Il bambino venne al mondo proprio allo scoccare della mezzanotte. Proprio in quellistante, quando lorologio digitale della sala parto, lampeggiando con una luce verde, cambiò da 23:59 a 00:00. La dottoressa e lostetrica si scambiarono uno sguardo, mentre il neonatologo di turno afferrò in fretta il corpicino immobile e cianotico, lo adagiò sul fasciatoio e si precipitò a usare il dispositivo di aspirazione. Il piccolo non respirava. La partoriente, la testa appena girata, osservava distrattamente le manovre del medico.
Forse forse è morto? Non piange pensava confusamente, la mente ancora stordita dal dolore appena cessato.
Finalmente il neonato emise un pigolio flebile, appena udibile, che via via si rinforzò, trasformandosi in un pianto forte che si propagò lungo i corridoi silenziosi dellospedale in quellora spettrale. Medico, ostetrica e neonatologo guardarono il bambino in silenzio, assorti.
Era davvero insolito, quel bambino La sua colonna vertebrale, arrivata allaltezza delle scapole, si curvava in modo tale da formare due gobbe allungate quasi simmetriche, che si estendevano verso il basso fino a metà del torace.
Comè possibile? ripeteva stupito il neonatologo. Non ho mai, mai visto una cosa simile Non può essere Davvero, è impossibile
La mattina seguente, quando la dottoressa cercò di spiegare ad Alessandra le particolarità del suo neonato, lei inarcò le labbra in una smorfia.
Allora è pure mostruoso! Eh, che sfortuna
No, guardi Portatelo dove volete, io un figlio così non lo voglio. Già non lo volevo sano, figuriamoci Portatemi i documenti, vi firmo subito la rinuncia
E così, quando arrivò il giorno delle dimissioni, uscì dallospedale leggera, indifferente, come se nulla fosse. Suo figlio rimase lì, ignaro che la persona più vicina al suo cuore lo aveva già abbandonato.
Al brefotrofio lo chiamarono Giulietto. Proprio così, teneramente. Le educatrici gli mettevano camicette larghe, un po troppo grandi, per nascondere il suo difetto agli occhi degli altri.
Eppure, anche se avesse avuto una corporatura perfetta, Giulietto sarebbe comunque stato diverso dagli altri bambini che piangevano, urlavano, si azzuffavano e litigavano in continuazione. Nei suoi occhi azzurri, sovrastati da lunghe ciglia nere, cera una serietà che non apparteneva allinfanzia.
Spesso, guardar fuori dalla finestra, si immergeva in un ascolto profondo di se stesso, cercando, quasi dolorosamente, di cogliere e comprendere qualcosa che ancora gli sfuggiva.
Tutto accadde un giorno, quando la fila di bambini di due anni, tremolanti e disordinati, venne condotta a unattività. Giulietto sentì QUALCOSA. Dalla porta socchiusa dellufficio della direttrice usciva della musica. Non era quella delle solite canzoncine che i bambini imparavano a memoria alle lezioni di musica, su cui marciavano goffamente agitando le braccine. Era vento. Un vento tiepido e gentile che sembrava sollevarlo da terra, trasportarlo e cullarlo dolcemente.
Non cerano parole, ma cera unanima, unanima viva che abbracciava Giulietto e gli raccontava qualcosa di segreto, qualcosa che nessuno al mondo poteva o doveva sapere, tranne lui.
Si fermò nel corridoio, creando scompiglio nella fila perfettamente allineata, e cominciò a dondolarsi seguendo il ritmo della melodia, ignorando completamente gli altri bambini, i richiami delle educatrici che tentavano, invano, di spostarlo.
In quel momento, ogni cosa dentro di lui si sistemò. La voce che aveva sempre cercato tra le urla degli altri, nel mormorio del vento e nel ronzio dei tubi del bagno, era quella: la sua Musica.
Sofia e Riccardo avevano visitato tutti i brefotrofi della zona. Avendo una malformazione congenita, Sofia non poteva avere figli propri. Così, decisero di adottare un bambino. Avevano superato il corso per genitori affidatari, erano pronti con tutta la documentazione. Ma ecco il dilemma: quale sarebbe stato il LORO bambino? I figli propri non si scelgono, li si ama semplicemente come sono. Ma qui? Tra tanti piccoli bisognosi, non riuscivano a riconoscere il loro.
Mano nella mano, si avvicinarono alla recinzione del brefotrofio. Nella sabbiera bambini giocavano, bambine spingevano carrozzine con le bambole, la solita confusione piena di risate e urla. Solo un bambino, in una giacca troppo grande, ascoltava assorto un passero che cinguettava sul ramo. In quellistante il telefono di Sofia squillò.
Mozart. Sofia adorava la musica classica. E il bambino sussultò, i suoi occhi si illuminarono, come se una luce interiore si fosse accesa, e iniziò a dondolarsi a ritmo di musica, seguendo con precisione tempo e melodia, mentre Sofia e Riccardo rimasero immobili, il telefono dimenticato.
Loro lo riconobbero. Era lui. Il loro figlio. Unanima a loro affine che brillava negli occhi del bimbo.
Sì, so che è un bambino malato, con una disabilità Sì, sono pronta ad assumermi la responsabilità Riabilitazione? Certo,
Sofia rispose pazientemente alle mille domande della direttrice, che cercava di convincerla a scegliere un altro bambino, più sano.
I figli non si scelgono, le spiegò, lo prenderò io, costi quel che costi.
Mamma? Giulietto si staccò dal pianoforte e posò la testa sulla mano di Sofia. Perché sono così? Perché non sono come gli altri?
Vedi, tesoro, Sofia gli accarezzò la schiena deformata, siamo tutti diversi fuori e dentro. Tu, io, papà Sulla tua schiena, ti ho già detto, ci sono delle ali, come quelle degli angeli. Sono ancora chiuse, ma un giorno si apriranno, vedrai
Lo abbraccia e lo bacia fra i capelli, poi si siede accanto a lui al pianoforte, e suonano insieme. Giulietto suona con lintensità che nemmeno un grande pianista adulto spesso raggiunge.
E dietro di lui, davvero, si aprono delle ali: le vedono solo la mamma, il papà e il suo angelo custode, che sorride silenzioso. La musica fluisce allora come un grande fiume pieno, cullando Giulietto sulla sua corrente di felicità.
Nella vita, conta vedere con il cuore, perché là dove gli altri vedono difetti, lamore sa trovare ali.




