Ho accettato di badare alla figlia della vicina per il weekend, ma ho subito capito: c’è qualcosa che non va nella bambina.

Certo, non cè problema! dissi con una sicurezza quasi da diva, osservando la nuova vicina che si era fermata sullo stipite con il cappotto chiuso fin sopra le orecchie.

Con un gesto un po nervoso sistemò una ciocca ribelle in una stretta crocchia. Tra le sopracciglia una piccola rughetta di preoccupazione, le labbra sottili tese come se stesse per dare una lezione di grammatica.

Accanto a lei cera la bambina. Minuscola, pallida, con quegli occhi enormi che sembravano racchiudere una stanchezza antica, decisamente fuori luogo sul volto di una bimba.

Grazie di cuore, Signora Lorenza, pronunciò la vicina con tono piatto, quasi recitato. Tornerò domenica sera. Per Ginevra non serve unassistenza speciale, è davvero ben educata.

Quella frase suonò artificiale, più come un comando di addestramento che come un consiglio di mamma.

Dentro di me qualcosa puntò, un lampo di ansia, quellintuizione che raramente inganna.

Ci troveremo un modo, sorrisi, cercando di nascondere la tensione. Spero che sua madre si riprenda presto.

Grazie, annuì laltra, porgendomi una borsa logora. Sono le sue cose. Il minimo indispensabile.

La borsa si rivelò stranamente leggera. Basta per due giorni, quasi niente. La bambina rimase immobile, gli occhi fissi sul pavimento, e tremò appena la madre si chinò verso di lei.

Comportati bene, non creare guai a Giulietta, comandò bruscamente la vicina. La sua voce mi fece sobbalzare: non è il tono con cui si parla ai bambini, ma a dei dipendenti.

Ginevra annuì silenziosa. Nessun ti voglio bene, nessun tocco di addio.

La donna si girò e si diresse verso un taxi senza voltarsi indietro.

Vieni, Ginevra, toccai delicatamente la sua spalla, quasi temendo di farla cadere. Ti presenterò il mio amico rosso, Micio.

La bimba scivolò quasi invisibile nel corridoio, come se non volesse lasciare impronte. Micio, che di solito considerava la casa una fortezza, apparve nella hall, annusò le sue scarpette e si strofinò contro le sue zampe con una teatralità quasi da modello.

Sembra che tu gli sia piaciuta, commentai, sorpresa. Di solito organizza unaudizione prima di accettare qualcuno nel suo regno.

Ginevra si sedette e accarezzò il gatto. Quando Micio iniziò a ronfare una canzone motrice, il suo viso si sciolse un po. Per un attimo era solo una bambina, non un piccolo spettro.

Mentre preparavo la cena, li osservavo di soppiatto. La piccola sussurrava qualcosa allorecchio rosso, e Micio la ascoltava con aria regale. Il cuore si strinse. Un ricordo di un altro volto infantile, altri occhi

Cinque anni prima la mia nipote, Alessandra, era sparita come se si fosse dissolta nellaria. Cadde dal passeggino mentre sua sorella parlava al telefono. Ricerche infinite, indizi che non portavano da nessuna parte. Due anni dopo la sorella scomparve in un incidente. Una ferita che non si è mai rimarginata. Ancora sogno le sue manine piccole che si allungano dal buio.

Vuoi un tè allo zenzero con una fetta darancia? chiesi, cercando di scacciare i fantasmi.

Lei annuì. Lo sguardo fisso sul tavolo.

Sì, per favore, mormorò appena udibile.

La cena si svolse come una stramba coreografia: cercavo di chiacchierare mentre lei mangiava con la cautela di chi è in unarea di ricognizione.

Quali fiabe ti piacciono? la interpellai quando il piatto fu vuoto.

Non lo so, rispose dopo una pausa. La mamma dice che i libri sono una perdita di tempo.

Qualcosa si strinse dolorosamente dentro di me. Come poteva una madre dire una cosa del genere?

Dal finestrino aperto arrivava il profumo di lavanda dal mio giardino e una risatina di bambini da una via vicina. Ginevra girò la testa verso il suono e nei suoi occhi si accese un lampo di malinconia.

Vuoi fare una passeggiata? proposi.

Scosse la testa.

La mamma non lo permette.

Ancora la mamma. Una donna che ha lasciato la figlia con quasi uno sconosciuto e se ne è andata senza guardarsi indietro.

Guardai il suo profilo delicato, le spalle leggermente incurvate cera qualcosa di strano, ma familiare, che mi colpiva al petto.

Prima di dormire la sistemai nella camera degli ospiti. Le finestre davano sul giardino, le tende ondeggiavano sotto un leggero vento.

Ginevra stava al centro della stanza con un pettine in mano lunico oggetto personale della borsa.

Ti aiuto? chiesi, indicando il pettine aggrovigliato.

Lei lo porse esitante. Iniziai a pettinare, con cura, senza strapparle i capelli. Il suo fusto era fragile, secco. Chiuse gli occhi. Un leggero tremolio percorse il suo corpo quando toccai la testa.

Fatto, sussurrai. Sdraiati, ti starò accanto finché non ti addormenti.

Davvero? Non vai via subito?

Certo che no. Sono qui.

Ginevra si accoccolò sotto la coperta. Micio saltò accanto a lei, accoccolandosi al suo fianco. Lei pose delicatamente la mano sul suo pelo.

Guardai il suo volto nella penombra e non riuscivo a smettere di pensare a quelle stesse linee del mento

Forse era solo un gioco della mente? Un dolore del passato che ancora perfora il presente?

La luna filtrava tra le tende, spargendo argento sulle pareti. Dal balcone si sentiva il gracidare dei grilli.

E la sensazione di qualcosa che non quadra cresceva. Dovevo scoprire cosa fosse.

Ginevra, colazione! chiamai, sistemando i piatti sul tavolo della cucina.

La bambina apparve sulla soglia, ancora con gli stessi vestiti di ieri. Capelli pettinati, volto pulito come se avesse fatto tutto da sola senza disturbarmi. Stranamente autosufficiente per una bambina di sette anni.

Vuoi succo darancia? dissi indicandole un bicchiere.

Lei lo guardò come se fosse la prima volta nella vita.

Posso? sussurrò.

Certo, risposi sorridendo, nascondendo la tensione. E anche crêpe con marmellata, se ti va.

Si sedette timidamente sul bordo della sedia, gli occhi fissi sul piatto. Ma non iniziò a mangiare.

Non aspettare me, inizia, la incoraggiai dolcemente.

Ginevra afferrò incerta la forchetta, spezzò un pezzo e lo portò alla bocca. Un lampo di piacere attraversò il suo volto, subito sostituito da una cautela abituale.

È buono? chiesi, sedendomi di fronte.

Annunciò con un cenno, senza alzare gli occhi.

Moltissimo, bisbigliò, quasi confessando un segreto proibito.

Finita la colazione tirai fuori album, colori e pennarelli.

Disegniamo? proponei.

Ginevra guardò le matite colorate come se fossero gioielli.

Non so disegnare confessò con voce colpevole.

Non importa. Disegna quello che vuoi. Per esempio, Micio.

Prendeva il pennarello con titubanza. Fingevo di sistemare la cucina, ma docchio la osservavo.

Il suo tratto diventava più sicuro. Ma il disegno era strano. Non un gatto, ma una casa scura con finestre sbarrate e una piccola figura dentro.

Il mio cuore si strinse. Mi avvicinai con cautela.

Bella casa, dissi dolcemente. È tua?

La bambina sobbalzò, girò la pagina in fretta.

No, lho inventata, la voce tremò. Posso disegnare Micio?

Certo.

Mentre disegnava il gatto, presi il cellulare di soppiatto e cercai bambini scomparsi ultimi 5 anni. Poi aggiunsi Ginevra. Migliaia di risultati. Quante vite perse?

Ginevra finì il disegno e me lo porse. Per la prima volta il suo viso si aprì in un vero sorriso.

Molto simile, commentai. Hai talento.

Si arrossì.

Il giorno trascorse tranquillo: pranzo, passeggiata in giardino, lettura. Ginevra si apriva piano piano, anche a ridere. Ma bastava menzionare la mamma o la casa e si chiudeva di nuovo.

La sera riempiei la vasca. Acqua calda, schiuma, qualche giocattolo.

Pronta! chiamai. Vieni, ti aiuto.

Ginevra entrò confusa, fissando lacqua.

Schiuma sussurrò. Come nuvolette.

Sì, bella, vero? Ti aiuto a lavare i capelli.

Giocava con lacqua, rilassandosi a poco a poco. Strofinai delicatamente i suoi capelli, cercando di nascondere il tumulto interiore. Sul suo collo cerano dei segni, vecchi ma profondi.

Quando fu il momento di risciacquare, appoggiai la sua testa allindietro e rimasi immobile. Sotto la linea di crescita dei capelli, una macchia di nascita: tre sottili strisce, come tracciate da un pennello.

Era esattamente quella della mia nipote scomparsa.

Che succede? chiese Ginevra, notando il mio fermo sguardo.

Niente, solo controllo che lacqua non entri nelle orecchie.

Va bene.

Il pensiero girava come un vortice. Coincidenza? O no?

Buonanotte, sussurrai avvolgendola nella coperta.

Buonanotte, rispose, aggiungendo: Grazie per la gentilezza.

Quando si addormentò, corsi al computer. Le dita tremavano mentre digitavo la password. Aprii le vecchie foto. Trovai quelle di mia sorella e della piccola Alessandra. Ingrandii una immagine di lei a un anno, vista di spalle: la stessa macchia a tre strisce, ben evidente.

Ancora una foto, Alessandra a due anni, che sorrideva alla fotocamera. Gli occhi la stessa striatura, gli stessi puntini dorati nelliride.

I dubbi sparirono. La bambina che dormiva nella stanza accanto era la mia nipote. Quella che era stata rapita cinque anni fa.

Stringi il pugno sulla bocca, trattenendo un grido. Cosa fare? Chiamare la polizia? E se la donna tornasse prima?

Se portasse via Ginevra e sparisse di nuovo per sempre

La mattina successiva la casa ci accolse con un silenzio nuovo non inquietante, ma rassicurante. Per la prima volta dopo anni non mi svegliai con ricordi opprimenti, ma con il caldo respiro di una bimba accanto a me. Ginevra dormiva serena, stretta a Micio, accarezzando il suo pelo. Il suo viso era rilassato, come se per la prima volta da tanto tempo avesse permesso al mondo di avvicinarsi.

Mi alzai con delicatezza per non svegliarli e andai in cucina a preparare la colazione. Laria era pervasa dal profumo di cannella, burro e latte caldo. Il giorno prometteva luce. Aprii la finestra unondata di aria fresca riempì la cucina di menta, rose e qualcosa di indefinibile la sensazione di casa.

Quando Ginevra si svegliò, mi osservò in silenzio dalla porta della cucina, stringendo al petto il suo nuovo amico. Le accennai con la mano.

Vieni, micino. Oggi abbiamo tanti piani. Dobbiamo scegliere un nuovo vestito, andare dal dottore per un controllo e se vuoi, possiamo fare insieme un album fotografico. Così ricorderemo tutto quello che ci aspetta.

Ginevra si sedette al tavolo, timida, ma già con un vero sorriso sul volto.

Posso fare foto con te e Micio? chiese.

Certo. E con la plastilina blu, e con tutto quello che vuoi. Creeremo nuovi ricordi.

Colazione, risate, disegni. Iniziai a insegnarle a fare biscotti semplici formava piccole palline di impasto, decorandole con piccole uvette. Ogni suo gesto era leco di qualcosa di perduto e ora ritrovato.

Verso sera chiamai i servizi sociali e organizzai la tutela legale. È questo il momento in cui rimani qui per sempre? chiese Ginevra.

Sì, tesoro, risposi. Ora sei a casa. Per sempre.

Si avvicinò, mi abbracciò in silenzio. Il silenzio era sereno, come la quiete dopo una tempesta.

Passarono settimane. La vita si stabilizzò. Ginevra andava dallo psicologo, dipingeva gatti e altalene rosse. Scegliemmo insieme una nuova scuola. Ogni mattina nutriva Micio, cuoceva torte con me e ricordava il nome del dottore che ci accompagnava.

Un giorno, tornando a casa, si fermò davanti alle vecchie altalene del nostro cortile. Mi guardò e disse:

Ricordo quando mi tenevi per non cadere.

Annuii, senza fidarmi del suono. Ginevra prese la mia mano, mi afferrò le dita e sussurrò:

Grazie per avermi ritrovata.

Capii allora che, nonostante le perdite, il dolore e la paura, era tornata. La mia nipote, la piccola luce che non si era spenta, ma era rimasta nascosta nella nebbia.

Nel giardino fiorivano margherite. Micio inseguiva farfalle. Noi sedevamo su una panchina a disegnare. Due anime che avevano sopportato la perdita. Due donne grande e piccola che di nuovo avevano imparato a credere nellamore.

Ginevra non temeva più il buio. Sapeva che in quella casa ci sarebbe sempre stata la luce e le mani calde a proteggerla.

E io sapevo che non avrei più permesso a nessuno di portarla via. Perché a volte i miracoli accadono, e basta avere la forza di credere in loro.

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