Il prezzo della sua nuova vita

Il prezzo della sua nuova vita
Lucia, devo dirti una cosa. È da tempo che ci penso.

Lucia Bianchi stava mescolando il minestrone davanti ai fornelli. Minestrone semplice: patate, carote, un po di sedano. Non si voltò subito. La voce del marito aveva un tono insolito, teso, come se avesse preparato mentalmente il discorso da giorni.

Ti ascolto, rispose lei, continuando a mescolare.

No, non mi ascolti. Voltati.

Lei spense il fornello. Poggiò il cucchiaio con una lentezza studiata. Lentamente si girò.

Giovanni Bianchi era fermo sulla soglia della cucina. Cinquantadue anni, alto, con quelle chiazze di capelli grigi sulle tempie che Lucia un tempo trovava affascinanti. In mano aveva il cellulare, non lo guardava nemmeno, semplicemente lo teneva con una modalità che faceva presagire la tempesta.

Me ne vado, disse.

Lucia sentì qualcosa stringersi appena sotto la costola sinistra. Non dolore. Semmai, il presentimento del dolore.

Dove? domandò, consapevole di quanto suonasse sciocca quella domanda. Ma altre parole non ne aveva trovate.

Via, via per sempre. Ho già preparato la valigia. È nellingresso.

Giovanni…

Lucia, per favore. Non voglio scenate.

Stai tranquillo, non le farò. Si impose un controllo che nemmeno sapeva di avere. Ma spiegami. Mi devi delle spiegazioni.

Giovanni tacque. Cambiò il telefono da una mano allaltra.

Non posso più andare avanti così, disse alla fine. Non sono pronto a vivere con una persona malata.

Il silenzio riempì la cucina. Fuori una Panda passò rumorosamente sul selciato, da qualche parte si chiuse uno sportello e nelle tubature borbottò lacqua. Ma lì dentro si poteva solo sentire il respiro di Lucia.

Cosa hai detto? chiese lei a bassa voce.

So che suona crudele. Ma tu hai voluto sapere la verità. Non riesco a passare il resto della mia vita guardando la tua cicatrice, le tue pillole, i foglietti del medico. Tu sei cambiata, Lucia. Dopo loperazione sei diversa.

Ti ho dato un rene.

Lo so.

Ti ho dato il mio rene, così potessi vivere.

Lo so. Il suo sguardo dritto era quasi peggio di qualsiasi bugia. Non si nascondeva. E ti sarò grato per sempre. Mi hai salvato la vita. Ma non posso passare il resto degli anni con una persona per gratitudine. Con qualcuno che…

Che cosa?

Che non è più quello di prima.

Lucia si avvicinò piano alla finestra. Era novembre: tutto grigio, pioggia, alberi spogli, pozzanghere. Guardava fuori e si chiedeva se dovesse piangere, urlare, svenire. Forse tutte e tre insieme.

Cè unaltra, disse senza neppure intonare una domanda. Lo sapeva.

La pausa fu lunga quanto bastava a essere eloquente.

Sì.

Da molto?

Qualche mese.

Lei annuì. Guardò fuori.

Come si chiama?

Lucia, non serve.

Come si chiama? ripeté lei.

Vittoria.

Quanti anni ha?

Trentuno.

Altro cenno. Tutto iniziava a tornare: i suoi rientri tardivi, il nuovo profumo che lui non aveva mai usato, il modo in cui aveva smesso di chiederle come stava. Aveva semplicemente smesso.

Vai via ora? chiese.

Sì.

Daccordo.

Sentì il rumore dei suoi passi nel corridoio. Lo stridere delle rotelline della valigia sul parquet. E poi la porta dingresso che si chiudeva con uno schiocco secco.

Lucia restò alla finestra per altri cinque minuti. Poi tornò ai fornelli, accese il gas e riprese il cucchiaio.

Il minestrone andava finito.

***

Tre anni prima, quando i medici avevano diagnosticato a Giovanni uninsufficienza renale terminale, Lucia non aveva esitato un secondo. Si era offerta lei. Esami, compatibilità, ospedale. In aprile li operarono, in due stanze vicine. Lucia gli diede il suo rene sinistro. La convalescenza fu lenta, più lunga della sua. Giovanni invece recuperava in fretta.

I mesi seguenti li passò abituandosi allidea di avere un solo rene. Dolori, stanchezza, dieta, controlli ogni tre mesi. La cicatrice sulla pancia, che non voleva andarsene. Schiariva, diventava più sottile, ma sempre lì.

Giovanni invece rifioriva. Acquistò peso, quello che aveva perso in anni di dialisi, iniziò ad andare in palestra. Seguirono vestiti nuovi. Nuovo profumo. Lucia pensava fosse la gioia di tornare a vivere. Che fosse riconoscente. Era felice per lui. Davvero.

Era solo ingenua.

***

Le prime due settimane dopo la sua partenza, Lucia lavorò tanto da non pensarci proprio. Era traduttrice, lavorava da casa. Tedesco, inglese. Testi di medicina, legali, a volte narrativa. Tradurre significava immergersi nei pensieri altrui: per fortuna, perché dei propri in quel periodo non ne aveva.

La sera mangiava quello che capitava. Niente cucina impegnata. Pane, formaggio, a volte due uova. Andava a dormire presto per non dover sentire il silenzio dellappartamento. Si svegliava alle quattro, fissando il soffitto in attesa della luce.

La sua amica Marina chiamava ogni giorno.

Lucia, hai mangiato oggi?

Sì.

Cosa?

Dai, Marina…

Cosa? Dimmi.

Un tramezzino.

Non è mangiare. Domani passo io.

Non serve.

Vengo lo stesso.

Marina Colombo era una compagna dai tempi delluniversità. Cinquant’anni entrambe. Medico di base alla ASL, al secondo matrimonio, due nipotini da custodire nei weekend e il vizio di dire le cose dritte, senza troppi giri di parole.

Passò davvero il giorno dopo e la prima cosa che fece fu aprire il frigo.

Santo cielo, Lucia, disse sottovoce, fissando gli scaffali vuoti. Ma tu, mangi?

Certo.

Cosa?

Cosette, va.

Cosette… Richiuse il frigo e si girò. Sembri cancellata con la gomma. Hai perso completamente il volto.

Grazie tante.

Non era un complimento. Lo so che stai male. E ci sta. Ma così ti spegni.

Non mi sto spegnendo.

Invece sì. Marina si sedette e le fece cenno di accomodarsi. Racconta. Dallinizio.

Lucia si sedette fissando il tavolo.

Mi ha detto che non vuole vivere con una menomata. Ecco tutto.

Marina tacque a lungo.

Che pezzo di… disse infine, senza rabbia, come una sentenza.

No. Non voglio sentire insulti. Non serve. Non mi aiuta.

Ti serve rabbia. È più sana di questa nebbia in cui ti ritrovi.

Non ce lho, la rabbia. Ho provato a tirarla fuori, ma non cè niente. Solo vuoto.

Marina rimase in silenzio. Poi mise su il bollitore e cominciò a frugare nelle credenze.

Lo sai che cosè davvero la depressione? chiese mentre metteva mano a una confezione di grano saraceno. Non è tristezza. È il vuoto. E tu descrivi esattamente questo.

Sì, lo so.

Dallo psichiatra non ci vai, vero? Ti conosco. Non era una domanda. Almeno stai seguendo la terapia? Le analisi, le pastiglie?

Quelle sì. Meccanicamente, ormai.

Menomale.

Marina buttò la grano saraceno in una pentola. Non chiese permesso. Iniziò a cucinare come se fosse cosa sua.

E lì, Lucia scoppiò a piangere.

La prima volta in due settimane. Un pianto sgraziato, brutto, che cercava di trattenere ma che era maggiore di lei.

Marina non corse ad abbracciarla. Non disse che sarebbe andato tutto bene. Semplicemente abbassò la fiamma sotto la pentola, le offrì uno scottex e lo posò davanti.

Piangi, disse. Fa bene.

***

Dicembre passò come in una nebbia. Gennaio appena meno torbido. Il lavoro aiutava, tradurre pensieri altrui significava non lasciare spazio ai propri.

A febbraio Marina iniziò a parlare di terme.

Lucia, devi andare.

Dove?

In un centro benessere. Ho già trovato il posto: Acque Chiare, sullAppennino toscano. Programma di riabilitazione, fisioterapia, passeggiate. E linverno lì è bellissimo, cè il bosco.

Non sono mica invalida…

Sei una persona che ha diritto a riposarsi. E a cambiare aria. Sono quattro mesi che ti abbobini in questo appartamento. Presto parlerai coi muri.

Lho già fatto.

Marina la fissò.

Scherzavo, quasi.

Si parte. Hanno posto a marzo. Tre settimane, ti prenoto come soggiorno terapeutico. Medico, eh: per i donatori è prevista la riabilitazione annuale.

Lhai inventata tu sta cosa.

Macché. Cercalo pure su internet.

Lucia non cercò. Sapeva che aveva ragione. E che o faceva qualcosa, o sarebbe marcita come una cipolla vecchia.

Va bene, vado.

***

Acque Chiare era davvero come le aveva descritto Marina. Una struttura termale ex coloniale rimessa a nuovo, un parco di pini e vialetti sabbiosi. Dalla sua stanza si vedeva un piccolo laghetto, ancora ghiacciato. Al mattino, il ghiaccio si colorava di rosa.

I primi due giorni rimase chiusa in camera. Terapie, pranzo, cena, libro. Leggeva, traduceva un po, anche se aveva detto ai clienti che avrebbe fatto pausa.

Il terzo giorno uscì a passeggiare.

Il parco era quasi vuoto. Alcuni anziani, un paio di signore nordiche con i bastoncini. Un uomo con un cane.

Lucia camminò piano. Ascoltava il rumore della sabbia sotto i passi, i richiami degli uccelli nelle pinete. Pensando al niente, che era rilassante dopo troppi pensieri.

Cera una panchina di legno vicino al laghetto. Si sedette a guardare il ghiaccio.

Disturbo?

Si voltò. Un uomo sulla cinquantina, basso, spalle larghe, una giacca blu scuro. Indicò la panchina.

Prego, disse Lucia facendogli posto, anche se di spazio ce nera.

Lui si sedette. Guardò anche lui lacqua.

Bello, disse dopo un minuto. Il ghiaccio resiste ancora.

Già.

Marzo, e tiene ancora. Un anno, dicono, si è sciolto già a febbraio.

È la prima volta che vengo qui, replicò lei. Non posso fare confronti.

Io sono alla seconda. Primo giro in ottobre. Ora marzo.

Non gli chiese che cosa lo aveva portato lì. Era poco gentile, in fondo tutti erano arrivati lì per motivi simili.

Ha appena iniziato? domandò lui.

Terzo giorno.

Io sono arrivato ieri. Allungò la gamba sinistra in modo misurato, come a provarla. Non si muove ancora bene. Mi hanno promesso ottima fisioterapia.

Lei si accorse che sedeva leggermente di lato. Cera qualcosa nellassetto del corpo che non era regolare.

Un infortunio? domandò senza pensarci.

Sì. A settembre. Frattura della colonna vertebrale. Nessuna autocommiserazione, solo tono oggettivo. Non gravissimo, cammino. Ma da recuperare.

Mi dispiace.

Di cosa? Non mha buttato mica lei dalla finestra.

No, ma… non devessere facile.

Macché. Mi sono fatto molte domande. Sorrise. Pare sia salutare, dicono.

Lucia si accorse che stava sorridendo anche lei, in modo un po impacciato.

Sergio, disse lui, porgendole la mano.

Lucia.

Si strinsero la mano in modo efficiente, come colleghi più che altro.

Proseguo che devo fare almeno quarant minuti di cammino, disse lui rialzandosi con cura. Per ora è unimpresa.

Buona fortuna.

Anche a lei.

Sergio si allontanò. Davvero, camminava con attenzionezoppicando leggermente, ma dritto.

Lucia tornò a fissare il ghiaccio.

Per la prima volta in quattro mesi si sentiva neutra. Non bene, non male: semplicemente semplice.

***

Il giorno dopo si ritrovarono di nuovo insieme a colazione, per caso. Lei scelse il tavolo libero vicino alla finestra, e quando lui entrò con il vassoio lei fece un cenno.

Se vuole…

Grazie.

A colazione parlarono poco. Lui spulciava il cellulare, lei guardava fuori. Poi lui ripose il telefono e domandò:

È una traduttrice?

Lucia si sorprese.

E lei come lo sa?

Ieri a pranzo aveva un dizionario di tedesco sul tavolo. Quelli di carta ormai sono rari.

Ah, notato…

Ho locchio. Di nuovo, senza superbia, solo un dato di fatto. Quindi traduttrice?

Sì. Medico-legale, ogni tanto narrativa.

Interessante. Sembrava davvero pensarlo. Io sono architetto. O ero. Ora, non so.

Perché?

Le mani vanno, la schiena no. Vediamo.

Potrebbe stare senza lavoro?

No. Non fisicamente, mentalmente. Picchiò leggermente il tavolo, come per sottolineare una cosa importante. Non è solo lavoro, pensi in modo diverso.

Capisco. Il traduttore è uguale. Accendi una modalità diversa nella testa, senza quella manca qualcosa.

Bravo, è proprio così.

Un silenzio buono. Quasi rilassante.

Quanto rimane qui? chiese.

Tre settimane.

Anchio. Allora ci vediamo ancora.

Evidentemente sì.

***

Mentre Lucia osservava la superficie ghiacciata e parlava di dizionari e architettura, Giovanni Bianchi viveva unaltra vita.

Nemmeno lui sapeva bene come, allimprovviso, tutto sembrava facile. Dopo tre anni da malato, la dialisi, lalienazione del proprio corpo, ora finalmente funzionava. Poteva svegliarsi la mattina senza pensare alle medicine. Un bicchiere di vino a cena, senza fare calcoli. O quasi. Rimanevano limiti, ma sembravano nulla.

Vittoria faceva parte di questa rinascita. Trentuno anni, bionda, sempre attaccata al telefono e con energia illimitata. Lavorava come tour operator e non stava mai ferma.

Giovanni, guarda! Scorreva le foto sul cellulare. Sentieri di montagna, mare cristallino, scogli. È la Sardegna. Aprile. Trekking facili, bellissimi. Ci andiamo?

Certo, rispondeva lui. Perché sì, davvero. Un anno fa era convinto che non ci sarebbe mai più andato.

Vittoria portò qualche scatola in casa, spostò i mobili, cambiò le tende. Giovanni non si oppose. Le tende erano belle.

A volte pensava a Lucia. Non con rimorso, precisamente, ma con quella fitta che non volevi chiamare colpa, perché non ti sentivi davvero colpevole. Aveva fatto tanto per lui. Però, la vita accanto a una persona malatao che percepisci come taleè una zavorra. Lui voleva volare, non zavorre.

Così si giustificava con sé stesso. E la spiegazione reggeva.

Al lavoro lo guardavano in modo diverso. Qualcuno diceva che sembrava ringiovanito.

Bianchi, ti hanno sostituito? rideva Sandro dellufficio accanto.

La vita migliora, rispondeva Giovanni.

E migliorava davvero. Ad aprile andarono in Sardegna. Poi a settembre, Islanda. Vittoria voleva vedere laurora boreale. Lui voleva tutto quello che aveva perso.

In Islanda faceva freddo. Noleggiarono unauto, percorrevano strade semideserte. Vittoria fotografava con lo smartphone, Giovanni si sentiva rinato.

Quella velocità gli piaceva. Aveva paura di perderla.

***

Intanto, alle Acque Chiare, la giornata scorreva piano.

Terapie, passeggiate, pranzi. Lucia ricominciava ad avere una routine. Al mattino acqua termale ai sali, poi colazione, poi camminata di unora. Dopo pranzo dormiva, la fisioterapia la stancava. Alla sera leggeva, guardava il bosco che imbruniva.

Sergio era il compagno di ritmo. Si incrociavano spesso nei vialetti.

Oggi trentasei minuti, riferì al quarto giorno sulla loro panchina davanti al laghetto.

Il minimo è quaranta.

Lo so. Ma sono stanco. Fissava il ghiaccio, dove ora cerano le prime chiazze dacqua. Mi arrabbio con me stesso.

Perché? Dopo una frattura vertebrale cinque mesi fa, già va benissimo.

Lui la guardò.

Traduce testi medici, eh? Si sente.

In che senso?

Parla chiaro. Senza forzare. La gente o esagera (Che forte sei!) o minimizza (Ma sì, passerà!). Lei dice i fatti.

Non so se andrà bene, disse Lucia con onestà. Non sono il suo medico.

Ecco, onestà. Merce rara.

In fondo aveva ragione. In questi mesi tutti le dicevano quanto fosse forte, che sarebbe andato tutto bene. Nessuno era onesto.

Come è successo? chiese. Poi aggiunse: Solo se vuole dirlo.

Un cantiere, rispose. Sopraluogo, come si fa sempre. Cerano problemi col ponteggio. Sono caduto dal terzo piano.

E?

Vivo. Nessun trionfalismo. Solo cronaca. È curioso: prima non capisci, sei solo vivo; poi senti dolore; poi inizi a decifrare cosa hai e quanto.

È lunga la strada?

Molto. Guardò ancora il lago. Ma cè tempo per pensare. Come dicevo.

Pensare a cosa?

A tutto. Pausa. Ho costruito case per altri, mai una mia. Mio figlio, col quale non parlo quasi da due anni. Forse era ora di questa scossa.

Strano modo di riceverla.

In effetti. Ma così è la vita: poco raffinata.

Lucia rise piano, insospettabilmente.

Non lavevo mai sentita ridere, disse Sergio.

La conosco da tre giorni.

Appunto. Tre giorni, zero risate.

Lei non rispose. Guardava il lago dove ora cera una macchia nera.

È sposata? chiese lui, tranquillo.

Lo ero. Ora no.

Da molto?

Quattro mesi. Pausa. È andato via. Dopo che…

Non finì la frase. Poi decise di finirla.

Tre anni fa ho donato un rene a mio marito. E lui mi ha lasciata, dicendo che non voleva vivere con una menomata.

Sergio restò zitto. Lei attese. Di solito tutti dicono qualcosa: Incredibile. Che mostro.

Fa male, disse infine lui. Sottovoce.

Solo questo.

Sì, rispose Lucia. Fa male.

***

A marzo il ghiaccio sparì del tutto. Lacqua era prima grigia, poi azzurra. Al mattino la nebbia sfiorava il laghetto.

Ora andavano a passeggiare insieme. Prima erano incontri casuali, poi una specie di accordo. Alle dieci, dopo colazione, si incontravano allentrata.

Sergio camminava piano. Lucia rallentava il passo e scopriva che le piaceva. Non aveva voglia di correre.

Parlavano molto: architettura, traduzione, come cambia la percezione dello spazio e del proprio corpo dopo una malattia. Lucia raccontò della sua cicatrice. Allinizio non riusciva a guardarla; poi si era abituata; ora era semplicemente parte di lei.

È giusto, disse Sergio. Il corpo è più sincero della mente. Si adatta.

Lei guarda il suo?

È sulla schiena, difficile fissarlo. Ridacchiò. Ma lo sento. Ogni giorno.

Che significa per lei?

Che sono qui. Solo questo. È successo e sono qui. Basta così.

Lucia pensò spesso a quella frase. Che è successo, e io sono qui.
Una filosofia diversa da quella di Giovanni, che voleva cancellare tutto, nuovo corpo, nuova donna, nuovo profumo.

Questuomo che zoppicava diceva che basta esserci. Non sapeva ancora cosa pensare, ma pensare a questo la incuriosiva.

***

Dalla seconda settimana del soggiorno presero labitudine del tè la sera. Nellatrio cerano poltrone comode e un tavolino. Lucia portava qualche biscotto che Marina le spediva come un commando; Sergio metteva i soldi alla macchinetta del tè.

Mi racconta di suo figlio? chiese lei un giorno.

Antonio, ventisei anni. Vive a Milano, informatico. Sposato lanno scorso, una brava ragazza. Li ho visti insieme solo al matrimonio. Teneva il bicchiere tra le mani. Non abbiamo litigato. Solo, ci siamo persi. Io sempre impegnato, lui cresceva da solo.

Ha parlato con lui dopo lincidente?

È venuto, sì. Quando ero in ospedale. Strano: alle volte bisogna farsi quasi ammazzare per riuscire a parlare davvero.

Lo so. Abbracciava la tazza. Ho una figlia, Caterina. Ventitré anni. Scoprì che Giovanni se nera andato e volle venire a trovarmi. Non la volevo.

Perché?

Non volevo che mi vedesse così. Pausa. Non volevo esserle di peso. Nei suoi occhi. Sono la mamma, dovrei essere…

Chi?

Me stessa, credo. Non una da compatire.

Capisco. Scrollò le spalle. Orgoglio o difesa?

Forse entrambe.

Sa che siete qui ora?

Sì, ci sentiamo. Vuole venire nel weekend. Sto pensando se accettare.

Lasci venire.

Lei lo guardò, incuriosita.

Perché?

Se vuole venire, è per amore. Non per pietà. Posò la tazza. Ho tenuto Antonio lontano tanto. Credevo di farcela da solo. E invece, quando venne, fu meglio.

Non temeva che lo vedesse debole?

Certo, ammise. Ma tanto aveva già capito. I figli sanno tutto.

Lei annuì e non rispose. Il giorno dopo chiamò Caterina e le disse di venire il prossimo fine settimana.

***

Giovanni, intanto, sfogliava una rivista di viaggi guardando un vulcano in Guatemala.

Vittoria, guarda, le porse la rivista. LAcatenango. Salita.

Vittoria guardò larticolo.

Quattromila metri! Ma in montagna non ci sei mai stato…

Prima non potevo fare niente. Ora posso.

Ok, ma il medico…

Ha detto esercizio sì, basta non esagerare. Solo trekking, non alpinismo.

Si prese un attimo.

Va bene. Quando?

In autunno. Ottobre è stagione buona.

Vedo le agenzie.

Lei prese il cellulare. Giovanni fissava la foto del vulcano: un cono perfetto tra le nuvole. Bellissimo.

Non pensava quasi più a Lucia. Solo, ogni tanto, quando gli amici comuni lo chiamavano senza sapere che dire. O se in farmacia vedeva la scatola degli immunosoppressori e gli tornava in mente Lucia che metteva le pillole nei contenitori settimanali. Lo faceva lei, non era lui a chiederlo.

Ora lo faceva da solo.

Anche questo, si può fare da soli, alla fine.

Delle medicine per la depressione non aveva più bisogno. Lumore era buono. Gli esami perfetti. Il nefrologo, ogni controllo, aveva laria di chi aveva previsto catastrofied era lieto di essersi sbagliato.

Come vanno le forze?

Bene, dottor Colombo.

Attività fisica?

Moderata.

Alcol?

Un bicchiere ogni tanto.

Dieta?

Quando mi ricordo.

Va bene, e gli lanciava sempre uno sguardo un po diffidente. Il rene va bene, ma stia attento.

Sono attentissimo.

***

In Guatemala non andarono mai. Vittoria trovò qualcosa di meglio, secondo lei: Marocco, ottobre. Città, mercati, deserto e cammelli.

Niente trekking, però è affascinante.

Perfetto.

A Marrakech cerano trentacinque gradi, giravano per i souk, si lasciavano travolgere dallodore di spezie, compravano chincaglierie, mangiavano tajine e bevevano tè alla menta.

Giovanni iniziò a sentirsi stanco, ma diede la colpa al caldo. Il terzo giorno aveva la febbre.

Forse è solo qualcosa che ho mangiato, disse a Vittoria.

Forse è il caldo.

Probabile.

Rimase in albergo un giorno. La febbre passò. Seguì un dolore sordo al fianco destro, lì dove stava ora il rene di Lucia.

Tutto a posto? chiese Vittoria.

Sì, sì, solo la schiena, sarà la camminata.

Tornarono in Italia. Il dolore sparì in tre giorni.

Ma rimase una sensazione di fondo che non voleva chiamare ansia.

***

Caterina arrivò alle Acque Chiare di sabato. Alta, come Giovanni, ma il viso tutto di Lucia: capelli scuri, occhi chiari.

Abbracciò la madre a lungo.

Mamma.

Caterina.

Bevvero tè nella hall. Caterina raccontò del lavoro, della nuova casa che divideva col ragazzo. Lucia pensava a quanto la figlia fosse cresciuta, diventata donna sotto il suo naso.

Come stai? chiese diretta.

Meglio. Davvero.

Ti trovi bene qui?

Sì. Silenzio, bosco. E belle persone.

Caterina lanciò unocchiata carica di sottintesi.

Belle persone, tipo?

Lucia esitò.

Cè una persona. Un architetto. Anche lui si sta riprendendo. Persona per bene.

Per bene, ripeté Caterina con quel tono che voleva dire tutto.

Caty, dai.

Non ho detto nulla.

Hai detto col tono.

Sono contenta se stai bene con lui, diventò seria. Sul serio.

Lucia la fissò.

Sei cresciuta, eh?

Era ora.

Sergio comparve nel pomeriggio. Incrociò Lucia e Caterina.

Buongiorno.

Buongiorno. Caterina, lui è Sergio. Sergio, lei è mia figlia.

Piacere, disse lui stringendo la mano a Caterina. Si sta bene, vero, qui?

Il bosco è davvero splendido.

Vero. Lanciò uno sguardo fugace a Lucia. Non vi disturbo. A domani.

A domani.

Quando lui fu fuori portata, Caterina rimase zitta un po.

Mamma.

Sì?

Niente. Tutto a posto.

***

Lultima settimana passò lenta ma buona. La neve era ormai ricordo, spuntava il primo verde. Gli uccellini urlavano alle sei, Lucia si svegliava e non si arrabbiava.

Con Sergio passeggiava ogni giorno. Ormai camminava dritto. Dai quaranta minuti era arrivato a unora, poi a unora e venti.

Unora e ventisette, oggi. Quasi senza soste.

Ottimo.

La gamba risponde meglio. Il fisioterapista dice che per agosto sarò in tabella.

Notiziona.

Sto pensando di andare da mio figlio a Milano. Non per un motivo preciso. Solo per… esserci.

Solo per esserci?

Sì. Lei aveva ragione. Quando ha detto di Caterina: che voleva venire per amore, non per pietà. Si vedeva negli occhi.

Lei è un buon osservatore.

Faccio larchitetto: si impara a guardare lo spazio anche tra le cose, non solo le cose.

Lucia rifletté.

È poetica, questa cosa.

Terra terra, piuttosto. Ma sorrideva. Lucia, posso farle una domanda impertinente?

Dipende.

Quando torniamo a Firenze, mi lascia chiamarla?

Lei si fermò. Si fermò anche lui. Erano in mezzo al parco, fra i pini e il verde appena nato. Il lago brillava.

Sì, rispose. Puoi.

Grazie, rispose lui. Senza entusiasmo, ma con una serietà dolce.

Ripresero a camminare.

***

Tornò a casa a fine marzo. Lappartamento era lo stesso. Eppure, diverso. O forse era lei a essere cambiata.

La prima cosa fu aprire tutte le finestre. Aria a volontà. Poi stilò una lista e andò al supermercato. Non solo pane e formaggio, ma cosce di pollo, erbe, pomodori, quello che ci voleva per una cena decente.

Cucinò ascoltando la radio.

Marina chiamò alle otto di sera.

Allora, tornata?

Sì.

Racconta.

Bene, Mari. Veramente bene.

Si sente dalla voce. Cosè successo?

Ho conosciuto una persona.

Lunga pausa.

Dettagli! Marina cambiò tono.

Lucia raccontò, trattenendosi: nome, età, architetto, trauma, camminate, tè della sera.

Ti chiamerà?

Ha detto di sì.

Bene, ripeté due volte Marina.

Sergio telefonò la sera dopo.

***

Iniziarono a uscire. Senza fretta. Forse era questa la parola che meglio descriveva come si muovevano. Senza fretta.

La prima volta, dopo due settimane, andarono in un ristorantino in centro Firenze, vicino a casa sua. Sergio viveva da solo, divorziato da tempo, lex moglie in Piemonte, unaltra famiglia, altri orari.

Siamo rimasti amici, raccontò. Senza drammi. Lei voleva stabilità, io stavo troppo in giro.

Antonio stava con lei?

Fino ai sedici anni. Poi è venuto da me per un po, poi a Milano. Spezzò il pane. Non sono stato un cattivo padre, solo… assente. È diverso.

Un po.

Mangiavano. Fuori, sera daprile, asfalto lucido di pioggia sotto i lampioni.

Devo dirti una cosa, disse lui.

Lucia alzò lo sguardo.

Non so quale sarà il mio ritmo, fu diretto. Adesso sono lento. Se per te va bene, sono contento. Se no, capisco.

Mi va bene. Anchio non vado di corsa.

Lho notato.

Davvero?

Al parco. Camminavi senza sprintare. La fissava tranquillo. È bello. Vuol dire che sai che strada stai facendo.

Pensò che fosse il complimento più strano mai ricevuto. Eppure, il più preciso.

***

Si vedevano una, due volte a settimana. Passeggiate, cene, chiacchiere. Raccontavano dei loro lavori, delle visite mediche. A volte si aspettavano reciprocamente in clinica per tornare a casa insieme.

A maggio lui la portò a una mostra di architettura, zona industriale riadattata. Modellini, disegni, foto.

Questo è il mio ultimo progetto, pre-incidente.

Racconta.

E lui spiegò: la casa, come ne aveva pensato gli spazi, la luce a seconda dellora. Era così dentro al discorso che Lucia ascoltava senza fiatare.

È stata costruita?

In finitura. Voglio andarci in autunno.

Mi porti?

Lui la guardò. Lei si accorse che era passato al tu per la prima volta.

Ti porto, rispose sulla stessa linea.

Qualcosa cambiò. In sordina, senza proclami.

***

Giovanni, quellestate, cominciò a capire che qualcosa non andava.

Tutto iniziò da una telefonata del nefrologo, strano.

Bianchi, le ultime analisi non mi convincono. Vorrei vederla.

Cosa cè?

Piccole alterazioni nella funzione renale. Forse inizio di rigetto. Bisogna cambiare terapia.

Rigetto?

Sì, preso allinizio. Se si segue tutto, si stabilizza. Ma…

Ma cosa?

Attività fisica. Che cosa ha fatto negli ultimi mesi?

Gli raccontò: trekking, Islanda, Marocco. Il medico ascoltava, olimpico.

Bianchi, il rene trapiantato non è il suo. Va, ma va a prestito. E con attenzione. Il caldo, laltitudine, i cambi repentini: tutte cose che stressano lorganismo.

Me laveva detto?

Sì. Lei ascoltava?

Giovanni tacque.

Non la spavento. Ma capisca: non è guarito e via, è vivere con dei limiti. Unaltra cosa.

Uscì dalla clinica e si sedette in auto. Passarono due studenti innamorati, ridendo.

La fitta tornò.

***

Vittoria, appena seppe delle analisi, si diede da fare. Per qualche giorno fu premurosa. Poi, pian piano, tornò nervosa. Non lo diceva, ma Giovanni lo percepiva.

Vorrà dire che ti riposi un po, poi torniamo ai programmi.

Non è influenza. È…

So bene cosè. Lo guardò. Mica ti sto accusando di niente. Riprenditi, poi si ricomincia.

E se non si riprende?

Lei lo guardava.

Si riprende. Non drammatizziamo.

Lui pensò che non stesse esagerando, solo chiedeva.

***

In autunno niente viaggi. Neanche gita fuori porta.

Giovanni rimase a casa, leggeva. Strano, inquietante. Abituato comera a correre, ora doveva fermarsi.

Vittoria rincasava sempre più tardi. A volte non tornava, chiamava: Dormo da unamica. Lui non chiedeva dettagli.

Litigarono a novembre, per una sciocchezza. Ma sotto cera altro.

Giovanni, così non posso. Non dura, ma stanca. Sei sempre nervoso, preoccupato. Ti parlo ma non ci sei.

Scusa.

Non è quello. Forse mi aspettavo altro. Non lo so, certo non questo.

Lui capì.

Strano, in quel momento non pensò a Vittoria. Pensò a Lucia.

A come lo aveva seguito durante lospedale, senza agitarsi, con voce calma. Con Lucia era normale essere malato, non eccezionale.

Scacciò la riflessione via.

***

A Natale Lucia era conscia di essere felice. Non una tempesta, solo la certezza, la mattina, di voler alzarsi.

Sergio era quasi recuperato. Sorrideva degli automatismi ereditati dalla lunga riabilitazione.

Puoi smetterla di andare piano, ormai.

Abitudine. Dopo tanto tempo non si toglie.

In ottobre andarono insieme a vedere la casa che Sergio aveva progettato. Un trilocale in campagna, fuori Siena. Cantieri in via di finitura. Sergio girava soddisfatto, controllava dettagli invisibili agli altri.

Lucia guardava dal secondo piano il terreno, gli alberi.

È bello.

Sì, soddisfatto.

Lui si mise vicino.

Lucia, disse serio.

Sì?

Un giorno vorrei che vivessi qui. Se vuoi, in futuro.

Lei calcolò le parole.

Un giorno.

Questo è un sì?

È la verità. Vado piano.

Lo so. Anchio.

Guardavano fuori, i rami dorati allultimo sole.

***

A gennaio, chiamò Marina.

Lucia, hai sentito di Giovanni?

Il vecchio nodo nello stomaco tornò.

Che è successo?

È in ospedale. Il rene ha dato problemi, seri. Me lha detto unamica comune, e pare Vittoria se ne sia andata via.

Lucia fissava fuori. Gennaio.

Grazie di avermelo detto.

Lucia… come stai?

Bene, Mari. Davvero.

Chiuse. Restò un po a guardare fuori. Sentì una cosa difficile da definire: niente rivincita, niente pena. Una comprensione quieta.

Chiamò Sergio.

Ciao.

Tutto ok?

Sì. Solo volevo sentire la tua voce.

Eccola.

Sei libero stasera?

Sì.

Vieni che cucino qualcosa di serio?

Arrivo.

***

Giovanni uscì dallospedale a febbraio. Magro, faccia diversa, non vecchio, solo… cambiato.

Vittoria aveva già levato le tende. Nessuna scenata, solo scatole e addio. Aiutò persino a portare i pacchi sul taxi. Un commiato gentile, il peggio dei modi.

Era solo. Le sue tende, quelle di Vittoria, stavano ancora lì. Pensava di cambiarle, non lo fece mai.

Ricominciò a pensare spesso a Lucia. Prima poco, poi sempre.

Non pensava tanto a cosa aveva fatto passare a leiquanto a come lei aveva saputo stargli accanto. Senza fastidio, senza stancarsi. Cucendo la vita come una coperta, naturale e normale.

Era proprio quello che gli mancava.

Recuperò il numero vecchio dal backup. Guardò il telefono a lungo.

Poi chiamò.

Rispose dopo due squilli.

Giovanni, disse, senza chiedere chi parla.

Lucia. Ciao.

Ciao.

Come stai?

Bene. E tu?

Hai sentito…

Sì.

Pausa.

Posso venire a trovarti? Parlare.

Ci pensò.

Va bene, rispose.

***

Domenica, ore quattro, Giovanni suonò. Lucia aprì subito, come se lo stesse aspettando.

Sembrava diverso. Non invecchiato, solo… svuotato di recite.

Vieni.

Grazie.

Entrò. Notò dettagli nuovi: qualche libro, profumo di gelsomino.

Siediti. Vuoi un tè?

Sì, grazie.

Lei andò in cucina. Lui guardò la foto sul muro: Caterina giovane, Lucia ridens, trentacinque anni?

Quando tornò con le tazze, lui stentava a parlare.

Lucia, so di non meritare nulla.

Giovanni…

No, per favore, fammi finire. Alzò lo sguardo. Ho capito, negli ultimi mesi, di essere stato uno sciocco. Come ti ho trattata, quello che ti ho detto…

Non serve spiegare.

Sì che serve. Lucia, vorrei ricominciare daccapo. So che sembra assurdo. Ma sono cambiato. Ho capito chi mi serve, cosa mi serve.

Lucia posò la tazza. Lo guardò a lungo.

Ti serve chi, Giovanni?

Tu.

Io… o chi si occupa di te?

Non rispose subito.

Non è la stessa cosa?

No. Tono calmo, impassibile. Tu non sei qui perché senti la mia mancanza. Ma per paura di restare da solo con la malattia. Ti sei ricordato che cè chi non scappa alle prime difficoltà.

Lucia.

Fammi finire. Non alzava la voce. Non sono arrabbiata con te. Te lo dico davvero. Dopo un anno e mezzo, sto meglio. Non perché ho dimenticato, ma perché ho ritrovato quello che tu avevi distrutto.

Cosa hai trovato?

Me stessa. Pausa. E unaltra persona.

Lui la fissò in modo diverso. Qualcosa finalmente gli scattò.

Cè qualcuno, non domandò.

Da primavera. Una brava persona. Anche lui ha sofferto. Sa cosa significa, davvero.

Giovanni tacque.

Avresti dovuto arrabbiarti con me di più.

Te lho detto, la rabbia non cera. Solo vuoto. Poi ho ripreso a vivere.

Ma come hai fatto?

Non è solo roba tua. Mi hanno aiutata. Marina, le terme, il tempo. E qualcuno che rimane quando è difficile.

Io sono scappato.

Esatto.

Per paura.

Lo so. Paura della cicatrice, delle medicine, della fatica. Ma ti sbagliavi: non era la fine. Era solo diverso. E diverso può anche essere bello.

Lucia, voglio tornare.

Lei scosse la testa, non dura. Solo stanca.

Tu vuoi tornare, ma cerchi cura, non amore. È onesto. Ma sono cose diverse.

E se fosse amore?

Se lo fosse stato, non saresti andato via.

Lui rimase zitto.

Non so come vivere ora.

Ottimo inizio, disse lei. Se non sai, inizi a pensare. Ci hai pensato?

Sì.

E concludi?

Che ho vissuto senza profondità. Mi pareva si dovesse correre, accumulare. Invece era fumo.

Ottima consapevolezza.

Ma non serve se non hai nessuno accanto.

Devi essere importante per qualcuno, non per chi ti fa da infermiera. Per qualcuno a cui tu dai qualcosa. Ci hai pensato?

Lui tacque.

Hai avuto una malattia. Io ti ho dato una via duscita. Poi mi hai chiamato menomata. E per la prima volta la voce tremò di un filo acido. Ma la vera menomazione è quella di chi cerca solo il proprio comodo. E lascia la barca ai primi problemi.

Rimase a fissarla, svuotato.

Non posso ricominciare. Non per cattiveria. Perché non avrebbe senso. Non si ricostruisce su un terreno crollato. Bisogna partire da zero. Con altri e con altro.

Si alzò.

Allora vado.

Fai bene.

Già sulla porta si voltò.

Sei felice?

Non rispose subito.

Sì. Non come prima. Diverso. Ma sì.

Sono contento. E sembrava sincero.

La porta si chiuse, senza rumore.

***

Lucia rimase nellingresso. Sentiva la cabina dellascensore, una porta che sbatteva, una macchina in lontananza.

Poi prese il telefono, scrisse un messaggio:

È venuto. Tutto a posto. Tu dove sei?

Risposta: SullArno. Vieni.

Si mise il cappotto, prese le chiavi.

Le scale vuote. Laria di febbraio: fredda ma quasi lucida.

Camminava lungo i marciapiedi. Pensava a quella domanda: sei felice? Aveva risposto sincera.

Il lungarno era a dieci minuti.

Non andava di corsa. Né lenta. Andava sapendo dove.

***

Sergio era appoggiato al parapetto, guardava il fiume.

La sentì arrivare, si voltò.

Hai fatto tardi? chiese Lucia.

Metro veloce. La studiò. Come va?

Bene. Davvero bene.

Che voleva?

Ricominciare.

Silenzio.

Glielhai spiegato?

Sì.

Ha capito?

Non so. Forse sì. Era diverso, più calmo.

La vita cambia chi lo vuole.

Gli altri li spezza.

Sergio assentì.

Restarono a guardare il fiume. Era grigio, febbraio, vento, niente ghiaccio. Inverno gentile.

Sergio.

Dimmi.

Ti ricordi quando dicevi, lì alle terme, che questo è successo, e io sono qui. Basta?

Ricordo.

Allepoca non capivo. Ora sì.

Cosa?

Che basta così non è poco. Essere qui, con ciò che si ha. Senza gareggiare. Forse è questa, la felicità.

La felicità?

Lei non rispose. Guardò lacqua scorrere, portata dal vento.

Proprio quella, disse infine.

Lui capì.

Restarono lì, spalla contro spalla, il vento freddo ma sopportabile, dietro i tetti il tramonto invernale rosa, gentile.

Allinizio non le prese la mano. Semplicemente rimase vicino. A un certo punto le dita si sfiorarono. Non chiedevano niente. Solo così. Da chi può permettersi di non avere fretta, perché è proprio questo il valore.

Lucia non ritrasse la mano.

Il fiume continuava a scorrere.

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