno sguardo così su di sé, solo nei film.
Non ci posso credere! sussurrava poi Caterina allorecchio di Ginevra, fedele amica. Solo nelle storie, nei film… Non pensavo potessero guardarmi così davvero. Mi sono sentita donna. È terribile, ma mi è piaciuto.
E Marco? pragmatica più tardi Ginevra.
Non sa nulla. E non deve saperlo. Io stessa non so niente, Ginevra! si stringeva Caterina. Non ci pensare, tieniti tu il vestito, io non saprei come spiegare tutto a casa! È una fortuna che non me labbia chiesto subito. Che succede adesso?!
Ginevra allargava le braccia. Quel che sarà, sarà.
Senti, Cate… Sarà che tu vuoi troppe cose che magari nemmeno Marco ti può dare. Pensa ai viaggi che avete fatto, alla macchina nuova che ha comprato senza battere ciglio, alle vacanze, ai lavori in casa. Ci tiene a te, sei tu che magari non lo vedi.
Ma dai, Ginevra! Marco è ormai insopportabile. Tu mi invidi, e lo so!
Ginevra sorrideva. Forse, sì, la invidiava. Ma per il marito, non per Nicola…
Cate iniziò ad arrivare più tardi, buttava su qualcosa per cena, ma quasi non toccava cibo: se ne stava lì a fissare il tè ormai freddo, girando uno zucchero che non metteva mai.
Ma, insomma, il pane lo prendo io, che tu non mi senti proprio! si lamentava Sandra, frugando nella dispensa. Finito!
Cate la fissava poi si chiudeva in stanza, a fantasticare.
Marco e Sandra la osservavano confusi.
Sognava Caterina, le mani sudate dallansia.
Nicola era tenero, sapeva baciare, rideva dei suoi impacci, la coccolava, la chiamava sempre Piccolina, la nutriva, regalava cose che lei doveva nascondere da Ginevra, ogni tanto le versava un po di soldi sulla PostePay, si lasciava andare ai messaggi di notte. Una sera Cate corse in bagno per leggere, cancellare, aspettare ancora. Poi spense il telefono, si lavò la faccia e andò a letto.
Marco si girò dallaltro lato, labbracciò con la sua mano pesante, fece un rutto e borbottò qualcosa. Cate annuì e si raggelò. Sì… Peccato ci fosse Marco nella sua vita. Peccato non aver mai saputo davvero, per tanti anni, cosa significhi essere piccola, fragile, bella. Tutti quegli anni buttati…
Adesso però cera Nicola, la sua fortuna.
Si vedevano a casa di Nicola, ampia, luminosa, con le finestre a tutta parete, senza tendaggi, e laggiù le luci di Milano, brillanti. Si stordiva di champagne e del profumo di Nicola. Lenzuola di seta vera…
Il mondo esplodeva in scintille, un fuoco dartificio, e si spegneva lì, sul lenzuolo. Magia.
A casa, invece, si stava male, tutto era pesante. Le sembrava che tutti sapessero di lei e Nicola, Sandra la guardava storto, Marco serioso.
Cate cercava scuse per tornare dopo che tutti dormivano. Poi stava ore in cucina, da sola, a bere caffè amaro, perso, e sognare.
Cate! Dove sei? Ho comprato la verza, bisogna tagliarla. Ce leravamo dette! sentì la voce di Marco nel vivavoce, gettò uno sguardo spaventato a Nicola che nuotava sulla corsia della piscina scoperta.
Alla Cooperativa, dove nuotava con Nicola per la prima volta. Poco gente, un miracolo a Milano. Dalla torretta si vedevano le luci del ghiaccio in Piazza Gae Aulenti. Ma Cate pensava solo al suo Nicola, il suo cavaliere. Finalmente, amore. Finalmente.
La verza? mormorò, avvolta nellasciugamano. Fai tu. Stasera faccio tardi. Siamo… sono in piscina con Ginevra. Mi hanno detto che la schiena va allenata Ci siamo abbonate. Domani la prepariamo la verza. Scusa, Ginevra mi chiama, ciao!
Chiuse la chiamata rapida, deglutendo. Doveva avvisare Ginevra, caso mai Marco la chiamasse!
Aspettò che Ginevra rispondesse, poi sussurrò della piscina, quasi ansimando, poi si fermò.
Cate, ti ho appena portato il cumino per la verza. Son passata dal mercato e ho pensato a te. Marco già fa bollire il bollitore, rispose tranquilla lamica. Cumino. Per la verza, come piace a voi.
Cate si morse il labbro, cercò Nicola con lo sguardo. Lui, giocando coi muscoli, era già sulla torretta, pronto a tuffarsi. Sotto di lui, delle ragazzine lo guardavano, tutte allegre e magre.
Allora, piccoline? Uno, due, tre! urlò, e si tuffò perfetto, riemergendo poi e salutando Cate con la mano. Dai, Cate, vieni qui! È solo linizio della serata!
Le ragazzine si sono voltate, squadrando Cate, che in un lampo si è sentita di nuovo bruttina, ordinaria, con la pancetta e le gambe poco toniche. E nuotava goffa, come una rana, con la faccia che si incupiva di nuovo.
E le nuove piccoline di Nicola già si tuffavano per giocare a pallanuoto, cercando di toccarlo sott’acqua.
Lui rideva, per nulla turbato quando Cate sparì silenziosa. Aveva capito: casa, famiglia, verza… Che vada pure!
In casa era buio. Illuninata solo la cucina.
Marco si mise davanti alla moglie con una padella di uova strapazzate.
Avrai fame dopo la piscina. Mangia. Vuoi un po di salame? E le riempì la tazza di tè.
Caterina scosse la testa. Non riusciva nemmeno a guardarlo in faccia, prendeva la forchetta e giocherellava nel piatto.
Lo sa o non lo sa? E ora? Perché è così tranquillo?!
Cate dopo un lungo silenzio Marco parlò. Ginevra ha portato delle cose oggi. Voleva mettere ordine ma lho cacciata. Che simpiccia? Questa è la tua cucina, non la sua. Le cose Eccoli, e indicò sotto il tavolo. Diceva che sono tue. Ma non credo. Ha fatto confusione, no?
Cate sollevò piano la tovaglia, fissò i pacchi, spalle alzate.
Lo dico io che sono scemenze! sembrava lieto Marco. Fammi un po di tè, che ho sete. Anzi, tira fuori quel cognac. Ho voglia di cognac, chiese.
Cate scattò, andò allarmadietto e poi si bloccò di colpo.
Piccolina, sentì la voce del marito, si voltò di scatto, fissandolo negli occhi. Dico, cè la mollica sul tavolo. Sandra sbriciola sempre il pane. Prendi lo straccio e pulisci, concluse piano, poi uno sguardo pesante e si girò.
Bevvero il cognac insieme, muti, senza incrociare lo sguardo.
Alla fine Marco si alzò e se ne andò.
Ginevra! Sai che è proprio andato via? Si è vestito, ha lasciato le chiavi Ginevra! Caterina singhiozzava senza ritegno in telefono, fissando il suo viso stravolto nello specchio, brutta e gonfia, lei che solo tre ore prima nuotava con Nicola. Dalla pelle ancora odore di cloro, la schiena dolente. Ma, Ginevra, come ha potuto?! Si fa così?
Cate si arrabbiò, picchiò la mano sul tavolo.
Proprio così fai se sei uomo, Cate. Un altro ti avrebbe menata. Marco se nè semplicemente andato. E bada, dalla sua casa. E tu ancora parli di lui? Ginevra chiuse con tono secco. Non so, Cate, tu vuoi troppe favole. Avete di tutto, Sandra brava ragazza, Marco non è un alcolizzato Se vuoi un uomo brillante, dillo, ma lui non è così, e tu non lhai mai coccolato. Prova a dirgli qualcosa di carino ogni tanto, vedrai! Ma io, Cate, qui, non sto dalla tua parte. Buonanotte.
Caterina lasciò il telefono sul tavolo, si accasciò sulla sedia, pianse piano
Sandra superò gli esami, andò in vacanza con gli amici. Alla madre lasciò solo un biglietto, di non disturbarla.
Nicola spuntò una settimana dopo, aspetta Caterina fuori dal portone, spuntando dal buio.
Ehi, Piccolina! borbottò, nascondendo la faccia rossa dal gelo nel bavero del giubbotto di pelle. Ti sono mancato?
Cate laveva chiamato mille volte, voleva piangere con lui, ma non rispondeva. Ora si era presentato.
Nicola… sussurrò lei, svuotata. Cosa ci fai qui?
E cercava con lo sguardo la macchina di lui.
Sono venuto da te. È ora di rendere il favore, piccolina! le prese un braccio.
Che favore? Ma che dici?
Cate voleva tirarsi indietro, lui la stringeva forte.
Ti ho fatto da mangiare, vero? Eh! Ti ho coccolata, eh!! sussurrava con tono appiccicoso Nicola allorecchio. Ora mi serve una mano, gattina. Ho problemi, ma tu hai la casa di tua madre, cinque milioni buoni ci si fanno. Mettiamola in vendita. Anche questa tua. Dai, su, fammi entrare che parliamo!
La Piccolina urlò impaurita, provò a liberarsi, niente da fare, lo seguì tremando allingresso, col cuore in gola. Intanto sperava in qualcuno per caso nel cortile Nessuno.
Muoviti, Piccolina, fa freddo, la spinse verso il portone.
Cate scoppiò a piangere, stava per crollare sulla neve, quando Nicola magicamente la lasciò andare, fece una strana smorfia e cadde di lato, emettendo un sospiro.
Davanti a lui stava Marco, scompigliato, senza cappello, furente, col pugno chiuso che tremava.
Sparisci! Fuori dalle scatole, hai capito?! Che ti conto le ossa! urlò Marco, gettandosi quasi addosso a Nicola, ma Cate lo trattenne per la giacca.
Nicola, capito con chi aveva a che fare, rise di traverso, tipo: Adesso hai le corna, ma fu zittito da un pugno.
Scompari! E che non ti veda mai più vicino a Cate! minacciò Marco, raccolto il berretto caduto, si pulì il naso e chiamò la moglie. Dai, torniamo a casa. Si gela.
Cosa si sono detti quella notte solo la luna che spiava dalla finestra può saperlo, solo il vento, che entrava dal vasistas. Due tazze di tè intatte sul tavolo, il vecchio pendolo che batteva piano. Poi il silenzio, il buio, e dentro di esso solo loro due marito e moglie che, non si sa bene perché, avevano deciso di vivere ancora insieme…
Mai più nessuno chiamò Caterina Piccolina. Se qualcuno lavesse fatto, avrebbe solo rabbrividito e si sarebbe girata dallaltra parte.
Nicola dalla sua vita sparì per sempre. Era troppo tenace il marito.
Una volta, su un autobus, sentendo Caterina parlare al telefono delleredità della madre, della casa che non ci sapeva cosa farne, della stanchezza, della solitudine, Nicola aveva pensato di poter risolvere, sistemare il tutto, magari portare via pure quel senso di solitudine di lei. Bastava poco, un po di attenzione, e sì, Cate avrebbe dato tutto. Lui laveva addomesticata, coccolata, protetta. Ma… ma ebbe fretta. Doveva dei soldi a Gianluca, e in fretta. Così andò allo scontro diretto. Peccato, non è andata. Va bene, ci sono tante altre piccoline, bisognose, tristi, maltrattate. Nicola le troverà e le farà felici. E poi, quando verrà il momento, il conto lo presenterà anche a loro.
Intanto aveva dovuto lasciare quella casa dove le lenzuola erano di seta vera e la vista su Milano spettacolare. Pazienza. Si rifarà, Nicola sa sempre come rimettere in piedi la partita. Salvo che Gianluca non decida diversamente…






