Le chiavi
Lo amo! E tu vieni a parlarmi di sciocchezze! Non voglio sentire niente! È solo invidia la tua, ecco perché ti impicci della mia vita! Lasciami in pace! Fatti gli affari tuoi!
Francesca non stava urlando. Gridava talmente forte che persino il signor Vittorio, il vicino un po sordo intento da ore a sistemare la sua Vespa in garage, si voltò incuriosito. E lui, curioso non era mai. Segno inconfondibile: Francesca aveva proprio superato il livello di decibel sopportabile dal quartiere.
E di motivi per perdere la pazienza, Francesca si riteneva unesperta. Oddio, almeno nella sua testa.
Perché linnamoramento, per lei, era uno stato dellanima. Le pause tra un amore e laltro seppur brevi, brevissime potevano accorgersene solo due persone: sua madre e sua sorella. Ma la mamma non cera più, e la sorella, Silvia, si rifiutava di capirla.
Eppure, senza questa benedetta emozione che le ribaltava lesistenza, Francesca non viveva, ma vegetava. Lo sguardo perso, i pensieri troppo sparpagliati per concentrarsi su qualcosa, i nervi un disastro tale che in ufficio le colleghe le lanciavano sguardi preoccupati.
Ma dovresti prenderti una camomilla, Francesca Sei diventata davvero intrattabile
Francesca, a sentire queste cose, mordeva il labbro e pensava a tutto tranne che a rassegnarsi. Loro sì, che avranno mariti a casa, figli che scorrazzano di qua e di là E lei? Niente! Né marito, né casa delle meraviglie! Cè solo suo figlio, certo, ma definirlo un successo sarebbe stato come chiamare la mamma di Vercelli la regina Elisabetta. I cugini? Figurarsi: la prole di Silvia era una collezione di premi e soddisfazioni. Il maggiore, Gabriele, calciatore e primo della classe; la più piccola, Chiara, cantante e ballerina, sempre in giro per concorsi e festival. Chiara, sui dieci anni, era già stata in mezza Italia. E Francesca? Giusto una gita a Rimini negli anni ’90.
Che ingiustizia! Da bambina anche lei aveva tentato mille attività, ma se dopo tre lezioni si annoiava, via! Si cambiava rotta. Dopotutto, si vive una volta sola e a servire la felicità sul piatto dargento, nessuno ci ha mai pensato.
Questa verità Francesca la sapeva da sempre. Guardava Silvia sui libri, scuoteva la testa indossando i jeans nuovi:
Guarda, Silvietta, finirai per imparare tutto a memoria, ma poi chi ti vorrà sposare?! Lo diceva pure la nonna che la donna non deve essere più sveglia delluomo!
Ma che ti importa? Gli uomini per ora non mi servono a niente! E nonna non lo diceva così.
Sì che lo diceva! Io me lo ricordo!
Ricordi male, cara. Diceva che una donna intelligente non deve far pesare la sua superiorità, se ama davvero. Non è la stessa cosa.
Uffa! Smettila e vieni a farmi la piega! Mi aspetta Andrea!
Francesca scappava per il suo ennesimo appuntamento e Silvia con un sospiro si tuffava su una nuova lettura. Succedeva che la casa, per un paio dore, diventasse un paradiso di pace.
La sorella, tutto sommato, Silvia la voleva bene, come solo tra sorelle ci si può voler bene. Francesca, con il suo cuore un po scompigliato, incerta e sempre a corto di autostima, di certo non era cattiva. Tuttaltro: generosa, dolce, spesso la si trovava a ospitare animali trovati per strada. Due gatti, un cane: e tutti ebbero da lei cure degne di una clinica veterinaria di lusso. I genitori, rassegnati, avevano imposto solo il limite che la casa non si trasformasse in una succursale del bioparco. Francesca accettò: niente altre bestiole, ma quelle che c’erano, le accudiva solo lei, senza mai coinvolgere Silvia per portare fuori il cane o pulire la lettiera. Qualche volta, sì, sembrava più affezionata agli animali che alle persone.
Chicca, la mamma ci chiede di andare a trovare la nonna per aiutarla un po con le pulizie.
Vacci tu, io ho da fare!
Cosa mai?
Ma che importa?! Cose importanti! Tommaso zoppica, lo porto dal veterinario.
Zoppica da una settimana!
E allora?! La nonna ancora se la cava. Tommaso invece è un gatto! Lui dipende da me!
Dopo il litigio, Silvia partiva da sola per la casa della nonna e Francesca si infilava la maglietta più nuova per andare dallultimo fidanzato, con la scusa del veterinario. Povero Tommaso.
Le due sorelle conclusero la scuola in modo diverso. Silvia con la lode; Francesca onestamente, passò, e tanto bastava.
Per la scelta lavorativa, Francesca non ebbe dubbi: voleva diventare pasticcera. La passione per dolci e decorazioni era roba antica: restava incantata davanti alle vetrine delle pasticcerie, importunando i genitori finché non acquistavano almeno una sfogliatella, che però appena arrivata a casa regalava volentieri a Silvia, dopo aver contemplato il capolavoro di glassa e zucchero.
Le strade delle sorelle si separarono. Silvia si trasferì dalla nonna, malata e bisognosa di compagnia. Lì, vicino alla Statale di Milano dove studiava. La nonna, tutta contenta, aveva compagnia e Silvia dormiva unora in più la mattina. E soprattutto: pace. Silvia adorava la nonna, la rispettava e la presentò pure per prima al fidanzato Paolo.
Tranquilli, ragazzi! Qui cè posto per tutti!
Il matrimonio arrivò presto. Niente sfarzi: semplice, allegro, e i due si sistemarono proprio lì. Lanziana nonna chiarì subito le sue intenzioni.
È giusto così, Silvia. A Francesca la stanza del nonno, quella nella casa vecchia. A voi il mio appartamento. Peccato non poter vedere i vostri bambini crescere Ci tenevo!
La nonna fu quasi esaudita: conobbe il primo pronipote e lo tenne in braccio almeno una volta. Se ne andò quando Gabriele compì due anni. Aveva combattuto un anno contro le conseguenze di un ictus, sperando di tornare almeno a parlare, ma il cuore non resse. Silvia la salutò tra le lacrime, era stata molto più di una nonna.
I genitori di Silvia non discutevano le strategie testamentarie dellanziana, trovando giusto che a godere della casa fosse la figlia che laveva assistita.
Francesca, da parte sua, non si oppose. Era immersa nellennesima storia damore e chi mai avrebbe avuto energia per questioni di eredità? Perché dove cera lamore
Amore, si fa per dire. Francesca ardeva di passione, ma lui la considerava più la donna delle pulizie che lanima gemella. Le faceva sistemare casa, cucinare, lavare, ma a dormire lì, nemmeno a pensarci.
Sono un vecchio scapolo, Francesca. Le abitudini sono dure a morire.
Occhi al cielo, il fidanzato le chiedeva almeno di spazzare la sua officina prima di congedarla con la scusa dellispirazione artistica.
Larte, Francesca, reclama ogni fibra di me! Lamore, il dovere, la stanchezza Tutto assieme, capisci? Sono stremato!
Francesca, con sentimento, assentiva, orgogliosa del suo ritratto un po storto che prendeva polvere in quellatelier. Più che un ritratto, era la prova che anche lei, almeno per qualcun altro, poteva essere una musa.
Il ritratto, ironia della sorte, divenne suo dopo che annunciò la nascita del bambino.
Quella mattina camminava per Corso Buenos Aires, accecata dal sole e felice. Aveva la testa tra le nuvole, desiderosa di raccontare la novità. Una nuova vita: era un miracolo, per lei.
Ma il miracolo si spense subito. Lui corrugò la fronte, la interruppe seccato:
Un bambino? Sei matta?
Fine della storia, banale come lautostrada in agosto. I sogni di Francesca si infransero e rotolarono ovunque; raccogliere i cocci non ci pensò nemmeno, né ricostituire il suo orgoglio calpestato. Chiese solo:
Posso almeno portare via il mio ritratto? Ricordo, sai
Glielo concesse con magnanimità, e quella stessa sera Francesca fece a brandelli la tela, tra i singhiozzi.
Tutto arriverà anche per me! Mentre tu poco probabile!
Che fine fece quelluomo, Francesca non lo seppe mai, né le interessava. Aveva altre gatte da pelare. Il bambino nacque, ma la realtà non era come nei sogni. Cercava in Paolo, suo figlio, la genialità paterna, invano. Il bambino era tranquillo, pacifico, insensibile a ogni tipo di inclinazione artistica: preferiva il pallone e gli scacchi. Scoprì da solo il club e vi andava dopo scuola, indifferente alle domande della madre.
Ma che ci vai a fare? Devessere una noia mortale!
Noia? Nulla affatto. Gli scacchi, per lui, erano come una danza silenziosa. Spesso, dopo una bella partita, si metteva a girare per la stanza, quasi ascoltasse una musica che sentiva solo lui e tutto ciò lontano dagli occhi della madre. Francesca queste danze non le digeriva.
I balli non sono roba da maschi, finiscila!
Solo Chiara, la cugina, intuiva quello che passava davvero nella testa di Paolo. Dei conflitti tra la mamma e la zia non capiva granché, ma la nonna ripeteva sempre che la famiglia è la famiglia, e non si rinnega. A che servisse, se poi Francesca non apprezzava la zia, non era chiaro, ma almeno Gabriele, il cugino, non lo turbava. Chiara però sì: questa sorellina strana sapeva toccargli il cuore e ascoltare la sua musica interiore.
Tu la senti? Chiedeva ammirata.
Sì, è sottilissima, eppure bellissima
Anche io Aspetta che ti faccio vedere!
E si lanciavano in danze buffe, complici come due anime in sintonia.
Ma la libertà di scegliere con chi stare raramente appartiene ai bambini. A Francesca bastava un niente per proibire incontri tra suo figlio e i cuginetti, ogni litigio era la scusa. Paolo, impotente, si difendeva come poteva: scenate e scioperi della fame, sapendo che la madre avrebbe ceduto:
Va dove vuoi! Non ti sopporto più, sempre lagnoso!
Non immaginava perché la madre e la zia litigassero. Non sapeva che, dopo la sua nascita, Silvia aveva dato una mano come poteva alla sorella, finché, alla lettura del testamento della nonna, Francesca la allontanò a male parole.
È ingiusto! Sono nipote come te!
Francesca, mica lho chiesta io la casa! Se vuoi, la vendiamo e dividiamo i soldi! Non voglio litigare
Tieni pure la tua elemosina! La nonna voleva più bene a te, perciò hai tutto! Io io non sono mai stata amata!
Ma che dici! E io? E la mamma e papà?
Che amore è, se non mi capite? Pensi che mi importi della casa? No! Voglio solo sapere che un minimo mi amate!
Francesca
Basta così! Non voglio altro!
Loffesa, quella sì che aveva messo radici. Anzi, uno splendido nido di risentimento che, quando meno te lo aspetti, tira fuori vecchie storie e piccole invidie mai smaltite.
Ecco, Francesca cara, ti ricordi di quando hanno regalato una bambola a Silvia, uguale alla tua, ma con labitino rosa, mentre la tua era verde? Cosine da niente, ma tu mica scordi; ti basta un niente per covarle tutta la vita! Bambole, vestiti, mascara Tutto serve, mattoncini per la casa tristissima delle tue illusioni.
Sul lato di Francesca, la casa reggeva come un fortino impenetrabile di ruggine; da quello di Silvia, due ramoscelli legati al volo, bastava un colpo di vento. E lei quel vento lo dava, sempre.
Per ogni Non mi sei sorella! Ma chi si comporta così?, Silvia a stento respirava per la rabbia. E sentiva la nostalgia di quando tutto era più semplice, di quando bastava un piccolo salto per ritrovare la sintonia dun tempo.
E poi, uno dopo laltro, i genitori scomparvero. Tutto insieme, in un solo anno, come se si fossero dati appuntamento. La disperazione si abbatté sulle sorelle come uno tsunami.
Silvia, ma perché? Erano ancora giovani! Meritavano altro!
Francesca, la vita non fa sconti. E la salute non la puoi trattenere. Abbiamo fatto tutto il possibile Il resto, beh, non dipende da noi.
Tutto storto, tutto sbagliato!
La vita non è mai equa quanto crediamo. Sembra che debba premiare chi si impegna, ma la realtà è unaltra
Ecco, verissimo!
Cedere la propria parte alla sorella diede a Silvia una tregua. Francesca sembrò sistemarsi, almeno temporaneamente.
Pensavo che ti prendessi anche questa casa
Francesca lo buttò lì, sistemando il cappuccio, evitando lo sguardo della sorella, davanti al notaio.
Ma come parli, Franci? Siamo o non siamo sorelle?
Non so, Silvia. Forse sì, ma tu non mi hai mai capita.
E tu non hai mai capito me Importa davvero?
Eccome! Francesca allargò le braccia. Se non ci capiamo, che stiamo a fare insieme?
Forse per provare a capirsi? Nulla viene regalato nella vita, lo sai meglio di me!
Certissimo! Lo so bene! Per te tutto va liscio: marito, casa, figli. Io sono sempre sola!
Non è vero E Paolo?
Paolo fa la sua vita. Io non lo vedo quasi più. Lavoro sempre, sta più con te che con me!
Da noi si trova bene, è sereno
Lo vedi? Vedi che sono una madre ignobile, vero? Però tu e i tuoi figli siete perfetti!
Oh cielo, Francesca! Ma ti ascolti?
Paolo, marito di Silvia, la trovò sola e in lacrime.
Perché mi tratta così? Che ho fatto di male?
Quando la strinse per consolarla, Paolo sussurrò:
Ha solo un brutto carattere. La vita non lha ancora messa allangolo.
A quelle parole, Silvia smise di piangere di colpo:
Ma non dire così! Se poi davvero le succede qualcosa? Io la voglio bene, Paolo Mi fa una pena
Questo è buono, sì.
Cosa?
Che provi pietà per lei. Perché ancora non capisce chi la ama sul serio, e forse mai lo capirà.
Ma io la amerò comunque, anche se lei non mi capisce! Silvia si soffiò il naso. Daltronde, chi deve farlo, se non io? Paolo è ancora piccolo.
Meglio un cattivo armistizio che una buona guerra. Silvia fece di tutto per mantenere il filo, ormai logorato e sbiadito, tra lei e Francesca.
Gli uomini nella vita di Francesca arrivavano, restavano meno di un espresso al bar e sparivano senza lasciare traccia, tranne amarezza e molti ma cosa ho sbagliato io?. Offriva se stessa con generosità, adattandosi ai gusti del partner di turno: caccia? Imparava a sparare. Pesca? Si ingegnava con gli ami. Era sempre pronta a consegnare le famose chiavi della sua felicità, peccato che nessuno abbia mai voluto davvero accettarle
Paolo, il figlio, durante questi tormenti materni, stava spesso da Silvia. Lei e Paolo (marito, sempre molto zen), lo trattavano come un figlio. Nella camera di Gabriele cera un letto a castello; sulla scrivania artigianale, doppio computer, e la sera i ragazzi giocavano urlando:
Chiara! Sei troppo rapida! Dai, facciamo una squadra! Contro di te è impossibile!
Silvia, aggiornata sui progressi scolastici del nipote, sospirava al telefono:
È un genio, Francesca! Dovresti iscriverlo a una scuola di matematica.
Sta bene dovè! Così sta con Gabriele, e io so sempre a chi chiedere le notizie. Ma tu mi aiuti!
Gli costa tanto tempo andare avanti e indietro; se dorme da noi è più rilassato.
Fai pure! Lo sai che ho mille cose da sistemare.
Capisco. Va bene, rimane qui.
Grazie! E poi, ora che cè Marco Ha accolto Paolo come un figlio, vuole che siamo una famiglia!
Ti ha fatto la proposta?
Non ancora, ma ci siamo! Non fatemi più la guerra, datemi fiducia! È la mia occasione!
Silvia non era per niente convinta di Marco. Un tipo tutto dun pezzo, con lumorismo ambiguo e la battuta sempre pronta, ma che spesso lasciava un retrogusto amaro. Non faceva differenza se il bersaglio era lei, il marito o peggio ancora Paolo. Ma Francesca era letteralmente accecata.
Quando saltò fuori che Marco insisteva per vendere la casa di Francesca, Silvia la scoprì quasi per caso.
Tornando a casa, inciampò nei soliti scarponcini disseminati nel corridoio. Quattro paia, tutti infangati: la casa, più che una casa, un campo scout. Chiara spuntò dalla stanza dei ragazzi tirando una faccia che era un indecifrabile misto fra rimorso e panico.
Mamma
Che è successo?
Niente, ma Prego, non ti agitare! È Paolo. Gli abbiamo messo il ghiaccio, ma il livido non passa
Silvia non ascoltò altro, si precipitò nella cameretta, salì sulla scaletta e si sedette accanto a Paolo sul letto a castello.
Scendi un attimo. Parliamo.
Non voglio!
Ecco, la situazione era grave. Silvia, dopo aver mandato tutti in cucina a sistemare la spesa, tornò su, si mise il pigiama e salì di nuovo:
Fatti spazio! Si sdraiò vicino a Paolo, lo abbracciò e sfiorò con tenerezza il suo occhio viola. È stato Marco, vero?
La risposta era scontata. Paolo piangeva, aggrappato alla zia; qui, almeno, nessuno avrebbe pensato che si stesse lamentando per nulla. E, in effetti, era stato difendere sua madre che gli era costato uno schiaffo e il commento sprezzante:
Mi vuoi insegnare la vita a me? Sciacquati il naso! Non intervenire quando parlano i grandi!
Paolo, a quel punto, aveva capito alla perfezione: anche questo uomo non amava veramente sua madre. Era solo una questione di convenienza.
Nel frattempo, Chiara aveva cercato di spiegare con la sua semplicità:
Se uno ti vuole bene si vede, no? È come la musica. Tu la senti sempre, Paolo!
E lui, malinconico:
Devessere molto difficile da sentire, allora.
Pensi che la tua mamma non la senta?
Vorrebbe tanto, ma non ce la fa.
Silvia, sentito tutto, chiamò subito Francesca per affrontare la situazione:
Ma chi ami tu, Francesca?! Quello che ha picchiato tuo figlio? Come puoi scegliere sempre la strada peggiore? Povero Paolo, più maturo della madre! Lo vuoi capire che la felicità ce lhai già attaccata sotto il naso?
Lui non è nemmeno più mio figlio, è tuo! Sta sempre con voi! È colpa tua se ci allontaniamo!
Cosa ti ho mai portato via io?
La mia vita! Le mie chiavi!
Quali chiavi?
Per un istante Silvia vide la scena dallesterno: due sorelle litigano sotto casa, per strada, davanti a mezzo condominio. Ma ti pare normale? Era questo che volevano mamma e nonna?
Così, con voce più pacata, ripeté:
Che chiavi, Francesca? Che intendi?
Le chiavi della felicità Francesca singhiozzava ancora. Tu ce le hai tutte! E io?
Per la prima volta Silvia capì. Si avvicinò e labbracciò, come faceva la mamma.
Vieni qui! Francesca, dai Ma guarda che sei
Scema, è quello che vuoi dire? Francesca provò a divincolarsi, ma Silvia la teneva stretta.
No! Non sei scema! Solo fragile. Bisognosa daffetto. Lo capisco, davvero. Solo, non capisco come si possa anteporre uno sconosciuto a tuo figlio. Non è giusto! E le chiavi io non ti ho rubato proprio niente! Anzi, faccio fatica anche solo con le mie! Però la differenza tra noi cè.
Quale?
Tu cerchi sempre di consegnare le tue chiavi a qualcuno; io le tengo ben chiuse in tasca.
E qual è la via giusta?
Boh. Ce lo dirà la vita. Forse.
Ha già risposto, temo Francesca sospirò. Che faccio ora? Non servo a nessuno!
Servi a me! E a Paolo, che dovrebbe bastare, no?
Non lo so
Comincia da qui. Il resto arriverà. Fidati.
E se non arriva?
Allora vuol dire che hai tutta la vita a disposizione, ma cerchi daprire la porta sbagliata. E le vere chiavi rischi di lasciarle chiuse fuori. Vuoi viverci davvero tutta la vita sul pianerottolo, invece di entrare?
No!
Brava! Vai da tuo figlio?
Non mi perdonerà mai.
Eh, Francesca! Paolo capisce il mondo meglio di sua madre, giuro. Ma sarà dura. Sei tu che devi darti una mossa, non aspettare che lo faccia lui.
Immaginavo
Allora decidi: sei sua mamma o solo una lontana parente? Dai, su! Paolo, passami i fazzoletti dal cruscotto! Francesca, tira fuori la grinta e sistemati! Andiamo! I bambini ci aspettano!
Un giorno, lo avrà anche lei un nuovo compagno. Un uomo saggio, capace di capire Paolo e di prendersene cura davvero, legandolo a sé più che un padre vero. Paolo, anni dopo, dal binario della stazione, saluterà la famiglia prima di partire per lavoro; stringerà la mano al patrigno e gli dirà semplicemente:
Prenditi cura della mamma!
E luomo, con le tempie argentate e un sorriso sincero, risponderà:
E tu stai attento, ragazzo! Noi ti aspettiamo.
Lo so!






