Il marito era rimasto in coma per una settimana e io piangevo al suo capezzale. Una bambina di sei anni si avvicinò e sussurrò: Che sfortuna, zia appena te ne vai lui organizza già feste.
Mi faceva la principessa addormentata, io la fata peccatrice, finché la piccola non mi aprì la porta su una verità più pungente dellacido dei disinfettanti ospedalieri.
Il silenzio nellappartamento era così denso da poterci soffocare. Fuori le luci di Milano erano spente da ore, e io, Alice, ero ancora davanti al monitor a rifinire lultimo progetto di design. Sul tavolo gli orologi segnava le undici meno cinque. Unaltra emergenza. Unaltra notte in bianco. Ancora sola in quel loft elegante, privo di anima. Mio marito, Marco, era di nuovo andato dagli amici. Era la terza volta in una settimana, la terza di questa interminabile, logorante settimana.
Mi appoggiai allo schienale della poltrona, strofinai con forza le palpebre gonfie. Un ronzio incessante di stanchezza vibrazionava nelle orecchie. «Ecco, di nuovo sola», sussurrai al vuoto. «Di nuovo il tuo carattere insopportabile ha allontanato tutti». Rivisitai mentalmente le recenti discussioni: le mie critiche, il suo irritato silenzio. Forse aveva ragione? Forse ero davvero sempre scontente, sempre a lamentarmi? Forse la mia franchezza era davvero una spina che lo spingeva a fuggire come se fosse una pestilenza?
Io, freelance di design, avevo clientela a non finire e guadagnavo abbastanza euro per due con grande margine. Marco, invece, un anno prima aveva chiuso il suo piccolo negozio di articoli sportivi e da allora viveva in uno stato di cerca te stesso. In pratica significava ore infinite sul divano a giocare con la PlayStation, navigare senza meta su internet e queste fughe sempre più lunghe da amici.
Marco, non farmi più queste pressioni diceva lui, stanco, quando io gli suggerivo delicatamente di prendere una decisione sai che sto attraversando una depressione profonda. Ho bisogno del tuo sostegno, non di continue accuse.
Così mi ritiravo. Mi fermavo, sentivo una puntura acida di colpa. Dovevo dargli tempo. Dovevo essere più saggia, più tollerante, più dolce.
Un secco vibrazione del telefono mi fece sobbalzare. Era il cellulare di Marco, dimenticato sul tavolino. Scorsi il messaggio di Lidia: «Marco, mi manchi da morire. Quando ci vediamo?»
Il cuore non solo cadde, ma precipitò in una caduta libera verso un abisso gelido. Prese il telefono con le mani che tremavano. Nessuna password non ho nulla da nascondere. Aprii la conversazione. Decine, centinaia di messaggi: «Amore mio», «Mi manchi così tanto», «Quando dirai finalmente la verità a tua moglie?», «Lei non ti apprezza, io».
Le mani tremavano così tanto che quasi lasciò cadere il dispositivo. Scorrendo verso lalto trovai foto: Marco con una ragazza dai capelli rossi, abbracciati in un caffè accogliente, baciati sotto la pioggia in un parco, ridendo sul divano di un appartamento sconosciuto. In ogni foto il suo sorriso radioso, quello che non vedevo da anni.
Un nodo amaro si formò in gola, la bile scese fino alla gola. Con difficoltà inghiottii, composti il numero di Marco. Il ronzio fu interminabile, finché finalmente lui rispose.
Pronto? la sua voce era rilassata, allegra, con una risata femminile soffocata in sottofondo.
Marco, sono io.
Un silenzio teso cadde. La risata si spense allimprovviso.
Alice? Che succede?
È successa una cosa la mia voce suonava metallica Ho trovato il tuo telefono. Ho visto le chat con Lidia.
Il silenzio nella linea divenne denso come la resina. Durò uneternità.
Domani presento domanda di divorzio dissi, con una freddezza che non sapevo di avere. Puoi anche non tornare. Metterò le tue cose nel vano scala.
Alice, aspetta, non capisci, posso spiegare tutto! balbettò lui.
Ma avevo già riagganciato. Il cellulare scivolò dalle mani e cadde a terra. Mi accasai sul divano, stringendo la testa tra le mani. Dodici anni. Dodici anni di matrimonio che avevo sempre creduto fossero solidi, se non perfetti. Dodici anni di amore, pazienza, sostegno. E lui tradiva. Dalla cronologia dei messaggi, almeno sei mesi di bugie, di disprezzo, di risate alle mie spalle.
Piangetti tutta la notte, lacrime amare, senza speranza. Al mattino, gli occhi gonfi, ma con una strana determinazione, impacchettai le sue cose in una valigia enorme e le posizionai davanti alla porta. Chiamai lavvocato, fissai lappuntamento. Se dovevo decidere qualcosa, lo facevo fino in fondo. Era la mia regola, il mio credo.
Marco non si presentò. Nessuna chiamata. Due giorni di silenzio assordante. Iniziai a agitarmi. Davvero non gli importava? Dodici anni non bastavano nemmeno per una spiegazione?
Al terzo giorno suonò il telefono. Un numero sconosciuto.
Alice Vittoria Novelli? chiese una voce femminile istituzionale. È lOspedale Clinico San Raffaele di Milano. Suo marito, Marco Giovanni Novelli, è stato ricoverato per crisi ipertensiva. Stato grave. Si richiede di presentarsi immediatamente.
Il mondo si sgretolò. Tutta la rabbia, il dolore, si trasformarono in puro terrore. «Sono colpa mia! Lho spinto con le mie critiche!»
Senza pensarci, afferrai la borsa più vicina, chiamai un taxi e sfrettai allospedale. In terapia intensiva Marco giaceva pallido, immobile, quasi trasparente. Cateteri e cavi collegavano il suo corpo ai monitor che ronronavano. Un medico di circa cinquanta anni spiegò: crisi da stress, picco di pressione, possibile mini-ictus.
È in coma lieve, un sonno medicato. Teoricamente può sentirci. Parlate, è importante per il risveglio.
Mi sedetti sulla sedia accanto al letto, presi la sua mano fredda. Marco, perdonami sussurrai, le lacrime scivolavano sulle guance, ma ora erano lacrime di pentimento. Non volevo che accadesse così Per favore, guarisci. Sistemiamo tutto. Ti prometto. Solo svegliati.
Tornai ogni giorno, dalla mattina alla sera, a parlare con lui, a leggere ad alta voce i suoi libri preferiti, a piangere e chiedere perdono. I medici scrollavano le spalle: condizione stabile ma grave, senza miglioramenti.
Tesoro, è tutta colpa mia dicevo, piegata sul suo petto. Ti ho assillato giorno e notte, non ti ho capito. Certo, hai cercato consolazione altrove. È stata colpa mia spingerti lì. Perdonami. Torna, ricominciamo da capo.
Una settimana passò. Abbandonai il lavoro, sospesi tutti i clienti, smisi di rispondere al telefono. Lunica cosa che contava era che lui si svegliasse.
Venerdì sera, uscendo dalla stanza, una bimba di sei anni si avvicinò. Due trecce bianche con elastici azzurri, occhi blu intensi, sguardo serio quasi adulto.
Zia, vai da nonno Marco? chiese timida.
Sì, piccolina risposi forzando un sorriso. È mio marito.
La bambina annuì. Io sono Lia. Mio papà lavora qui nella sicurezza. Dopo la scuola vengo a trovarti, aspetto che finisca il suo turno. A volte porto a nonno Marco un caffè dalla mensa. Lo chiede.
Caffè? increspai le sopracciglia. Ma lui è in coma, non può chiedere nulla.
Lia mi guardò sorpresa. No, non dorme. Cammina, parla, ride. Solo quando te ne vai, si rifugia a letto.
Il pavimento sembrò svanire sotto i piedi. Mi sedetti in ginocchio, al suo livello, e le presi la mano.
Lia, sei sicura? Lhai visto alzarsi?
Certo! esclamò. Ieri ha ballato con la signorina Ksenia. È una bionda splendida, gli porta cibo buono. Ridono forte. E quando voi entrate, Ksenia si nasconde in bagno.
Il respiro mi si bloccò. Perché mi racconti tutto questo?
Mi dispiace per te, zia. Piangi sempre. E nonno Marco racconta a Ksenia quello che tu gli dici, e ridono insieme. Non mi è permesso impormi negli affari degli adulti, ma mi spiace tanto vederti così.
Ringraziai Lia, la più coraggiosa e sincera bambina che avessi mai incontrato.
Uscita dallospedale, scesi in macchina, le mani tremavano così tanto da non riuscire a girare la chiave. Lui fingeva, faceva finta di stare male, per farmi sentire colpevole, per farmi cedere a tutte le sue richieste, per continuare a essere sostenuto mentre si divertiva con la sua amante proprio lì, in ospedale.
La sera, verso le nove, rientrai in ospedale. Il portiere, padre di Lia, un uomo robusto con occhi stanchi, mi fece un cenno dintesa e mi lasciò entrare.
Entrai nella stanza di Marco. La porta era socchiusa, una luce fioca filtrava. Si sentivano risate soffocate. La voce di Marco, allegra e beffarda: e allora, immagina, apre la porta la mia cocca e inizia a dire: Marco, scusami, è tutta colpa mia!. Era quasi una barzelletta.
Una voce femminile, quella che avevo sentito al telefono: Marco, come puoi? Lei ti ama davvero?
Ama la mia futura metà di casa! Io la tollero per i soldi. Ma presto divorzieremo, e lei mi risarcirà per il danno morale. E noi, Ksenia, vivremo una vita vera!
Sei sicura che il piano funzioni?
Cento per cento! Lei è già una settimana colpevole di tutto. Un attimo e firmerà qualsiasi cosa.
Spinsi la porta con forza. Sulla lettiga cera Marco in pigiama da ospedale, sorridente e apparentemente in salute. Sul suo grembo la solita ragazza rossa delle foto. Sul comodino bottiglie di vino pregiato quasi vuote e contenitori di cibo.
Viderci, rimasero immobili come attori sotto un proiettore improvviso.
Alice balbettò Marco, cercando di alzarsi.
Ma io alzai la mano, fermandolo.
Niente parole. Muto.
La mia voce era bassa, ma ferma come acciaio; Marco indietro di un passo. Estrassi il cellulare e scattai qualche foto: lui, la ragazza, la bottiglia di vino, vestiti sparsi.
Per il tribunale. Così non ci saranno dubbi, spiegai freddamente.
Marco, però, saltò giù dal letto, buttando via Ksenia spaventata. Alice, ascolta, posso spiegare! Non è quello che pensi!
Spiegherai al giudice. Ora goditi la tua libertà, dissi, girandomi e uscendo dalla stanza, senza piangere, senza correre. Con la schiena dritta e il cuore di ghiaccio in fiamme.
Presi il cellulare e chiamai la banca.
Buongiorno, blocchiate immediatamente tutte le carte collegate al mio conto, incluse quelle intestate a Marco Novelli.
Poi chiamai il reparto amministrativo dellospedale.
Buongiorno, sono Alice Novelli. Ho pagato le cure di mio marito. Interrompete il finanziamento, è in salute, ha simulato. Fornirò prove.
A casa chiamai il servizio di emergenza, cambiai le serrature, inserii Marco nella lista nera, misi le sue cose in sacchi della spazzatura e le posai sul pianerottolo.
Quando tutto fu finito, la mezzanotte bussò. Mi crollai sul divano del salotto e piansi. Ma non erano lacrime di dolore, erano lacrime di sollievo, una pioggia che scacciava dodici anni di menzogne velenose. Dodici anni vissuti con un attore che mi usava, mi umiliava, mi tradiva, e io, ingenua, mi colpevolizzavo.
Dio, che stupida ero mormonai, asciugando le lacrime. Cocca di piume. Così mi vedeva.
Il mattino successivo Marco bussò alla porta, chiamava da numeri strani, urlava al citofono. Io non risposi. Chiamai la polizia e lo portarono via con un avviso di disturbo dellordine pubblico.
Il divorzio fu rapido e pulito. Avevo prove inconfutabili: foto, conversazioni stampate, la testimonianza di Lia, che il giudice, sorprendentemente, accolse. Marco non ottenne nulla, né un centesimo né un centimetro quadrato di casa.
Alice, dammi qualcosa! implorò dopo lultima udienza. Come vivrò adesso?
Come vivevi prima di me, un uomo che ti vedeva solo come cocca. Trova unaltra cocca, più conveniente, rispondetti, guardandolo dallalto in basso.
La giudice, severa e rigorosa, aggiunse:
Signor Novelli, ha simulato una patologia grave per manipolazione e profitto. È immorale, quasi truffa. Sia grato che la signora Novelli non ha intentato una causa separata.
Con le formalità chiuse, mi immersi nel lavoro. Chiusi la porta del mio ufficio domestico e ripresi i progetti sospesi. Lavorai fino allo sfinimento, perché così non dovevo pensare, né sentire, né ricordare.
Due settimane dopo, un messaggio da un numero sconosciuto:
Alice Vittoria, sono Michele, il padre di Lia. Ricordi la nostra bambina dallospedale? Il suo compleanno è dopodomani. Vorrebbe invitare la buona zia che le ha aiutato. Non è una seccatura venire?
Sorrisi, la prima vera sorriso dopo settimane.
Certo, dove? Cosa le piace a Lia?
Ama le bambole Bratz e tutto ciò che riguarda gli unicorni. Ti mando lindirizzo. Grazie, sarai felice.
Il giorno del compleanno arrivai con una gigantesca scatola piena di una bambola dai capelli viola e un intero regno di unicorni, più una torta enorme. Uno sportivo di quarantanni, alto, occhi marroni gentili e un sorriso timido mi aprì la porta.
Alice Vittoria? Entra, ti aspettavamo.
Lappartamento era un disordine creativo: disegni dei bambini sui muri, una scatola di Lego in un angolo, odore di pane fresco e torta di mele. Un calore vero, quello che mi era mancato per anni.
Lia corse su e mi abbracciò il collo.
Zia Alice! Sei qui! Che gioia!
Festeggiammo insieme, bevemmo tè con la torta di mele (preparata da Michele). Lia mostrò i suoi disegni, raccontò storie divertenti dellasilo.
Scusate il caos si scusò Michele, riordinando. È difficile con un bambino. La moglie è morta poco dopo il parto, complicazioni. Da allora siamo solo io e Lia.
Mi piace davvero qui dissi, sincera. Cè vita, vera.
Michele mi guardò intensamente.
Lia ha detto che le hai aperto gli occhi su certe cose. Scusa se è intervenuta. La rimproverai, ma… ha il suo senso di giustizia.
Devo a tua figlia tutto esitai. Se non fosse per la suaSe non fosse per la sua onestà, non sarei qui a ricominciare una vita nuova.






