Aspettando il marito che era ancora al lavoro, Cinzia sedeva al tavolo della cucina, sorseggiando lentamente un tè al timo, sorseggiando un sorso dopo laltro come se il tempo si fosse dilatato in una nebbia densa. Allimprovviso il suono della chiave che girava nella serratura le fece fermarsi, e la porta sembrò aprirsi in un varco sospeso. Entrò Alessio, serio come una statua di marmo, il volto avvolto in un silenzio pesante.
Ciao, fu la prima parola di Cinzia, quasi un sussurro che si perdeva tra le pareti, sei di nuovo in ritardo, ho già cenato e ti aspetto
Ciao, rispose Alessio, senza togliersi le scarpe, come se la gravità non lo trattasse. Si diresse verso la stanza, aprì larmadio e tirò fuori una valigia di cuoio.
Cinzia rimase immobile, come ipnotizzata da un incantesimo. Guardava, incapace di capire, mentre lui lanciava nella valigia i suoi effetti personali, uno dopo laltro, con la precisione di un artista che compone una sinfonia di addii.
Alessio, spiegami, che sta succedendo?
Non capisci? Te ne vado, dichiarò, senza incrociare i suoi occhi.
Dove?
Verso unaltra donna
Ah, devo immaginare una giovane, forse anche lui ancora ventenne, quaranta anni non sono più unetà disse Cinzia con una punta di amara ironia, mentre la realtà cominciava a sgretolarsi come carta bagnata. Non piangerò, non vederà le mie lacrime, si convinse, e da quanto tempo sei con lei?
Quasi un anno, rispose Alessio con calma, e vedendo la sua sorpresa aggiunse, è colpa tua se non hai notato nulla, se non ti sei accorta, significa che ho nascosto tutto perfettamente.
Te ne vai per sempre o chiese improvvisamente.
Cinzia, capisci davvero? Ascoltami bene, iniziò Alessio, vado da unaltra, noi avremo presto un bambino. Non siamo riusciti a concepire, così Chiara mi darà un figlio. Ti concedo un mese per lasciare il mio appartamento. Dove andare, come andare, è un tuo problema. Io vivrò con Chiara e il bambino finché lei sarà in affitto.
Alessio se ne andò. Le pareti dellappartamento sembravano stringersi attorno a Cinzia, il silenzio divenne un mare immobile. Accese la televisione, sperando che almeno una voce parlasse. Dodici anni erano stati condivisi con Alessio; la sua coscienza tornò a galla dopo una settimana, ma lei era pronta a ricominciare.
Dalla eredità dei genitori, morti prematuramente, le rimaneva una casa di campagna in Toscana. Tuttavia vivere sola in un villaggio non le sembrava un sogno.
Non potrò stare lì, pensava Cinzia, è troppo isolato, nessuna comodità, nessun lavoro, a trentacinque anni non voglio più ritirarmi in un bosco. Decido quindi di venderla e usare i proventi per affittare una stanza in una residenza universitaria o in un dormitorio comunale; il resto della vita, mi dirà il destino.
Così fece. Vendette la casa non appena arrivò in Toscana. La vicina, Rosetta, laspettava già fuori.
Tesoro, che bello vederti, stavamo per andare in città a cercarti, disse Rosetta.
Che è successo? chiese Cinzia.
I miei parenti del Nord, dalla Valle dAosta, vogliono comprare la tua casa. Hanno bisogno di un rustico da ristrutturare, vicino a noi, dove la sorella vive con il marito spiegò Rosetta, porgendo il suo cellulare.
Laccordo si chiuse in dieci giorni; i soldi, pochi, ma sufficienti per una piccola stanza in un dormitorio di tipo appartamento. Una cucina comune, due stanze condivise, la terza era della nostra protagonista così la chiamava la comunale.
I compagni di stanza sembravano gente tranquilla, rispettabile. Cinzia li incrociava raramente, tra un turno di lavoro a Milano e laltro. In quel periodo sbocciò una storia damore con il collega Matteo, un giovane architetto dal sorriso sornione. Sembrava tutto andasse bene, almeno così le appariva.
Poco prima della festa della donna, l8 marzo, Matteo le disse:
Devo riflettere molto, non sono sicuro dei miei sentimenti, prendiamoci una pausa.
Prendiamoci e vai via nei boschi, rispose Cinzia, infuriata.
Tornò a casa quella sera, il suo trentaseiesimo compleanno stava per arrivare, e le pause non erano più per lei. Decise di sfogare lo stress mangiando. Aprì il frigorifero, trovò un piccolo pezzo di prosciutto, ma non lo trovò più. Il suo cuore tremò.
Chi ha preso il mio prosciutto? urlò nella cucina.
Cinzia, lho buttato via due giorni fa era verde e puzzava, ho pensato che non lo mangeresti, non valeva il rischio, rispose pacatamente la vicina, Vira Rossi.
Non è tuo compito decidere cosa mangio! sbottò Cinzia. Il suo furioso sfogo riecheggiò nei corridoi di quel luogo umile, dove la perdita del marito, lappartamento, e la pausa di Matteo si erano mescolati in un vortice di disperazione.
Allora intervenne Giuseppe Bianchi, laltro coinquilino, sessantaenne, con i capelli dargento, occhiali spessi, sempre seduto su una sedia a dondolo con giornale in mano.
Vira, non ti arrabbiare, disse Giuseppe, Cinzia è solo arrabbiata perché qualcuno lha turbata. Non prenderla sul personale, aggiunse senza alzare lo sguardo dal giornale.
E voi cosa sapete? ribatté Cinzia, nessuno vi ha chiesto la vostra opinione.
Credimi, ne so un po, rispose Giuseppe, con tono paterno.
Allora perché vivi in questa misera comunale? Cinzia non si fermava.
Alla fine, Cinza si calmò, guardando il portatile, ricordando quando aveva acquistato quel prosciutto tanto tempo fa, immaginando cosa fosse potuto diventare. Vergognandosi, decise di chiedere scusa.
Andò nella cucina dove Vira era intenta a stirare.
Scusami, Vira, non so cosa mi sia preso. È stato tutto così travolgente E Giuseppe aveva ragione.
Vira sorrise, la abbracciò:
Succede, tesoro, lo capisco. Vieni a sederti, beviamo tè con biscotti e confetti. Ma dovresti chiedere scusa anche a Giuseppe, è stato ingiustamente giudicato. Lui è stato professore, ha insegnato alluniversità, ha avuto una grande casa in centro, ma fece una pausa, la moglie è stata colpita da un tumore al cervello. I medici hanno detto che era tardi, poi ha trovato una clinica in Israele, ma servivano soldi enormi. Giuseppe ha preso un grande prestito, è andato con la moglie, lintervento è riuscito, ma la salute non è migliorata. La moglie è morta poco dopo. Giuseppe ha lasciato il lavoro, ha curato la moglie, poi ha venduto lappartamento e ha pagato i debiti, finché non è finito qui.
Cinzia, udendo quella storia, quasi pianse.
Grazie per avermi raccontato, disse, domani andrò a chiedere scusa.
Il giorno dopo, dopo il lavoro, Cinzia bussò timidamente alla porta di Giuseppe con un regalo in mano. Lui aprì.
Buona sera, Giuseppe, disse porgendogli il dono, la prego, perdonami, per Dio, scusami. Ieri ti ho offeso senza motivo, avevi ragione.
Giuseppe la ascoltò, senza interrompere, e al termine le rispose:
Che sorpresa piacevole. Accetterò il regalo e le tue scuse, se festeggerai con me, perché oggi è il mio compleanno.
Auguri, e il regalo è proprio in tempo, rispose Cinzia, felice, dimmi, come posso aiutare?
Con Vira al suo fianco, apparecchiarono la tavola. Mentre sistemavano i piatti, Cinzia raccontò la sua vita: era una studentessa ingenua, si era fidata di un uomo sposato, era rimasta incinta, lui laveva portata in ospedale e aveva pagato tutto, poi si erano separati. Non era più riuscita a concepire, ed è forse per questo che il suo ex laveva abbandonata.
Mentre il tavolo prendeva forma, alla porta suonò: era un uomo di quarantanni, alto, sorridente, con un cappotto di lana.
Buongiorno, sono il figlio di Vira, Raffaele, si presentò.
Ciao, Cinzia, benvenuto, entra.
La conversazione attorno al tavolo divenne vivace, si brindò a Giuseppe, si augurò salute e felicità, e tutti risero di cuore. Raffaele, ex geologo ora camionista, raccontava storie di strade infinite, di montagne che si aprivano sotto il cielo. Linverno era appena iniziato, la neve cadeva a candela, silenziosa, senza vento. Cinzia e Raffaele giravano in cerchi, ma il freddo non li toccava.
Tre giorni dopo, Raffaele doveva partire per un lungo viaggio su camion.
Per molto tempo? chiese Cinzia.
No, solo per una settimana, tornerò. Mi aspetti?
Certo, ti aspetterò con ansia.
Così cominciò il loro amore, che si trasformò in un sentimento profondo. Si sposarono, e un anno dopo nacque un piccolo bimbo, Artemio. Quando Raffaele era via per lunghi viaggi, Cinzia e il piccolo tornavano per un po nella loro umile stanza.
I giorni di attesa volavano, mentre Vira e Giuseppe facevano da nonni affettuosi ad Artemio, i migliori babysitter che si potessero desiderare.
E così, in quellappartamento sospeso tra sogno e realtà, la vita continuava a intrecciarsi, con il profumo del tè al timo, le porte che si aprivano in spazi senza tempo, e i cuori che si curavano a piccoli passi, in un mondo dove lalba e il tramonto si confondevano in un unico, eterno crepuscolo.






