Grazie a Dio, ce l’ho fatta ad aspettarti! – la nonna respirava affannosamente, ma il suo volto era illuminato da una felicità genuina. Accarezzando dolcemente il viso del nipote con le sue mani sottili, le lasciò scivolare sul piumone.

Grazie a Dio! Ce lho fatta, finalmente! ansimava la nonna, ma il volto le si illuminava di una gioia autentica. Con le mani asciutte e tremanti accarezzò teneramente il viso del nipote, poi le lasciò cadere leggere sul copriletto.

Riposati un po, nonna, le sussurrava Enrico dolcemente. Domani abbiamo tutta la giornata per chiacchierare quanto vorrai.

No, Enrico, sorrise dolcemente la nonna, con una tristezza sulle labbra. Ho solo chiesto una cosa al Signore, solo una: rivederti. Non mi serviva altro vederti, abbracciarti. Ora posso riposare un po, poi parleremo. Chiuse stancamente gli occhi. Tina, dai qualcosa da mangiare al ragazzo, è venuto da lontano.

La nonna stava male. Sapeva che il suo tempo era poco. Enrico era lunica famiglia che le era rimasta, come lei lo era per lui. I genitori di Enrico erano scomparsi nel nulla, sacrificando ogni bene alla bottiglia, prima la macchina, poi i mobili, i vestiti, infine lappartamento. Lultima cosa che offrirono furono loro stessi. La nonna riuscì a strappare Enrico a quel destino appena in tempo, gli fece finire la scuola, lo convinse a prendere la patente sia per le auto che per i furgoni, e poi lo vide partire per il servizio civile. Oggi lo aveva riabbracciato. Non era così che immaginava il loro incontro, ma non poteva scegliere.

Mentre Tina, la vecchia vicina e amica della nonna, gli offriva una cena calda in cucina, la nonna, occhi chiusi, cercava le parole giuste, quelle che arrivano al cuore e alla mente. Ma la memoria si confondeva. Accarezzava piano Minù, la sua gatta fedele, che negli ultimi giorni non si era mai allontanata da lei, percependo qualcosa nellaria. Infine chiamò piano:

Enrico, vieni qui. E quando lui si sedette accanto, parlò sottovoce: Sognavo di prendere in braccio i tuoi figli, Enrico, ma non succederà. Rimani solo. È dura da solo. Se trovi una brava ragazza non lasciartela sfuggire, scegli per la vita, per quella vita difficile che ti aspetta. Leggera non lo sarà mai, non lo è mai stata per nessuno, e così sarà sempre. Non dare spazio allozio e, soprattutto, stai lontano dal vino maledetto! Un solo parente che cade, e tutti ne soffrono. Le strade sono tante, Enrico, scegli quella giusta. Si fermò, forse a riprendere fiato, forse a ricordare i genitori perduti di Enrico. Poi si riprese: Ho lasciato a te lappartamento, così avrai una casa dove portare tua moglie quando sarà. I soldi per il funerale li ho messi da parte, Tina ti mostrerà dove. Gli altri risparmi li ho spostati sul tuo conto, ti basteranno per andare avanti un po. Abbi cura di Minù, non lasciarla sola. È intelligente, di buon cuore. Tu la conosci bene, lhai raccolta che era solo una gattina Ecco, mi sembra daver detto tutto. Vai a riposare, lo farò anchio sono stanca.

Il mattino dopo la nonna non si svegliò

Enrico trovò lavoro come tecnico-installatore di reti internet, grazie alla raccomandazione di alcuni amici. La squadra era composta da sei persone, tutte impegnate a tirare fibre ottiche e collegare nuovi utenti. Anche se tornava a casa esausto, il buon stipendio e la soddisfazione per il lavoro ben fatto compensavano la fatica.

A casa lo aspettava Minù, una gattina grigia che aveva trovato per strada otto anni prima. Dopo la morte della nonna, Minù si era chiusa nel suo dolore. Passava le giornate sulla vecchia poltrona della nonna, fissando il vuoto della porta come aspettando che la padrona tornasse. Ma la padrona non tornava.

Enrico cercava di distrarre Minù, le raccontava le sue giornate tenendola sulle ginocchia, le offriva bocconcini speciali. Ma solo dopo un mese la gatta sembrò risvegliarsi.

Quella sera Enrico aveva ricevuto il suo primo stipendio. Gli amici insistettero per festeggiare, una tradizione a cui non si poteva mancare, pena essere considerati dei veri tirchi. Enrico li invitò in un bar, offrì da bere e mangiare per tutti. Tornò a casa tardi, un po brillo. Alla porta lo accolse Minù. Stranamente, provava disagio a guardarla negli occhi, quegli occhi grandi e verdi che sembravano capire tutto. Cercava di evitare il suo sguardo, ma Minù non se lo lasciava scappare. Capendo la situazione, la gatta miagolò piano, con un suono triste, e si nascose sotto il divano.

Minù, provava a spiegare Enrico, non potevo dire di no ai miei amici, sono stati loro ad aiutarmi nel lavoro, e poi sono amici, dopotutto. Perché, chissà, sentiva di doversi giustificare più con la nonna che con la gatta.

Il giorno dopo Minù lo attese di nuovo alla porta; capito che il suo stato era normale, si strofinò affettuosamente alle sue gambe, avvolgendolo con la coda e facendo le fusa a tutto volume. Mangiò con appetito, per tutto il tempo lo seguì da una stanza allaltra, e dormì accanto a lui, appoggiandosi al suo fianco con fiducia.

Capisci tutto, eh Minù, sussurrava Enrico accarezzandola. Ma non preoccuparti, ormai sono grande, e posso rispondere delle mie scelte. Solo una cosa gli adulti non riescono a gestire: quando esagerano col bere. E io ne ho il terrore, sai, è nella mia famiglia Questa compagnia non mi va, bevono sempre, ogni occasione è buona: freddo, fatica, compleanni, perfino il giorno del bicchiere! Di venerdì è obbligatorio. Io mi tengo da parte, ma mi guardano già storto. No, mi sa che devo cambiare aria, ma dove trovo qualcosa? Da bambino sognavo di fare lautista, il camionista; ma la mia patente non basta, il bilico non è roba per tutti Chi mi prenderebbe?

Un altro venerdì, Enrico sedeva in un bar con i colleghi. Tutti festeggiavano la fine della settimana lavorativa. Enrico, come sempre, sorseggiava acqua frizzante e guardava, malinconico, gli amici ormai alticci.

Il loro tavolo era servito da una cameriera giovane, molto carina. I suoi colleghi la invitavano ripetutamente a unirsi a loro, il caposquadra la afferrò per il braccio e la tirò a sé. Spaventata, cercava di liberarsi, invano: lui era robusto e alterato.

Lasciala andare, intervenne Enrico alzandosi. Il brusio si spense discutere col caposquadra era inaudito! Questultimo, sorpreso, mollò la presa, la ragazza riuscì a scappare di qualche passo, osservando inquieta Enrico.

A sedare la tensione intervenne il proprietario del bar, un omone in camicia bianca con le maniche arrotolate fino ai gomiti. Vedendo lui, il gruppo si affrettò ad uscire, lanciando occhiatacce a Enrico.

Non avere fretta, ragazzo, lo fermò il proprietario. Fa’ respirare un po quei tuoi amici, forse rinsaviscono. Poi gli sorrise: E dimmi, cosa ci fai con quella gente? Ti ho visto, tu non bevi mai. Che ci fai lì?

La squadra… abbozzò Enrico. Lavoriamo e, insomma, usciamo insieme.

Lascia stare, borbottò luomo, presentandosi come Michele. Che compagnia è mai questa? Sai che chiamarla amicizia è unoffesa! Giulia, vieni, prepara un té come solo tu sai fare. Anche io voglio rifiatare un secondo.

Sua figlia? chiese Enrico guardando la cameriera.

Sì, mi dà una mano dopo luniversità. Sedettero allo stesso tavolo gustando del thé profumato da una vecchia teiera di porcellana. Ragazzo, quello non è il tuo posto. Farai meglio a cambiare lavoro, sennò ti divorano o, peggio, ti trascinano col bicchiere. Hai qualche qualifica?

Ho preso la patente ancora prima del servizio civile, ho guidato per tutta la leva. Sognavo i camion, le lunghe distanze, ma chi mi prende senza esperienza?

Subito no, concordò Michele, ma posso aiutarti. Conosco autotrasportatori veri, miei amici. Intanto, potresti lavorare con me, girerai col furgone per le consegne tra le città. Se ti impegni, col tempo sarai su grossi mezzi, ma dovrai prendere la patente superiore.

Va bene! sorrise Enrico. Michele gli piaceva sempre più gigante buono, tranquillo. E poi era il padre di Giulia, già solo questo bastava. Michele, notando che Enrico non tolse gli occhi da Giulia, le disse:

Giulia, grazie. Vai a casa, fatti accompagnare da Enrico. E sorrise vedendo le loro guance arrossite.

***

Cinque anni dopo, Enrico guidava un autoarticolato lungo una strada innevata. Mancavano ancora trenta chilometri alla città dove lo attendevano la moglie Giulia, la piccola Martina, e lirrinunciabile Minù, ormai vecchietta.

Sul ciglio della strada notò una figura solitaria: un uomo in giacca leggera, per niente adatta al freddo.

«Congelerà qui», pensò Enrico, fermando il camion.

Caposquadra? riconobbe, appena luomo si sedette.

Questi lo guardò con occhi spenti, gonfi di stanchezza e vino:

Ah, sei tu pausa lunga. Una volta ero il capo, ora non resta niente. La squadra è sparita, altri lavorano dove stavamo noi. Siamo rimasti in pochi: uno è morto assiderato, laltro annegato ubriaco, un terzo avvelenato dal liquido del parabrezza. Gli altri tirano avanti come me, di lavoro in lavoro. Tirò fuori una bottiglia di vetro, bevve un sorso, scosse la testa Eh, ma ce la faremo!

Enrico lo lasciò nei pressi della via principale e lo guardò allontanarsi, con un sorriso triste ricordò la sua arroganza ebbra

Giunto davanti casa, osservò le finestre dellappartamento. La cucina era illuminata: Giulia era sveglia e lo aspettava. Forse cera Tina, a fare compagnia, magari giocava con Martina; però Martina ormai dormiva, stretta nel lettino davanti alla foto della bisnonna. Amava raccontarle le sue piccole storie di scuola, i guai e le scoperte. Non importava se la nonna non rispondeva: aveva negli occhi un sorriso buono, che capiva tutto.

Sul davanzale, Minù osservava la notte oscura. Appena scorse Enrico, balzò giù, la coda dritta, e sparì per corrergli incontro alla porta.

Non sono solo, nonna sussurrò Enrico, sorridendo alle finestre. Tutti a casa, tutti insieme, e anche tu sei con noi. Questa è la mia strada.

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Grazie a Dio, ce l’ho fatta ad aspettarti! – la nonna respirava affannosamente, ma il suo volto era illuminato da una felicità genuina. Accarezzando dolcemente il viso del nipote con le sue mani sottili, le lasciò scivolare sul piumone.