Il regalo di papàMentre lo apriva, il pacco rivelò una vecchia mappa del tesoro che il padre aveva custodito segretamente per decenni.

12 ottobre 2023

Oggi, sfogliando il mio vecchio quaderno, mi è tornata alla mente la figura di Marta, la mia mamma, la donna più bella che abbia mai conosciuto. Mio padre, Alessandro, la chiamava lunico vero pregio di Marta. Io, innamorata di lui fino a far battere il cuore a mille, lo guardavo con gli occhi di chi ama senza limiti.

Alessandro era professore di scienze politiche allUniversità di Milano. Proveniva da una famiglia colta, che allinizio non accettò mai Marta. Solo più tardi ho scoperto come si fossero incontrati. Alessandro, appartenente a un gruppo studentesco di volontari, era stato inviato in una cooperativa agricola in Toscana per costruire recinti per gli animali. Marta, allora 17 anni, lavorava come mungitrice. Aveva soltanto otto anni di scuola elementare e, anche dopo anni di vita con Alessandro, non imparò mai a leggere velocemente: scorreva le parole con le dita, sussurrando i sillabi. Ma era una bellezza rara: fragile, con la pelle candida come porcellana, i capelli dorati fino alla vita, gli occhi azzurri come viole del campo e un profilo scolpito. Nella foto del matrimonio sembrava uscita da una rivista. Alessandro era alto, capelli scuri, baffi folti, dallaspetto decisamente maschile.

Quellestate, Marta rimase incinta e Alessandro dovette sposarla. Forse un giorno laveva ammirata, ma la pressione dei genitori lo costrinse a farlo. Gli zii e i colleghi universitari lo accusavano di essere stato ingannato da una donna poco istruita. Intorno a lui cerano giovani dottoresse, belle non per laspetto ma per lintelligenza, capaci di tenere una conversazione brillante. Quando Alessandro provava a portarci a cena, Marta mangiava rumorosamente, senza posate, e rideva così forte da farlo vergognare. Lui non esitava a dirglielo, e lei scuoteva la testa, con un sorriso triste, senza osare contraddirlo.

Io non volevo somigliarmi a Marta. Volevo che Alessandro fosse fiero di me. Prima di entrare a scuola imparai lalfabeto e leggevo meglio di lei. Trascorrevo le ore a fare esercizi di matematica, sperando di dare sempre la risposta giusta quando lui mi lanciasse un problema, per guadagnare il suo elogio. A tavola osservavo attentamente i suoi gesti: mangiavo con la bocca chiusa, non leccavo il piatto, usavo forchetta e coltello, al contrario di Marta. Nonostante tutto, Alessandro non mi mostrava mai grande affetto; mi lanciava solo uno sguardo fugace e accarezzava i miei capelli con una mano distratta. Quando riuscivo a parlargli, quei momenti diventavano il mio conforto, e rievocavo mentalmente le sue parole.

In seconda elementare Alessandro se ne andò. Marta mi tenne nascosta la verità, ma alla fine scoprii che aveva una nuova compagna. Quando sentii la parola divorzio, il solo pensiero fu: Che Alessandro mi porti con sé. Ma rimasi con Marta. Dovemmo lasciare lappartamento che apparteneva ai nonni, Signora e Signor Bianchi a Siena; erano felici di liberarci. Per un po ricevevamo dei piccoli trasferimenti mensili da Alessandro, e la nonna ci mandava soldi per le festività. Il crollo economico dellItalia ci colpì subito: Alessandro perse il lavoro e gli invii si interruppero. Marta trovò lavori saltuari come operatrice di impianti domestici, lavava pavimenti dallalba al tramonto. Il suo stipendio era scarso, spesso in ritardo, e la nostra vita divenne povera. La bellezza di Marta si affievolì col tempo; io non riuscivo più a vedere nulla di buono in lei e la incolpavo mentalmente per labbandono di Alessandro.

Alessandro, però, divenne imprenditore. Un giorno tornò a trovarci con una giacca nuova e qualche moneta. Ricordo ancora quellinverno: ero appena uscita da scuola, tremante nel mio vecchio cappotto con le maniche troppo corte. Alessandro era lì davanti al portone; Marta era al lavoro e nessuno gli aprì la porta, ma lui rimase ad aspettare. Il mio cuore esplose: Papà non mi ha dimenticato! Gli offrii del tè con lo zucchero, chiacchierando incessantemente dei miei progressi scolastici, cercando di mostrargli quanto fossi diventata una brava ragazza. Lui ascoltava distratto, finì il tè, mi mostrò la giacca: era splendida. Pose sul tavolo dei soldi e disse:

Dalla parte di tua madre. Il prossimo mese ne porto un altro.

Verrà anche al mio compleanno? chiesi timidamente.

Mi guardò intensamente, come se avesse dimenticato la data, poi rispose:

Certo! Che voglio regalarti?

Una bambola! balbettai, arrossendo. Ero ormai grande per le bambole, ma quelle parole uscirono da sole. Di solito mi comprava libri per i compleanni.

Va bene, sarà una bambola, annuì.

Quando Marta tornò, le raccontai con orgoglio della visita di papà e del suo promesso regalo.

Il giorno del mio compleanno correvo a casa con il cuore in gola, temendo che Alessandro non mi aspettasse. Il mattino la mamma aveva preparato una torta, e mi regalò un cardigan alla moda, che desideravo da tempo. Non toccai la torta, aspettavo papà. Ma non arrivò. La sera, quando Marta rientrò dal lavoro, condividemmo la torta; il mio umore era spento e alla fine piansi a dirotto. Marta capì, ma non disse nulla su Alessandro.

Il giorno dopo, Marta mi porse una scatola:

È arrivata per posta, forse cè stato un ritardo. È da papà.

Dentro cera una bambola nuova, avvolta in una confezione rosa brillante.

Perché non è venuto di persona? chiesi.

Probabilmente è stato mandato in trasferta, rispose, evitando lo sguardo.

Quella bambola divenne il mio tesoro. La portavo a scuola senza temere le prese in giro dei compagni. Alessandro non tornò mai più, né la nonna inviò altri denari. Gradualmente accettai che nella mia vita cera solo Marta, ma ogni giorno sentivo la mancanza del padre, sperando che un giorno tornasse, vedesse chi ero diventata e fosse fiero di me.

Dopo l’undicesimo anno, sono stata ammessa alla Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna. Volevo condividere la notizia con papà a ogni costo, così decisi di cercare il suo vecchio appartamento, la casa dei nonni a Siena, dove ero andata solo per le feste. Senza dirlo a Marta, partii.

Allappartamento di Alessandro mi aprì una donna sconosciuta, affermando che non cerano più inquilini da sette anni. Cercai di indagare, ma chiuse la porta in faccia. I nonni non risposero al telefono. Stavo per andare via, quando si aprì la porta accanto e una vecchia signora con grandi occhiali mi guardò:

A chi cercate?

Sono Vania, la nipote dei Serafini.

La signora mi scrutò e disse:

Se sei la nipote, devi sapere che sono sepolti da anni.

Rimasi senza parole.

Non lo sapevo I miei genitori si sono separati e io

Sì, sì, divorziati Allora sei tu, Marta?

Sì.

Volevi parlare con la nonna e il nonno?

Sì. E anche con papà, esitai.

La signora mi fissò e, con voce rotta, disse:

Tutti loro sono morti. Per debiti. In un solo giorno. Colpe del tuo padre

La verità mi travolse, senza lasciarmi fiato.

Non ucciderti così, mi implorò. Sei ancora giovane, tutta la vita davanti. Tua madre è viva?

Annuii.

Ti darò gli indirizzi delle loro tombe, li ho scritti su un taccuino. Vai, parlaci, ti farà stare meglio.

Scavò tra cassetti, trovò il taccuino e mi dettò numeri e il nome del cimitero. Ringraziai e mi misi subito in viaggio, ma la paura mi fermò.

Le tombe erano invase da erbacce, abbandonate. Con difficoltà le pulii, lessi le iscrizioni: la data di morte era due giorni dopo il mio ultimo incontro con Alessandro.

Tornando a casa, nel tram sgangherato, mi colpì la consapevolezza che Alessandro non poteva avermi inviato quella bambola per il compleanno. La bambola lavevo custodita per anni, al di sopra di tutti gli altri regali di Marta. Allora mi venne il dubbio: forse era Marta a farla passare per suo padre. Un rossore mi salì alle guance, una pietra si bloccò nella gola. Mi vergognai. Il mio padre era solo un bandito che aveva distrutto la sua famiglia. Per fortuna non avevamo vissuto insieme, altrimenti avremmo finito, anchio e Marta, sullo stesso letto di dolore.

Non raccontai nulla a Marta. Inventai una scusa, dicendo che ero uscita con le amiche. Poi la abbracciai, le dissi quanto la amassi e mentii ancora una volta:

Grazie di tutto.

Marta alzò gli occhi, un po velati dal tempo ma ancora di un azzurro intenso.

Io sapevo che quella bambola era un dono tuo. Per questo lho sempre amata.

Le lacrime le rigarono le guance. Non provai vergogna per le mie bugie; provai invece rimorso per gli anni in cui avevo considerato la madre solo una figura sgradita, incapace di vedere la sua bellezza oltre laspetto effimero.

Mi chiudo il diario con la speranza che, un giorno, riuscirò a perdonare tutti, soprattutto me stessa.

Ginevra.

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