Il tuo posto speciale

Il proprio posto

Mamma, ma che fai?! Che stai combinando? urlai quasi in lacrime, guardando mia madre che svuotava larmadio dalle mie povere cose. Il mio vestito rosso a pois, il mio preferito, finì per terra, attirando subito lattenzione di mio fratellino Andrea, seduto a giocare sul pavimento. Andrea afferrò la cintura del vestito e la portò alla bocca. No, Andrea! Ridammela!

Ti dispiace per uno straccio! sbottò mia madre Roberta, gettando i miei jeans accanto alle altre cose e sbattendo la porta dellarmadio. Fuori di qui!

Ma dove vuoi che vada, mamma? A questora?! Ma cosa ti prende?

Faccio quel che mi pare, siamo a casa mia! E qui, per te, non cè posto!

E io? Non è anche casa mia questa?

No, cara mia! Qui non hai niente di tuo! disse Roberta, prendendo in braccio Andrea e pulendo il nasino con lorlo del mio vestito. Proprio niente! E basta stressarmi! Avevo appena messo insieme la mia vita, e tu vuoi rovinare tutto? Non lo permetterò!

Ma mamma, che ti ho fatto di male?!

E chi fa la civetta davanti a Filippo? Non sei tu?

Mamma! urlai talmente forte da far sobbalzare Andrea, che scoppiò a piangere spaventato. Cosa stai dicendo?! Ma ti ascolti?

Eccome se mi sento! Basta! Ho detto tutto! Entro cinque minuti, sparisci!

Mia madre sbatté la porta uscendo e io rimasi come paralizzato, senza riuscire a capire cosa fosse appena accaduto. Mi avevano cacciato di casa? Il cervello proprio non collaborava. Tentavo di afferrare almeno un pensiero sensato, qualcosa a cui aggrapparmi per andare avanti, ma tutto mi sfuggiva come nuvole strappate dal vento. Dal corridoio sentii piangere Andrea e mi scattò quasi un riflesso: era lui, da sempre, la mia responsabilità. Mi era naturale consolarlo, distrarlo da qualsiasi cosa che lo facesse piangere. Il nuovo marito di mia madre, Filippo, non sopportava le lacrime né il rumore dei bambini. Odiava ogni cosa che riguardasse un bambino. E io, cresciuto in tuttaltra atmosfera amore, cure, abbracci caldi di famiglia non riuscivo a capire come potesse essere mia madre in quei momenti. Invece di calmare Andrea, preferiva mollarlo a me e andare da suo marito.

Dagli un po una sistemata! Sei grande ormai, aiutami!

Già, grande. Fino a ieri ero il cocco di mamma e papà, e ora, in un attimo, sono diventato un pezzo tagliato fuori, come diceva lei. Gli ultimi due anni erano stati una valanga: non riuscivo a stare al passo con gli eventi che cambiavano la mia famiglia uno dopo laltro.

Prima se nera andato mio padre, dopo un infarto improvviso. Uningiustizia: lo si sarebbe potuto salvare, se solo qualcuno, alla fermata dove si era accasciato, avesse avuto almeno il cuore di fermarsi. Non aveva cinquantanni, un uomo elegante, niente affatto un barbone, rimasto per terra più di unora mentre la gente girava la testa altrove, presa dalle proprie vite importantissime. Nessuno dei passanti aveva chiamato unambulanza. Forse avranno pensato che fosse ubriaco o fuori di testa visto che dormiva in mezzo alla strada, in novembre. Quando finalmente una donna si avvicinò per scuoterlo, ormai era troppo tardi.

Ricordo bene mia madre, allora. Sembrava essersi pietrificata niente lacrime, solo silenzio; si chiuse nella sua stanza, dimenticandosi di me, lasciandomi completamente solo.

Parenti non ne avevamo, gli amici dei miei genitori erano ormai solo conoscenti, che si vedevano ogni tanto per occasioni importanti e sparivano subito dopo, mai realmente coinvolti nella nostra vita. E mamma e papà erano sempre così fieri del loro piccolo mondo, senza bisogno di nessuno, andava bene così. Allinizio ci credevo anchio, e non sopportavo quando cerano ospiti. Perché servivano? Non eravamo forse felici noi tre?

Poi iniziai la scuola. Nel mio primo anno cerano molte più femmine che maschi, così mi misero di fianco a una bambina vivace, dal nome allitaliana: Giulia, con due trecce nere grosse come il mio polso. Erano così pesanti che Giulia doveva camminare sempre a testa alta, come una regina. Io, coi miei riccioli biondi, ne ero invidiosissimo: la mamma non riusciva mai a farmi delle acconciature come si deve mi chiamavano tutti Ricciolino.

Giulia mi concesse di toccarle la treccia solo al terzo giorno, quando si spazientì, lanciandola dietro le spalle: Basta, le taglio! Non mi interessa se la mamma si arrabbia.

Io allungai la mano, la sfiorai, e bisbigliai: Ma sei matta? Son bellissime!

Così nacque la nostra amicizia, e da allora tutti a scuola la chiamavano Giuggi, la ragazza dalle trecce magiche.

Giulia era la quarta di una famiglia numerosa, i Bianchi, e la prima volta che andai a casa loro, mi sembrava di essere in una giostra: cera gente ovunque, adulti, bambini di tutte le età, non si capiva più chi fosse chi. Ricordo però chiaramente che sua madre, Bianca, appena mettevi piede in casa, ti faceva accomodare a tavola e ti riempiva il piatto fino a scoppiare. I fratelli, più grandi e più piccoli, erano sempre disponibili: il maggiore spiegava la matematica meglio di chiunque e la sorella mi insegnava a cucinare. Anche la più piccola impastava le torte in un lampo, mentre io non avevo mai potuto nemmeno avvicinarmi al piano cottura. Troppo presto, diceva la mamma.

Così, nella generosa cucina dei Bianchi, avevo capito che parenti e amici non erano un fastidio, e che le famiglie potevano essere ricche di attenzioni e sorprese. Quando Giulia riceveva regali, non era solo a compleanni: lì ogni occasione era buona, e anche per il compleanno di una prozia, lei prendeva dolci e mollette nuove!

Perché? Non è la tua festa le chiesi stupito una volta.
E allora? Bisogna aspettare unoccasione per voler bene a qualcuno? Aspetta, quando arriva Natale vedrai che diventerà una festa di regali! Rise, e mi fece ridere con lei.

Mia madre non approvava questamicizia; Giulia non le piaceva, e meno ancora la sua casa. Per fortuna lavorava tanto, così mi bastava tornare al volo a casa, mandare giù la minestra e sparire da Giulia, dove mi chiamavano con nomignoli affettuosi, mi offrivano torta di pesche e si prendevano il tempo di spiegarmi tutto con pazienza. Quegli incontri erano laria di cui avevo bisogno. Lì mi sentivo al mio posto.

Quando la mia famiglia ebbe il tracollo, furono proprio i Bianchi ad aiutare: quella sera mandarono i due fratelli grandi a portare i soldi e ci aiutarono con tutte le pratiche. Mia madre non voleva neanche uscire dalla sua stanza, e quando fu costretta a farlo, eseguì tutto con il broncio. I ragazzi dei Bianchi ci scortarono ovunque, risolvendo ogni problema, e ogni piccolo guaio. Mia madre non ci faceva caso, ma io non lo dimenticai mai.

«Perché lo fate?» chiesi poi a Giulia.
Lei rispose serena: Perché non sei unestranea. A casa vostra non ci sono più uomini, qualcuno doveva aiutare.

Poi, dopo pochi mesi, Giulia si fidanzò. Ancora non avevo parole per dirlo, e quando riuscii a parlare la assalii di domande:
Ma sei impazzita? Sposarti adesso? E luniversità? Non volevi fare la dottoressa?
Lo farò comunque, rispose sciogliendo il velo nuziale fresco di negozio. Papà e il mio promesso sposo hanno già deciso tutto.

Ma tu lo ami?
Mi guardò stranita. Ho visto Christian sì e no due volte. Allinizio cè curiosità, poi si vedrà.

Ma come fate? Non dovrebbe essere una scelta tua?
Da noi accade così. I genitori scelgono per noi, e fanno sempre del loro meglio.

E se non ti innamori mai?
Non so… Ma i miei genitori mi vogliono bene, non potrebbero mai farmi del male.

Non avevo più nulla da ribattere. Al suo matrimonio trattenni a stento le lacrime. Quando poi seppi che sarebbe andata a studiare a Milano, non riuscii a fermarle più.

Come farò senza di te?
Non lo so, e io come faccio?

Ora hai chi si occuperà di te
Se ti sentirai male, vieni da noi.

Ormai Filippo aveva preso il controllo a casa mia, e Giulia si accorse che stavo allungando sempre di più il tragitto tra la scuola e casa.
Che succede? Perché non vuoi tornare?

Non potevo raccontarle tutto, di come il nuovo compagno di mia madre mi fissasse in cucina, dei suoi sguardi, o di come mia madre, dopo la nascita di Andrea, fosse diventata insopportabile. Di come dovessi chiudermi a chiave per difendermi, a costo di far infuriare mia madre che mi mollava Andrea a qualsiasi ora, anche se avevo scuola la mattina dopo. Amavo mio fratello, ma le notti insonni a cullarlo pesavano: ero svenuto già due volte in corridoio a scuola, e già correvano strane voci. Nemmeno avevo finito la scuola infermieri che già lavoravo in ospedale. Un po di respiro, erano iniziate le notti di turno, e non dovevo più tornare a casa ogni giorno.

Salutata Giulia e il marito, tornai a casa e fu guerra aperta con mia madre come mai prima. Il conflitto covava da anni. Lei non sentiva ragioni, ascoltava solo sé stessa. Un giorno, mentre la vicina commentava: «Che bei figli hai, Roberta. Andrea e Michele sono bellissimi! Peccato che il padre non li abbia visti crescere! Anche Michele è praticamente una sposa ormai. Avrà sicuramente un ragazzo, anche se non lo si vede mai con nessuno. Lavora, corre di qua e di là. Roberta, tua figlia deve pensare alla sua vita!», qualcosa scattò in lei. Dopo quello, mi cacciò di casa. E io, in quellattimo, dovetti fare la valigia, pensando al mio futuro, senza avere un posto dove andare. Avevo quasi voglia di chiamare Giulia, ma sapevo che non poteva aiutarmi: era incinta, aveva una vita sua. E io? Non riuscivo nemmeno a spiegare a mia madre come mi sentissi.

Diedi unultima occhiata alla mia stanza, presi la foto di papà dalla scrivania, la infilai in borsa e asciugai una lacrima. Forse andava bene così. Da tempo mi sentivo estraneo in casa mia, che la mamma si ricostruisse pure la sua vita.

Dalla cucina arrivava il rumore della TV e delle stoviglie sbattute. Avrei voluto passare a salutare, ma cosa avrei dovuto dire? Ormai era troppo tardi per perdonare o spiegarsi.

Giù, per strada, era già buio e mi strinsi nella sciarpa larga, cercando caldo. Unaltra delle tante autunni freddi a Milano, quasi inverno, e già le giornate erano pungenti. Decisi di prendere una delle sciarpe che mi aveva regalato Giulia per lultimo Natale passato insieme, e la mia giacca più pesante. Non sarei più tornato a casa da volermi coprire. Mi sentivo ferito, piccato come un animale braccato, ma cercai di non pensarci troppo: cerano cose più urgenti da risolvere.

La fermata dellautobus era quasi deserta. Solo una vecchia signora che stringeva la spesa, un signore silenzioso, e un grosso cane meticcio. Appoggiai la valigia vicino alla panchina, nascondendo le mani nelle tasche.

Quando una macchina nera accostò, ebbi un sussulto di paura. Di questi tempi, non si può mai sapere. Troppi guai in giro, e ormai tutta questa città non mi sembrava più sicura.

Michele?
Carlo!?

Mi venne un nodo in gola dalla gioia: era il fratello maggiore di Giulia, quello che ai tempi mi aiutava con la matematica e nei momenti peggiori.
Ma che ci fai a questora fuori, tutto solo? Vai in ospedale?

Non proprio anche se, forse, sì, è il posto dove devo andare!

Ah sì? E tutta sta roba? Cosè successo, Michele?

Carlo mi guardava con una tale partecipazione che ruppi gli argini e raccontai tutto: mia madre, Filippo, che non avevo più un tetto

Ok, sali! disse lui asciutto e deciso.

Salii, e mi resi conto che non mi stava portando in ospedale. Strano, pensai, forse mi offrirà lui un caffè.

Viaggiavamo in silenzio sotto le luci di Milano; nellabitacolo cera caldo, e io per la prima volta mi sentii tranquillo. Cera unatmosfera di pausa, come se il tempo si fermasse.

Mi risvegliai dai miei pensieri quando vidi che non stavamo puntando allospedale, ma verso un quartiere residenziale, con viali tranquilli e palazzi eleganti.

Carlo, non stiamo andando in ospedale

Là volevi dormire? E dopo, che facevi?

Non lo so

E invece io sì. Ora vieni con me.

Mi fece scendere davanti a un bel palazzo delle case popolari in stile liberty, cortile cintato da una ringhiera di ferro battuto. Entrammo, salimmo al terzo piano, e lui citofonò. Ci volle un po prima che la porta si aprisse: una donna grande, energica, vestita con un vestito largo e dai capelli raccolti in uno chignon dargento ci sorrise.

Carlo! Ma perché non hai chiamato prima?
Nonna, ti presento Michele, lamico di Giulia.

Ma ti ho visto! Vieni, figliolo, non startene lì in piedi, entra! Da me nessuno resta fuori!

E mi avvolse subito il calore della sua casa dai pavimenti di marmo lucente, una cascata di luce dai lampadari di cristallo luccicanti.

Carlo le sussurrò qualcosa, poi mi salutò svelto e sparì. Mi lasciò solo con la nonna di Giulia, la signora Assunta.

Vieni, togli il giubbotto! Ti preparo il caffè, mi racconti tutto. Perché una persona come te si ritrova in strada a questora? Non hai una madre, una casa?

Forse non più, dissi piano mentre cedevo stremato su uno sgabello in corridoio e lasciavo scorrere le lacrime. Mi raccolse tra le braccia e mi accarezzò la testa come un bambino.

Coraggio, piccolo, vedrai che passa. Io nella vita ne ho viste tante, il peggio e il meglio, e ora sono qui per tenerti al sicuro. Vieni in cucina, ti faccio il caffè come si deve: vedrai che la tristezza si attenuerà, almeno per un po.

Bevevo il suo caffè, amarissimo, da una tazzina depoca. Le lacrime facevano meno effetto dellaroma forte che mi pizzicava la lingua. Assunta mi raccontò della sua infanzia, della guerra, della casa distrutta, della fuga.

Mia cara, ricorda che la forza la trovi negli altri, disse. Quando non cè più nessuno, bisogna ancora andare avanti per chi resta. Così feci io. Raccolsi i miei fratelli e sorelle e ci salvammo insieme.

E i figli suoi? Ne ha avuti?
No, ne ho cresciuti tanti, i miei nipoti, i figli delle sorelle, mai miei di sangue. Ma va bene così. Da ora in poi, la mia forza sarà anche la tua. Qui starai finché non troverai la strada giusta. E guai a piangere ancora! Ti insegnerò tutto quel che so, proprio come con Giulia.

Assunta rise e mi ammonì che avevo di che temere la sua scuola.

Aveva ragione. In due anni, imparai a cucinare meglio di Giulia. Quando finalmente mi venne a trovare, sgranò gli occhi:

Ma sono buonissimi! Ma cosa metti nel ripieno?

È la nonna Assunta, sorrisi. Se non ci fosse stata lei

Esagerato! Assunta ridacchiava davanti al caffè.

Non dico bugie.

Bravissimo! rise Giulia, Sei diventato quasi come lei!

Non ancora, disse seria Assunta, guardandomi attenta.

Giulia ci fissò stranita. Che succede? Qualche problema?

Sospirai, poi annuii: Mia madre è malata. E stavolta davvero grave. Ha poco tempo. È in ospedale, so tutto dal reparto.

E non lhai vista?
Non riesco ad andare, ammisi a bassa voce.

Vuoi perderla così, senza salutare? Davvero vuoi portarti dietro questo peso per sempre?

Lo so, Giulia, ma ogni volta che ci penso mi torna tutto a galla Se non fosse passato Carlo a prendermi, se non ci fosse stata Assunta, non so dove sarei. Mamma non ha pensato a me quando ha scelto Filippo, che appena saputo della malattia è sparito. Lo stesso con Andrea.

E Andrea, dovè adesso?

In una casa famiglia. Non me lo hanno dato, perché ho un lavoro ma non una casa, e non ho abbastanza soldi per un affitto.

Ma la casa di tua madre?
Mi ha cancellato dallatto di residenza. Per riavere Andrea devo avere quei documenti, ma non ci riesco.

Allora forse è il momento di fare la pace.

Alla fine, a farmi forza, mi convinsi. Anche se con fatica, mi occupai di mia madre gli ultimi mesi, sistemando le carte e curando Andrea. Roberta se nè andata due giorni dopo che mi aveva chiesto perdono, ringraziandomi con uno sguardo diverso, pacificato.

Quando la vidi per lultima volta, non mi vennero in mente i giorni della rabbia e della casa distrutta, ma un ricordo lontano: una mattina destate in cui avevo cinque anni, mia madre, giovane e bella, in un vestito rosso a pois, mi faceva assaggiare ciliegie dorate. Era la felicità, quella semplice e vera, che avevo dimenticato. Le parole mi uscirono da sole.

Ti perdono, mamma

Rieccheggiavano in me le parole di Assunta:
Lasciala andare loffesa. È come un cane arrabbiato, ti divora dentro e ti uccide la luce. È dura, lo so, ma ti serve più che a chi devi perdonare.

Una settimana dopo, tornai a casa finalmente con Andrea. Lui mi guardò, stringendomi forte la mano.
Adesso viviamo qui per sempre?

Sì, piccolo. Adesso siamo a casa, al nostro posto.

Lui annuì seriamente, e capii che ora, davvero, tutto era dove doveva essere.

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