Ho ormai cinquantanni e guardo indietro a una vita che sembrava in frantumi quando ero ancora una ragazza, una semplice studentessa a Firenze. Avevo appena scoperto di essere incinta del mio fidanzato di allora. Anche lui era uno studente, entrambe le nostre teste piene di sogni e nessuno dei due con un lavoro. Quando la mia famiglia seppe la notizia, la reazione fu immediata e dura: dissero che avevo disonorato la casa e che non avrebbero cresciuto un bambino che non era loro. Una sera mi costrinsero a fare la valigia. Uscii con una piccola valigetta, ignara di dove avrei trovato riparo la notte seguente.
Fu la famiglia di Matteo, il mio fidanzato, ad accogliermi a braccia aperte. I suoi genitori ci fecero spazio nella loro casa da subito. Ci assegnarono una stanza, stabilirono regole chiare e sottolinearono che lunica loro aspettativa era che continuassimo gli studi. Si occuparono loro delle spese, del cibo, delle bollette, anche delle visite mediche durante la gravidanza. Ero interamente affidata a loro.
Quando nacque nostro figlio, non fu mia madre ad accompagnarmi in ospedale, ma la madre di Matteo. Mi aiutava a lavarlo, a imparare a cambiare i pannolini, mi sosteneva nelle prime lunghe mattine insonni. Mi sostituiva nel prendermi cura del piccolo mentre io cercavo qualche ora di riposo per riprendermi. Fu suo padre a comprare la culla e tutto il necessario per i primi mesi di vita.
Poco dopo la nascita, furono proprio loro a parlare con noi con sincerità: non volevano che restassimo bloccati o che affondassimo nelle difficoltà. Mi offrirono la possibilità di studiare per diventare infermiera, pagandomi il corso. Accettai con riconoscenza. Studiavo la mattina e lasciavo nostro figlio a mia suocera. Matteo nel frattempo iniziò a seguire corsi di ingegneria informatica. Tutti e due continuavamo a studiare, mentre loro si facevano carico quasi completamente delle spese.
Sono stati anni di grandi sacrifici. La nostra vita era scandita da un ritmo ferreo. Niente agi, pochi svaghi. Spesso i soldi bastavano giusto per il necessario, ma non siamo mai rimasti senza un piatto di pasta o un abbraccio. Nei momenti di malattia o sconforto, loro erano lì: si prendevano cura del bambino per permetterci di sostenere esami, fare tirocinio o lavorare, se si presentava unoccasione.
Col tempo, iniziammo a lavorare: io come infermiera, Matteo nel suo settore. Poi ci sposammo, ottenemmo una nostra casa, e crescemmo nostro figlio insieme. Oggi che ho cinquantanni, il mio matrimonio è ancora solido, e nostro figlio è cresciuto conoscendo il valore del sacrificio e dellimpegno.
Rapporti con i miei genitori ne ho mantenuti pochi e distaccati. Dopo quel periodo non ci sono più stati scontri, ma il calore familiare non è mai tornato. Non porto rancore, ma i nostri legami non hanno più ritrovato la vicinanza di un tempo.
Se oggi dovessi dire quale famiglia ha salvato la mia vita, non sarebbe quella in cui sono nata. È quella che mi ha dato il marito, la famiglia di Matteo, che mi ha offerto una seconda possibilità e un cammino diverso da quello che temevo mi attendesse.






