Il marito, impazzito, manda la moglie nella campagna toscana a dimagrire per potersi dedicare liberamente ai piaceri con la sua segretaria.

«Stefano, non capisco che cosa desideri», disse Ginevra.

«Niente di che», rispose Stefano. «Voglio solo stare un po da solo, riposarmi. Vai in campagna, rilassati, perdi qualche chilo. Altrimenti sei diventata tutta una pallida ombra.»

Lanciò uno sguardo di disprezzo alla sagoma di sua moglie. Ginevra sapeva di aver preso qualche chilo per la cura, ma non disse nulla.

«Dove si trova questa campagna?» chiese lei.

«In un luogo molto pittoresco», sorrise Stefano. «Ti piacerà.»

Ginevra decise di non ribattere. Anche lei sentiva il bisogno di una pausa. «Forse siamo soltanto stanchi luno dellaltra», pensò. «Lasciamo che il silenzio faccia il suo corso. Non tornerò finché non lo chiederà lui stesso.»

Cominciò a preparare le sue cose.

«Non ce lhai con me, vero?» precisò Stefano. «È solo per poco, solo per riposarti.»

«No, va tutto bene», rispose Ginevra con un sorriso.

«Allora vado», disse Stefano, dandole un bacio sulla guancia prima di uscire.

Ginevra sospirò profondamente. I loro baci da tempo avevano perso il calore dei primi giorni.

Il tragitto durò più del previsto. Ginevra sbagliò strada due volte il GPS faceva i capricci e non cera segnale. Alla fine comparve un cartello con il nome del borgo: Montepiano. Il posto era isolato, le case di legno erano curate, con decorazioni intagliate.

«Qui non ci sono comodità moderne», pensò Ginevra.

E non si sbagliava. La dimora appariva come una casetta diroccata. Senza automobile né telefono, sembrava trasportata in unepoca passata. Estrasse il cellulare. «Lo chiamerò adesso», si disse, ma il segnale era inesistente.

Il sole calava e Ginevra era esausta. Se non avesse trovato la casa, avrebbe passato la notte sullauto. Non voleva tornare in città, né dare a Stefano lopportunità di dire che non sapeva cavarsela.

Scese dallauto. La sua giacca rossa spiccava comicamente sul paesaggio del villaggio. Si sorrise.

«Bene, Ginevra, non ci perderemo», si disse ad alta voce.

La mattina seguente, il canto acuto di un gallo la svegliò mentre dormiva nellauto.

«Che confusione!», brontolò Ginevra, abbassando il finestrino.

Il gallo la osservò con un solo occhio e ricominciò a starnazzare.

«Perché canti così forte?», esclamò Ginevra, ma vide una scopa sfrecciare davanti al vetro e il gallo tacque.

Sul ciglio comparve un anziano.

«Buongiorno!», la salutò.

Ginevra lo osservò, sorpresa. Quegli abitanti sembravano usciti da una fiaba.

«Non dare troppo peso al nostro gallo», disse luomo. «È buono, ma starnazza come se lo stessero lacerando.»

Ginevra scoppiò a ridere, il sonno svanì allistante. Anche lanziano sorrise.

«Siete qui per una sosta o solo per una tappa?»

«Per riposarmi, finché durerà.»

«Entra pure, piccola. Vieni a fare colazione. Conoscerai anche la nonna. Prepara delle torte e non cè nessuno per mangiarle. I nipoti vengono una volta lanno, i figli anche»

Ginevra non esitò; doveva conoscere gli abitanti.

La moglie di Pietro Illicchio si rivelò una vera nonna da fiaba indossava un grembiule a fiori, un foulard colorato, mostrava un sorriso senza denti e rughe compassionevoli. La casa era pulita e accogliente.

«È meraviglioso qui!», esclamò Ginevra. «Perché i bambini non tornano più spesso?»

Nonna Rosa fece un gesto di spalle.

«Siamo noi a chiedere loro di non venire. Le strade sono pessime. Dopo la pioggia bisogna aspettare una settimana per poter uscire. Cera un ponte un tempo, ma era vecchio. È crollato circa quindici anni fa. Viviamo quasi chiusi in noi stessi. Stefano va al negozio solo una volta alla settimana. La barca non regge più il carico. Stefano è robusto, ma letà»

«Queste torte sono divine!», esclamò Ginevra. «Non cè nessuno che si prenda cura di voi? Qualcuno deve pur farlo.»

«A che serve? Siamo solo in cinquanta. Un tempo eravamo mille. Ma ora tutti se ne sono andati.»

Ginevra rifletté.

«Strano. E lamministrazione, dovè?»

«Dallaltra parte del ponte. E con la deviazione sono sessanta chilometri. Pensate che non siamo andati a chiedere aiuto? La risposta è una sola: non abbiamo soldi.»

Ginevra capì di aver trovato un progetto per le sue vacanze.

«Mi dite dove posso trovare lamministrazione? O mi accompagnate? Non sembra che piova.»

Gli anziani si guardarono tra loro.

«Sei seria? Sei venuta per riposarti.»

«Lo sono. Il riposo può prendere forme diverse. E se dovesse piovere? Devo pensare anche a me.»

Gli anziani sorrisero calorosamente.

Allamministrazione comunale le dissero:

«Ma fino a quando ci tormenterete! Ci fate passare per i cattivi. Guardate le strade della città! Secondo voi, chi darà i soldi per un ponte verso un villaggio di cinquanta abitanti? Cercate uno sponsor. Per esempio, Sforza. Ne avete sentito parlare?»

Ginevra annuì. Certo che lo conosceva Sforza era il proprietario dellazienda in cui lavorava suo marito. Era originario di lì; i suoi genitori si erano trasferiti in città quando aveva una decina danni.

Dopo una notte di riflessione, Ginevra prese una decisione. Aveva il numero di Sforza suo marito lo aveva chiamato varie volte dal suo telefono. Decise di chiamarlo come terza parte, senza dire che Stefano era suo marito.

Il primo tentativo fallì; al secondo Sforza ascoltò, rimase in silenzio un momento, poi scoppiò a ridere.

«Sa, avevo quasi dimenticato di essere nato qui. Come va?», chiese.

Ginevra si rallegrò.

«Molto bene, tranquillo, la gente è splendida. Ti manderò foto e video. Luca Borsetti, ho provato in tutti i modi nessuno vuole aiutare gli anziani. Sareste gli unici a poter fare qualcosa.»

«Ci penserò. Mandami le foto, vorrei ricordare comera.»

Per due giorni Ginevra si dedicò a filmare e fotografare per Sforza. I messaggi furono letti, ma non arrivò risposta. Stava per arrendersi, quando Luca Borsetti stesso chiamò:

«Ginevra Vasile, potrebbe venire domani nel mio ufficio in Via Leonardo verso le tre? E preparare un piano preliminare dei lavori.»

«Certamente, grazie, Luca!»

«Sa, è un po come tornare allinfanzia. La vita è una corsa non cè mai tempo per fermarsi a sognare.»

«Capisco. Ma dovrebbe venire di persona. Domani ci sarò, ne sono sicura.»

Appena riattaccò si rese conto: era lo stesso ufficio in cui lavorava suo marito. Sorrise tra sé, immaginando la sorpresa che ne sarebbe seguita.

Arrivò in anticipo, con ancora unora prima della riunione. Dopo aver parcheggiato lauto, si diresse verso lufficio di suo marito. La segretaria non cera. Entrò e, udendo voci provenire dalla sala relax, si avvicinò. Lì trovò Stefano e la sua assistente.

Alla vista di Ginevra, rimasero decisamente colti di sorpresa. Lei rimase ferma nella porta, mentre Stefano si alzò di scatto, cercando di rimboccarsi i pantaloni.

«Ginevra, cosa ci fai qui?»

Ginevra corse via dallufficio e, nel corridoio, incrociò Luca Borsetti. Gli porse dei documenti e, incapace di trattenere le lacrime, si precipitò verso luscita. Non ricordò come fosse riuscita a tornare al villaggio. Una volta arrivata, crollò sul letto e scoppiò in singhiozzi.

La mattina seguente bussarono alla porta per svegliarla. Alla soglia cerano Luca Borsetti e un gruppo di persone.

«Buongiorno, Ginevra. Vedo che ieri non era pronta a parlare, così sono venuto di persona. Vuole del tè?»

«Certo, entri pure.»

Senza menzionare una parola di quanto accaduto la sera prima, presero il tè e si radunarono quasi tutti intorno alla casa. Luca guardò fuori dalla finestra.

«Oh, che delegazione! Ginevra, non sarà per caso che questuomo è il nonno Illicchio?»

Ginevra sorrise: «Lo è.»

«Trenta anni fa era già nonno, e la sua compagna ci nutriva con le sue torte.»

Luomo guardò Ginevra con apprensione, e lei rispose prontamente: «Nonna Rosa è in perfetta forma e continua a preparare le sue famose torte.»

La giornata trascorse tra mille attività. I collaboratori di Luca misuravano, prendevano appunti e contavano.

«Ginevra, posso farle una domanda?», chiese Luca. «A proposito di suo marito glielo perdona?»

Ginevra rifletté, poi sorrise: «No. Sa, gli sono persino grata che sia andata così E allora?»

Luca rimase in silenzio. Ginevra si alzò e guardò intorno.

«Se il ponte viene ricostruito, questo posto potrebbe diventare un luogo straordinario! Ristrutturare le case, creare angoli di relax. La natura è intatta, autentica. Ma non cè nessuno che se ne occupi. E se non volesse tornare in città»

Luca la osservava ammirato. Quella donna era speciale, risoluta, intelligente. Non laveva mai notata, ma ora la vedeva sotto unaltra luce.

«Ginevra, posso venire ancora?»

Lei lo guardò attentamente: «Vieni quando vuoi, sarò felice.»

La costruzione del ponte procedette a grandi passi. Gli abitanti ringraziarono Ginevra, i giovani cominciarono a tornare, Luca divenne un visitatore assiduo.

Stefano chiamò più volte, ma Ginevra rifiutò di rispondere e finì per bloccare il suo numero.

Allalba, un colpo riecheggiò alla porta. Ginevra, ancora assonnata, aprì, aspettandosi brutte notizie, ma trovò Stefano.

«Ciao, Ginevra. Sono venuto a prenderti. Basta fare la musona. Scusa,», disse lui.

Ginevra scoppiò a ridere: «Scusa? È tutto?»

«Va bene Preparati, torniamo. Non puoi scacciarmi di casa, non dimenticarlo, non è casa tua, lhai scordato?»

«Ora ti caccio io!», esclamò Ginevra.

La porta cigolò mentre si chiudeva. Dalla stanza Luca apparve in abiti informali:

«Questa casa è stata acquistata con i fondi della mia società. O tu, Stefano Alekseevich, mi prendi per un babbeo? Al momento cè un audit nei nostri uffici, e dovrai rispondere a molte domande. Quanto a Ginevra, le avrei detto di non preoccuparsi è male per la sua salute»

Gli occhi di Stefano si spalancarono. Luca abbracciò Ginevra:

«Lei è la mia fidanzata. Per favore, lasci la casa. I documenti di divorzio sono già stati depositati, aspettate una notifica.»

Il matrimonio avvenne nel villaggio. Luca confessò di aver ritrovato lamore per quel luogo. Il ponte fu ricostruito, la strada rinnovata e aprì un negozio. Gli abitanti iniziarono a comprare case come residenze estive. Ginevra e Luca decisero di ristrutturare la loro casa per avere un rifugio quando sarebbero venuti i figli.

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