La badante del vedovo – Un mese fa era stata assunta per assistere Regina Voitjuk, colpita da un ict…

La Badante del Vedovo

Era passato ormai un mese da quando mi avevano affidato la cura di Regina Vitali una donna che un ictus aveva costretto a letto. Per trenta giorni lavevo girata ogni due ore, cambiato le lenzuola, controllato i fleboclisi.

E tre giorni fa, Regina se nera andata. Silenziosa, nel sonno. I medici avevano firmato la diagnosi: nuovo attacco. Nessuna colpa.

Nessuna, tranne che la mia. Almeno così credeva la figlia della defunta.

IoGiustina Morettipassai le dita su una vecchia cicatrice al polso, una sottile linea bianca lasciata da una scottatura nella prima clinica dove lavorai. Quindici anni fa ero giovane e inesperta. Ora, quasi quarantenne, divorziata, mio figlio affidato al mio ex marito, e con una reputazione pronta a crollare da un momento allaltro.

Sei venuta anche qui?

Cristina apparve alle mie spalle, come una furia silenziosa. Capelli raccolti in una coda che le tirava indietro le tempie, occhi arrossati dalla stanchezza. Per la prima volta sembrava più vecchia dei suoi venticinque anni.

Sono venuta a salutarla, risposi tranquilla.

A salutarla? il suo tono si fece un sussurro. So cosa hai fatto. Lo sapranno tutti.

Poi se ne andòverso la bara, verso il padre, fermo col viso di pietra e la mano destra infilata nella tasca della giacca.

Non la seguii. Non provai nemmeno a spiegare. Sapevo già che qualunque cosa fosse successa, la colpa sarebbe ricaduta su di me.

Due giorni dopo uscì il post di Cristina.

Mia madre è morta in circostanze misteriose. La badante che laccudiva potrebbe aver accelerato la fine. La polizia non vuole indagare. Ma io scoprirò la verità.

Tremila condivisioni. I commenti quasi tutti di sostegno. Qualcuno scriveva persino: “Bisogna trovare questa strega”.

Lessi il post dallautobus di ritorno dalla ASL. Meglio dire: dal luogo che un tempo rappresentava il mio secondo impiego.

Giustina, deve capirlo, il primario evitava di guardarmi negli occhi. Cè troppo clamore I pazienti si preoccupano, il personale è inquieto. Sospensione temporanea. Finché le acque non si calmano.

Temporanea. Sapevo bene cosa significava: per sempre.

Il monolocale con cucinino e bagno condiviso mi accolse nel silenzio. Tutto il mio regno dopo il divorzio: ventotto metri quadri al terzo piano, senza ascensore. Abbastanza per sopravvivere. Troppo poco per vivere davvero.

Il telefono squillò mentre mettevo su il bollitore.

Signora Moretti? Sono Elia Vitali.

Quasi lasciai cadere la teiera. La sua voce era profonda, roca la ricordavo bene. In un mese quasi non aveva mai parlato con me, però era impossibile dimenticarla una volta sentita.

Mi dica.

Avrei bisogno del suo aiuto. Le cose di Regina non riesco. Cristina men che meno. Lei almeno sa dove stanno le cose.

Restai in silenzio. Poi chiesi:

Sua figlia mi accusa di omicidio. Lei lo sa?

Pausa. Lunga, pesante.

So.

E mi chiama lo stesso?

Lo stesso.

Avrei dovuto rifiutare. Chiunque lavrebbe fatto. Ma cera qualcosa nella sua vocea metà tra richiesta e supplicache mi spinse a rispondere:

Domani alle due.

La villa dei Vitali era appena fuori Firenze due piani, spaziosa e ormai vuota. La ricordavo ben diversa: le corse delle infermiere, il suono dei monitor, la televisione accesa nella camera di Regina. Ora, silenzio ovunque; il silenzio che si posava come polvere su ogni cosa.

Fu Elia ad aprire. Sui cinquanta, capelli grigi sulle tempie, spalle larghe, ma ora curve. La mano destra ancora in tasca. Notai sotto il tessuto il contorno di qualcosa di metallico. Una chiave?

Grazie di essere venuta.

Non lo faccio per lei, ribattei.

Alzò un sopracciglio.

E per chi, allora?

“Per me,” pensai. “Per riuscire a capire. Perché tace? Perché non mi difende, anche sapendo che sono innocente?”

A voce dissi solo:

Per il dovere. Dovè la chiave della stanza?

La camera di Regina odorava di mughetto un profumo dolce, quasi soffocante. Il suo, rimasto impregnato nelle mura.

Mi misi al lavoro: svuotai armadi, impilai vestiti nelle scatole, riordinai i documenti. Elia restò di sotto. Sentivo i suoi passi, come i passi di chi non trova pace, da un angolo allaltro.

Sul comodino trovai una fotografia. La presi per riporla e rimasi pietrificata. Nellimmagine, Elia era appena venticinquenne. Accanto a lui, una donna bionda e sorridente: non Regina.

Girando la foto, lessi una scritta sbiadita: “Elia e Lara. 1998”.

Strano. Perché Regina avrebbe conservato vicino al letto la foto del marito con unaltra donna?

Senza farmi notare, la infilai nella borsa e continuai. Sotto al letto, toccai qualcosa di legno.

Una scatoletta senza lucchetto. Aprii il coperchio.

Dentro decine di lettere. Tutte con la stessa calligrafia rotonda e femminile. Tutte aperte e richiuse con cura.

Presi la busta in cima. Destinatario: Elia Vitali. Mittente: Melandri L.V., Bologna.

Data novembre 2024, appena un mese fa.

Passai in rassegna le lettere: la più vecchia era del 2004. Ventanni. Ventanni di lettere destinate a Eliache Regina aveva aperto di nascosto.

E conservato. Non buttato via custodito. Ma perché?

Avvicinai la busta al naso. Sempre lo stesso odore di mughetto. Regina le aveva toccate, lette e rilette, a giudicare dalle pieghe consunte.

Appoggiai la scatola sul letto e mi sedetti accanto. Le mani mi tremavano.

Tutto stava cambiando.

Elia

Alzò la testa. Sedeva al tavolo della cucina davanti a un tè ormai freddo.

Finito?

No. Sputai sul tavolo la busta. Chi è Lara Melandri?

Il suo volto non impallidì: si fece duro come pietra. La mano in tasca si chiuse ancora più forte.

Dove lha trovata?

Una scatola sotto il letto. Sono centinaia. Ventanni. Tutte aperte e poi richiuse da sua moglie.

Taceva. Lunghissimo, doloroso silenzio. Poi si alzò e andò alla finestra, dando le spalle.

Lo sapeva? domandai.

Ho scoperto tre giorni fa. Dopo il funerale, sistemando le sue cose. Pensavo di farcela da solo. Ho trovato quella scatola.

E non dice nulla?

Cosa dovrei dire? Si voltò. Mia moglie per ventanni ha trafugato la mia posta. Ha intercettato tutte le lettere di una donna che ho amato prima di lei.

Le teneva come trofei? O come punizione per sé stessa, non so. Ma ora dovrei raccontare tutto a mia figlia? Lei adorava la madre

Mi alzai.

Sua figlia mi accusa di aver anticipato la fine di sua madre. Mi hanno licenziata. Mi insultano in rete. E lei taceper paura della verità?

Mi venne davanti, occhi stanchi e scuri.

Taccio perché non so come convivere con tutto questo. Ventanni, Giustina. Lara mi scriveva mentre io credevo che mi avesse dimenticato, che si fosse rifatta una vita Invece

Non concluse.

Sollevai la busta.

Lindirizzo del mittente è Bologna. Andrò da lei.

A far che?

Qualcuno deve sapere la verità. Se non lei, allora io.

Lara Melandri viveva in una vecchia palazzina ai margini di Bologna. Primo piano, finestre con gerani, un gatto appollaiato sul davanzale. Suonai senza nemmeno sapere come cominciare.

Mi aprì una donna delletà di Elia. Capelli biondi raccolti in uno chignon, rughe leggere attorno agli occhi. Lo sguardo, vigile ma non ostile.

È lei Lara Melandri?

Sì. E lei?

Le porsi la busta.

Ho trovato tutte le sue lettere. Tutte. Aperte, lette nascoste.

Lara rimase a fissare la busta come se fosse veleno. Poi mi guardò.

Entrate.

Restammo in cucina piccola quanto la mia. Il tè si raffreddava nelle tazze.

Ho scritto per ventanni, Lara si interruppe. Una volta al mese. A volte di più. Mai una risposta. Pensavo che mi odiasse. Perché anni fa lho lasciato andare.

Lha lasciato andare?

Lara si aggrappò forte alla tazza.

Siamo stati insieme tre anni, dalluniversità. Lui voleva sposarmi. Io ebbi paura. Avevo ventidue anni, la vita davanti, ho pensato: perché avere fretta?

Gli dissi: aspetta. Aspettò. Mezzo anno. Poi è arrivata leiRegina. Sicura, bella, sapeva esattamente cosa voleva. Io ho perso.

Restai in silenzio.

Si sono sposati, e io sono partita da una zia a Bologna. Credevo di dimenticare. Mai riuscita. Dopo cinque anni, ho iniziato a scrivere, non per tornaresolo per fargli sapere che cero ancora. Che pensavo a lui.

Mai una sola risposta.

Mai, sorrise amaramente. Ora ne capisco il motivo.

Tirai fuori dalla borsa la foto.

Era sul suo comodino. “Elia e Lara. 1998”.

Lara prese la foto, mano tremante.

Lha tenuta vicino a sé?

Sì.

Silenzio.

Sa, disse infine, ho sempre odiato quella donna. Colei che mi aveva rubato lamore. Ora ora mi fa pena.

Passare venticinque anni col terrore che il marito pensi a unaltra, leggere e nascondere ogni mese le mie lettere devessere stato un inferno. Un inferno scelto da lei stessa.

Mi alzai.

Grazie di avermi detto tutto.

Aspetti, si alzò anche lei. Ma perché fa tutto questo? Non è parente, non è amica.

Esitai.

Mi accusano della sua morte. La figlia di Elia pensa che io volessi prendere il posto della madre.

E vuole difendersi?

Scossi la testa.

Voglio capire la verità. Il resto farà la sua strada.

Chiamai Elia mentre tornavo gli dissi che stavo rientrando. Lui mi stava aspettando fuori. Il sole tramontava, le ombre degli alberi lunghe sul prato.

Aveva ragione, dissi entrando. Lara le ha scritto per ventanni. Non si è mai sposata. Ha atteso.

Non rispose. Solo la mano nella tasca si irrigidiva e rilassava.

Nel suo studio tiene qualcosa le dissi. Tocca sempre il mazzo di chiavi, come temesse di perderlo.

Attese.

Andiamo.

In uno studio tappezzato di scaffali stava una vecchia cassaforte pesante, roba daltri tempi. Elia la aprì e tirò fuori una busta. La grafia ruvida era quella di Regina.

Regina ha scritto questa lettera due giorni prima di morire. La trovai preparando i documenti per il funerale.

Presi la busta. Un foglio fitto di parole.

“Elia. Se leggi questa lettera, io non ci sono più e hai trovato la scatola. Sapevo che sarebbe successo. Ma non sono riuscita a fermarmi.

Ho iniziato a prendere le sue lettere dal 2004. Cinque anni dopo il matrimonio. Tu eri cambiato: distante, silenzioso. Pensavo che non mi amassi più. Poi ho trovato la prima lettera nella cassetta postale. E ho capito.

Lei non ti aveva mai lasciato andare.

Avrei dovuto mostrarti la lettera. Chiederti. Ma avevo paura. Paura che tu scegliessi lei. Così lho nascosta. E la successiva, e la successiva ancora.

Per ventanni ho rubato la tua posta. Ho letto un amore altrui. E mi sono odiata ogni giorno. Eppure, non riuscivo a smettere.

Ti ho amato tanto da distruggere tutto intorno. La tua libertà, la sua speranza, la mia coscienza.

Perdonami se puoi. Non lo merito. Ma te lo chiedo lo stesso.

Regina.”

Abbassai la lettera.

Cristina sa?

No.

Deve saperlo. Lo sa, vero?

Elia si voltò.

Ha sempre adorato la madre. Questo la distruggerebbe.

Ma già ora è distrutta, dissi sottovoce. Ha perso la madre. Ha paura di perdere anche il padre. E allora cerca colpevoli.

E li trova in me. Perché è più facile odiare una persona, anziché il dolore. E con il dolore non si combatte.

Elia rimase in silenzio.

Se le dice la verità forse la odierà, per un po. Ma poi capirà. Se tace non perdonerà mai. Né lei né sé stessa.

Mi guardò. Gli occhi umidi.

Non so più parlare con lei. Dopo la malattia di Regina abbiamo smesso di parlarci.

Si impara. Anche oggi.

Cristina arrivò dopo unora. La vidi dalla finestra scese dalla macchina, si sistemò la coda. Rimase immobile vedendo il padre sulla veranda.

Parlarono a lungo. Non capivo le parolesolo i toni. Allinizio urlava, poi pianse, poi fu silenzio.

Quando uscì, aveva la lettera di Regina in mano. Il suo volto gonfio di pianto, ma lo sguardo diverso. Non più rabbioso. Solo spaesato.

Venne verso di me. Mi aspettavo rabbia, accuse, di tutto.

Ho cancellato il post, disse. Ho fatto una smentita. E mi scusi. Avevo torto.

Annuii.

Lo capisco. Il dolore rende cattivi.

Scosse la testa.

Non il dolore. La paura. Thema di restare sola. Prima è andata via mamma, poi papà è cambiato. E lei era lì, ha visto gli ultimi giorni di mamma. La conosceva, e io ho pensato che volesse prendere il suo posto. Rubare mio padre.

Non volevo rubare niente.

Lo so. Ora lo so.

Mi porse la mano, impacciata, come se avesse dimenticato come si fa. Gliela strinsi.

Mamma era infelice, vero? mi chiese. Sempre?

Pensai alla lettera. A ventanni di paura e gelosia. Allamore trasformato in prigione.

Amava suo padre. A modo suo. In modo sbagliato. Ma lo amava.

Cristina annuì, poi si sedette sui gradini e pianse a lungo, in silenzio.

Mi sedetti con lei. Non la abbracciai, le fui semplicemente accanto.

Trascorsero due settimane.

Mi richiamarono al lavoroCristina chiamò lei stessa il primario. La reputazione è fragile, ma a volte si può ricostruire.

Una sera Elia chiamòcome la prima volta.

Signora Moretti. Volevo ringraziarla.

Per cosa?

Per la verità. Per non avermi lasciato nascondermi.

Pausa.

Vado a Bologna domattina, mi disse. Da Lara. Non so che le dirò. Non so se mi accetterà. Ma devo provarci. Ventanni sono troppi per restare in silenzio.

Sorrisinon poteva vedermi, ma forse lo intuì.

In bocca al lupo, Elia.

Solo Elia.

Un mese dopo tornò, ma non da solo.

Lo seppi per caso: li vidi al mercato. Elia con le borse, Lara a scegliere i pomodori. Una scena come tantema si muovevano allunisono, con una leggerezza piena di significato.

Mi notò. Mi salutò con la mano destra, libera.

Salutai anche io, poi me ne andai per la mia strada.

Quella sera spalancai la finestra del mio monolocale. Maggio profumava di glicine e della benzina della superstrada. Un odore normale. Di vita.

Ripensai a Regina, ai suoi mughetti, alla scatola nascosta, al suo amore prigione. Ripensai a Lara, ai suoi ventanni di speranza, alle lettere senza risposta. Ripensai a Elia, al suo silenzio, alla chiave sempre stretta, alluomo che alla fine aveva scelto.

E poi smisi di pensare. Restai seduta alla finestra, ascoltando la città e aspettandosenza sapere cosa.

Il telefono squillò.

Giustina? Sono Elia. Solo Elia. Qui si cena. Lara fa la crostata. Vuole venire?

Riguardai il mio monolocaleventotto metri quadrati di silenzio. Poi la finestra aperta.

Arrivo tra unora.

Posai il telefono, presi le chiavi ed uscii.

La porta si chiuse con un lieve scatto dietro di me. Su Firenze ardeva il tramonto, rosso e caldo, e prometteva un domani sereno.

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