Gocce di Pioggia

E non è vero che fa paura! È bellissima! Massimo, dìglielo tu!

Sabrina stringeva al petto una gatta spelacchiata e magrissima, piangeva così forte che i vicini, radunati attorno, si tappavano le orecchie.

Voce grossa e forte, come tutti i membri della sua famiglia numerosa, Sabrina sapeva farsi capire: magari non con le parole giuste, ma sicuramente col volume. A cinque anni, nessuno nel cortile sapeva strillare come lei, tanto da far tremare i vetri.

Tutti nel palazzo ormai si erano abituati a Sabrina e ai suoi fratelli e sorelle. Nessuno faceva più caso ai loro capricci, capendo bene che Francesca, la loro mamma, non riusciva sempre a tenerli sotto controllo. Lavorava a turni folli, e qualunque altra al suo posto avrebbe già appeso il grembiule al chiodo.

Quel cancello di ferro battuto, che separava la vecchia villa liberty trasformata tanti anni fa in condominio dalla strada, era il vanto di tutti. E ogni primavera Francesca, insieme ai vicini, si metteva a ridipingerlo. Tanto aveva tutto il diritto di restarci appesa come le piaceva.

Ma a quella tentazione resisteva ancora, sospirando:

Siamo tutti dei muli da fatica! Forti, ostinati, mica si tira indietro nessuno. Ognuno si trascina il suo carico, nessuno te lo porta via. Tutto sulle tue spalle. E solo io, ragazze, sono lunico pony immortale: corro in tondo senza sapere dove andrò a finire. Perché lo faccio, lho capito da tempo Ma il motivo, boh? Qualcuno ti scalcia e tu con il muso nel didietro della bestia davanti, sognando solo la sera. Che siano tutti nei letti, puliti, sazi e felici. E che nel lavello, invece delle montagne di stoviglie sporche, ci sia il vuoto… E pensa, proprio quel vuoto è la felicità!

Francesca era una donna dal pensiero profondo, anche piuttosto bella e attraente. Ma chi ci fa caso, quando hai sei figli piccoli e nessun aiuto? Sulla vita sentimentale aveva messo una bella croce rossa già da tempo. I suoi amori potevano aspettare.

Essere madre di sei non è mica come cucinare una pasta e ceci!

Nessuno laveva mai criticata, perché tutti conoscevano la storia della famiglia di Francesca.

Sabrina, come altri tre dei suoi figli, erano adottati.

No, non li aveva presi in orfanotrofio per salvarli o assicurare loro un futuro migliore. Forse lo avrebbe fatto, ma non da sola, non in quel momento. Lei aveva altri progetti per la sua vita. Immaginarsi madre single con sei figli? Neanche nei suoi incubi peggiori…

Ma si sa, la vita fa quel che vuole. Ti mette davanti a prove di coraggio e cuore senza chiederti il permesso.

E allora, ti arrangi. Cosa sei davvero? Che tipo di persona vuoi diventare?

Così si era trovata Francesca. Ma la sua scelta era già segnata.

I figli che allevava erano leredità.

E leredità, si sa, la prendi o la lasci. Francesca aveva deciso che rifiutare, nel suo caso, era semplicemente ingiusto. Non lavevano mica abbandonata lei! Perché avrebbe dovuto abbandonare chi la sorte aveva già bastonato? Era sangue del suo sangue, dopotutto!

Aveva le sue buone ragioni, che avrebbero convinto chiunque… a lei bastavano.

Francesca era cresciuta negli anni Novanta.

Sua madre, una vera regina di bellezza del paese vicino Roma. A diciottanni già sposa, vestito da sogno, da far sbavare tutte le ragazze, e un marito troppo imprenditore per i gusti della suocera.

Ma Francesca dei genitori non ricordava nulla.

Andava con la nonna, al cimitero di paese, davanti a una lapide col sorriso dei suoi, li accarezzava col dito e, a bassa voce perché la nonna non la sentisse, raccontava dei suoi disegni, della sciarpa rosso e bianca fatta da nonna, di quello che le aveva detto la maestra…

Cosa fosse successo ai genitori, laveva saputo a sedici anni.

Era un malandrino, tuo padre, bambina mia. Se ne è andato presto, e si è portato la mia piccola dietro a sé. Non si dovrebbe parlar male di chi è morto… ma non gli perdonerò mai quello che ha fatto a tua madre! Quanto ho pianto! Quante volte le ho detto di lasciar perdere! Ma niente! Non voleva sentire ragioni. Era innamorata… E lui la amava, maledetto. Gli amici hanno detto che si è messo davanti a lei quando sono venuti a cercarlo. Ha provato a salvarla, forse lamava davvero… Tu e basta mi siete rimaste, almeno mi è rimasta questa gioia…

Solo allora Francesca aveva capito chi fossero tutte quelle persone strane che a volte passavano a casa. Zitti in ingresso, o seduti in cucina col tè in mano, ascoltavano la nonna che parlava dei suoi successi… poi lasciavano buste di soldi e se ne andavano, senza spiegare niente.

La nonna non rifiutava, ma metteva via. E così, finita la scuola, comprò alla nipote un grande appartamento luminoso.

Ecco, bambina. Questa è leredità dei tuoi. Di tuo padre e tua madre…

Ma Francesca non voleva andarci a vivere. Restò con la nonna.

Perché, Franci? È una bella casa, centrale, vicino alla scuola, dieci minuti a piedi… Smettila di fare la testona!

Non voglio lasciarti! O vieni anche tu, o resto qui!

Alla nonna non andava di lasciare la sua casetta, piena di ricordi. Ma si convinse quando comparve sua nipote, Giulia.

Francy, ci permetti di stare un po nella tua casa? Ti prego! Ho i bambini piccoli… E tu non ci vivi. Almeno così vi do qualcosa. E se puoi aiutarmi anche con la residenza, il comune mica prende i bimbi senza…

Giulia era sveglia e caparbia, e la nonna di Francesca la definirà una volpe travestita da pecora.

Non darle retta, Franci! Siamo parenti, sì, ma quella sa sempre trarre vantaggi. Guardati le spalle!

Nonna, ma povera… ha i bambini!

E allora? Sono suoi! Tu pensa a te!

Francesca ascoltava, ma non riusciva a dire di no ai piccoli, Massimo e Lisa. Le si stringevano addosso, sentivano che lei li amava, e non volevano mai andar via quando la madre li recuperava:

Dai, non fate i capricci! Francesca non è la tata!

Ma Francy non riusciva a essere egoista. Non era giusto avere un appartamento vuoto mentre Giulia e i figli giravano come zingari. Siamo parenti! Non si lascia così… ripeteva lei.

La frase la perseguitava, fin da piccola: se il papà di Francesca fosse stato più umano, forse la mamma sarebbe stata viva.

E Tania, per tutta la vita, cercava solo una cosa dalla nonna: Brava! Così si fa, come una volta. Sei una persona, ne vado orgogliosa!

Quella era la miglior soddisfazione. E pensava che anche con Giulia dovesse comportarsi così… ma stavolta la nonna fu categorica.

Non hai capito niente, Franci!

Ma non è giusto lasciarla buttare soldi per le case in affitto, no?

Sì che è giusto! Non te la ricordi la favola della volpe e del nido di ghiaccio? Io sì!

Nonna…

Basta, niente discussioni! Giulia nella tua casa non ci abita! Ci andiamo noi, punto e basta.

Ma non volevi cambiare casa!

Ora sì. Tu non devi dare tutto a chiunque lo chieda, non è cristiano! Giulia è una che si rialza subito, saprà tirare avanti bene e anche meglio di noi. La casa avrà modo di comprarsela! Serve tempo. Serve che la fa da sola. Se le dai tutto, non ci arriverà mai. Tienilo a mente, bambina: meglio una canna da pesca che una trota, sempre!

Ma non è bello pensarla così?

Forse no… Ma almeno evitiamo i casini domani. Tu lascia fare a me, così litighi meno. Lascio che sia arrabbiata con me, tu non centri. Te lo chiedo per i suoi figli. Che abbiano una zia che li ama. È importante, più di quanto credi: bisogna che ci sia sempre qualcuno a cui importi di noi.

Ma Giulia li ama, i suoi figli!

Ovviamente! Ma cosa cè di male se un altro li ama ancora di più? Ogni piccola goccia damore, anche la più minuscola, è un tesoro. Non dimenticarlo, Franci!

La nonna aveva, come sempre, ragione.

Alla proposta della nonna di vivere in casa sua, Giulia sospirò solo.

Lo sapevo che non lavreste mai lasciata sola, Francesca…

Volevi approfittare di lei?

No! Siete lunica famiglia che mi resta!

E allora resta con noi, che ti aiutiamo, lo sai bene!

Lo so…

Giulia cara, capisco tutto. Ma Francesca è unorfana. E io davanti alla mia piccola, quando sarà il momento, dovrò rendere conto. Quindi… puoi vivere a casa mia, ma solo per un po. È piccola, lo so, ma buona. E il quartiere meglio di così non esiste. Scuole, parco… Cosaltro vuoi?

Grazie. Sia per la verità, che per la casa.

Non sei mica estranea, Giulia! Ricordatelo!

Traslocarono, e Francesca e la nonna si misero a sistemare il nuovo appartamento.

Ma si sa, il tempo non aspetta. Scappa via, senza chiederti cosa vorresti.

Francesca avrebbe voluto che la nonna si godesse un po la vita, ma il destino decise altrimenti.

La nonna andava quasi ogni giorno in ambulatorio, proprio sotto casa.

Praticamente mi danno il cartellino, scherzava, contando le ricette.

Non stava bene, ma ci andava da sola, rifiutando laiuto di Francesca.

Non sono mica da buttare! Tu occupati dei tuoi ragazzi! Ce la faccio, stai tranquilla!

Francesca avrebbe poi rimpianto di non esserci stata…

Una delle tante giornate dinverno. Le strade di Roma piene di ghiaccio. Bastò un attimo: la nonna scivolò vicino al portone dellambulatorio, batté la testa e perse conoscenza. La gente ci passava davanti ognuno troppo di fretta. Chi mai avrebbe avuto il tempo di fermarsi per una vecchietta riversa per terra?

Fu un tassista, trovando nella borsa un biglietto con indirizzo e cellulare, a chiamare Francesca… Ma era troppo tardi.

La nonna se nera andata il giorno dopo. Francesca passò quelle ore in corridoio, insieme a Giulia arrivata durgenza, abbracciandosi forte.

Come farò senza di lei, Giuli?

Ma che dici! Speranza sempre! provava a rincuorarla, sapendo bene che non serviva.

I dottori avevano occhi bassi; Giulia capì presto che non cera più nulla da fare.

Francesca, a lei non sarebbe piaciuto vederti così!

Così come?

Così disfatta! Era una roccia, e ti voleva forte anche a te, vero?

Già…

Quindi su, dritta! Per lei…

Cercherò…

E da quel momento, la vita di Francesca cambiò allimprovviso e fu tutta sulle sue spalle.

Ne accaddero di cose…

Arrivò Alberto, con cui Francesca visse quasi cinque anni e da cui ebbe due figli. Quando finì, fu senza drammi; lui era un uomo onesto: si era innamorato di unaltra e lo confessò subito, assicurandole che avrebbe comunque aiutato sempre i figli.

Siamo amici, vero Franci? disse senza guardarla, mentre riempiva la valigia.

Certo… Ti ascolti, Alberto? lei si sentiva come quel giorno del tassista. Ma non riusciva nemmeno ad arrabbiarsi.

Ma con chi? Perché era stato sincero? Per laltra? Succede. I bambini amano il papà…

Francesca non chiese altro. Gli aiutò a chiudere la valigia e lo salutò.

Poi dai figli, chiamò Giulia e disse solo:

Vieni…

Giulia ormai viveva nella casa della nonna, lavorava in ospedale come caposala, si stava godendo un attimo di pace con la figlia… Pronta a borbottare, sentì il tono di Francesca e disse solo:

Arrivo subito!

Mezzora dopo coccolava Francesca, incavolata nera con Alberto e tutta la sua famiglia.

Non piangere! Che se la goda! sbottava Giulia Lascia perdere! Tanto sarebbe finita comunque!

Ma perché?! Cosa ho fatto?!

Niente! È fatto così lui. Un egoista di razza. Scusa la parola, ma è la verità! Che sia tu o unaltra, avrebbe sempre fatto così. Almeno non rinnega i figli! Non è tanto, ma meglio di niente! Il mio ex non chiama mai, manco a Natale… E sono solo io, la mamma e il papà… Che roba è!? Massimo avrebbe bisogno di un padre… invece non c’è mai stato…

Giulia, che devo fare?

Non litigare. È lunico consiglio vero. Tutto passa, ci vuole solo tempo.

Non dire che il tempo cura…

Chi lha mai detto?! Non cura proprio niente. Ma qualcosa di nuovo arriverà, e coprirà quel dolore. Non lo cancella, ma lo nasconde piano…

Da dove ti viene tutta sta saggezza?!

Un regalo della tua nonna! Sapeva spiegare tutto così bene che non restavano domande. È la sua di saggezza, non mia! Ormai viva resta, finché la ricordiamo Quando parlo sento lei accanto, come ora sento te.

Grazie, nonna Francesca si soffiò il naso, sorridendo per la prima volta.

Giulia aveva ragione. Francesca, tra una corsa e laltra, smise di struggersi.

Alberto restava sempre presente coi figli, portandoli nel week end, facendo in modo che non si sentissero mai trascurati.

Quando disse che sarebbe arrivato un altro bambino da lui e la nuova compagna, Francesca non batté ciglio.

Sono contenta…

Grazie, Franci!

Di che?

Della tua reazione. Sei una donna straordinaria!

Lo so già! riuscì a sorridere perfino.

Poi, poco dopo, arrivò unaltra notizia.

Giulia! Ma come hai fatto?

E come vuoi che sia successo?! Pure tu una volta eri sposata… Serve spiegare? ridacchiava, lo sguardo però era preoccupato.

Dai! Ma il padre…?

Che importa? Appena saputo del bambino, si è volatilizzato. Pace allanima! Tanto non faceva per noi…

Ma sei matta?! Doppia sorpresa!? Che facciamo ora, Giulia? Dei due che hai ce la farai, ma quattro…

Giulia sparì in bagno, lasciando Francesca con i ragazzini che facevano sparire le caramelle dal vaso.

Ehi piccoletti! ordinava Massimo Pari per tutti! Niente invidia! Zia Franci, perché sei così seria? Prendi una caramella anche tu! Ti fa sentire meglio!

Guardando quegli occhi pieni di vita, Francesca prese la decisione che molti avrebbero bollato per folle.

Sei pazza! Giulia aveva in mano il rogito e scrollava la testa Non posso accettare…

Ma sì che puoi! Francesca, guardando il notaio, sorrideva È la cosa giusta, Giulia. E la nonna capirebbe. I tuoi figli sono speciali… E devono avere una casa. Almeno questa. Il resto arriverà.

La casa della nonna ora era di Giulia, e aspettavano insieme i gemelli.

Sabrina e Martina nacquero puntualissime. Minuscole ma già caparbie: “Due vere canaglie”, sorrise lostetrica. “Come le chiamate, mamma?”

Una come mia madre, Sabrina. Laltra come la zia, Martina.

Una gran donna quella zia, se dai il suo nome a una figlia…

Era speciale! Senza di lei, questi bambini nemmeno ci sarebbero.

Giulia lasciò lospedale, accolta dai suoi figli e da Francesca.

Siamo diventati ancora di più! sussurrò Francesca, sollevando il lembo ricamato della coperta. Che belle che sono!

Speriamo solo siano felici… abbracciava i figli, ma dentro aveva una paura che la divorava.

Se solo lavesse detto a Francesca, se fosse corsa dal dottore, tutto sarebbe andato diversamente.

Ma una madre non pensa mai a sé.

Giulia si sentì male una settimana dopo il parto. Chiamò Massimo, già pronto per andare a scuola, e indicò le culle.

Guardale tu. Sto chiamando lambulanza. Avvisa Francesca. Non ti spaventare. Zitta, non fare preoccupare Lisa…

Non riuscirono a salvarla.

Il cuore, silenzioso per una vita, non la sostenne più.

Ancora una volta, Francesca dovette scegliere. Ma a chi poteva mai affidare quei bambini? Pensava alle parole della nonna: Per ogni decisione e parola bisogna rispondere. Così aveva cresciuto anche i suoi figli.

E se è giusto così, non cè altro da dire. I bambini devono crescere insieme, punto e basta.

Alberto le dette una mano. Trovò un bravo avvocato, la aiutò coi documenti, si occupava dei figli quando lei correva tra uffici dimostrando di essere allaltezza.

E tua moglie non ha da ridire?

No. Anche lei è mamma. E poi ha capito una cosa semplice:

Quale?

Che da te non tornerò più, vero?

Vero.

E allora, che le importa più? sorrideva Alberto Senti, Franci, sei sicura?

Di che?

Che sei sei… sono tanti…

Ma chi lo è mai davvero, sicuro? Io ho paura, Albe, sono in panico! Ma non potrei fare diversamente. Li sento miei, non li posso dividere o lasciare…

E di che hai paura?

Tu dici niente? E se non ce la faccio? Sono da sola…

Non sei sola, se vuoi. Ti aiuterò. Te lo devo, ricordi? Alberto le asciugava le lacrime Non piangere! Ce la faremo. E sai, Franci?

Dimmi?

Donna come te non lho mai conosciuta. Sei inarrivabile, lo sai?! Non cè da avere paura. Tu sì che puoi farcela! Altri no, ma tu sì!

Speriamo, Albe, che il buon Dio ti ascolti!

Ma lui ascolta tutto, lo sai che cè la nonna a spiegargli le cose lì su.

Eh! Verissimo! sorrideva Francesca, finalmente, dopo tanto tempo.

Poi la vita riprese complicata.

Francesca si teneva a galla, ma di notte lasciava andare le lacrime, proprio come da bambina, ci dava di cuscino finché non si addormentava.

Dimmi tu, nonna, che faccio? Come si fa? Tu sapevi sempre tutto…

E come magia, la mente le suggeriva una frase, un pensiero… magari da completare, ma abbastanza perché si rasserenasse e cadesse in un sonno breve ma pieno di forza. I bambini crescevano e per loro Francesca era tutto il mondo. Tutti sapevano: qualunque cosa accadesse, si andava da lei. Lei capiva, trovava una soluzione, perdonava. Mai avrebbe fatto male.

Anche oggi, vedi, Sabrina stringeva la gatta trovata, scuoteva la testa al commento della vicina:

Vedrai che Francesca ti butta fuori, con quella bestia! Guarda che schifo, Sabrina! Quella lì avrà pure la rogna! Lasciala stare!

No! Sabrina guardò il fratello maggiore, poi la porta dentrata.

Quel giorno Francesca doveva portare i bambini allo zoo di Roma. Si era alzata presto, preparato la colazione, messo in pista tutti, e in meno di unora era pronta a partire. Mandò i più piccoli con Massimo in cortile.

Falli andare sulle altalene, Massimo! Due minuti e arrivo! Dove ho messo le scarpe da ginnastica vecchie?

Guarda nellarmadio di Lisa! Lei ha riordinato! Noi scendiamo! Massimo accompagnava le sorelle, si voltava Mamma! Metti un po di mascara anche sullaltro occhio che sembri strana! E non ti agitare. Penso io a loro.

Francesca si aggirava per casa. Trovò le scarpe, sistemò anche le labbra, che di solito lasciava al naturale nei giorni liberi. Tanto ormai… perché non piacersi, almeno per sé stessa? Il pensiero la sorprese.

Da un po aveva imparato: puoi correre dietro ai figli lamentandoti per una maglietta sporca di gelato

Oppure cambiare prospettiva: prendersi un cotone zuccherato, comprare un altro gelato per tutti, e dichiarare:

Io vado a vedere lelefante! Chi viene con me?

E tornare bambina per un giorno, come quando ci andava con la nonna: il succo di frutta fatto in casa sedute sulla panchina davanti al recinto ora era lei a bollire il succo, a preparare i panini. I suoi figli lavrebbero fatto per i loro. Ed era giusto così.

Si guardò allo specchio, prese lo zaino, uscì di corsa.

La vicina, che saliva le scale, la salutò maliziosa.

Vai, vai, Francesca! Che oggi ti aspetta una bella sorpresa!

Sabrina le corse incontro, porgendole il tesoro.

Mamma! Guarda che bella!

Cosa poteva rispondere Francesca?

Niente.

Prese la gatta per la collottola, la squadrò, sospirò.

Lo zoo è rimandato. Oggi abbiamo un nuovo tigrotto in casa. Max, dovè la clinica veterinaria più vicina? Andiamo!

Sarebbe comunque stato un grande giorno. E se quella volta non vedevano lo zoo, pazienza: con quella gatta spelacchiata ma fortunatissima, dopo qualche mese ci sarebbe stata in casa una regina, bella e coccolona, che avrebbe portato unaltra goccia di felicità… e un oceano intero di sorrisi.

E nessuno si sarebbe stupito. Perché lavevano già imparato bene: dove cè amore, ce nè sempre abbastanza per tutti.

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