La bambola abbandonataMentre la notte calava su Venezia, la bambola riacquistò vita, sussurrando segreti dimenticati alle acque silenziose del canale.

Mi ricordo ancora il giorno in cui la nonna Tiziana Antonelli varcò la soglia del portico di casa del suo figlio, il cuore colmo di una gioia traboccante. Nessuno poteva immaginare lentusiasmo che avrebbe scatenato il suo arrivo, né tanto meno il piccolo, prezioso dono che aveva portato per la sua amata nipotina, la dolcissima Livia. Nella mano stringeva una scatola di cinquantacinque centimetri, avvolta in un nastro di raso rosa incrociato, sormontata da un fiocco voluminoso che ondeggiava lieve.

Tiziana non risparmiò nulla: né forze, né tempo, né denaro per quel regalo. Mise in moto una vera e propria operazione speciale. Partì per una gita a Firenze, dove incontrò un artigiano esperto nel restauro di bambole daltri tempi. Con le proprie mani cucì labito un delicato vestitino azzurro e un copricuore e, per completare linsieme, aggiunse un cappellino, un cappotto di feltro, stivaletti di pelle, una sciarpa con cappuccio, graziosi ricami di pizzo con corpetto, e persino un vestito a pois. Tutto era opera sua, a mano. Quella era la bambola che, a otto anni, le era stata data in regalo da una famiglia poco abbiente alla fine degli anni 60. Era lunica giocattola bella della sua infanzia; la gioia che le aveva regalato era indimenticabile. Tiziana decise di ridarle vita: le bambole moderne, a suo dire, erano spente, vuote, talvolta dal volto grottesco, mentre quella

«Accidenti!», esclamò la nuora con un misto di stupore e divertimento, «e dove lhai trovata, questa rarità?»

«È la mia prima e unica bambola!», rispose Tiziana, senza accorgersi dellincredulità della nuora. «Lho ritirata dalla casa dei miei genitori in un piccolo borgo di montagna; tutti i fratelli erano maschi, nessuno poteva occuparsi di me. Lho tenuta nascosta in una scatola, con una gamba rotta, per anni Ho pianto a guardarla, quando la gamba si spezzò! Ora, grazie al restauratore, è tornata come nuova, anzi, ancor più bella!»

«Nonna, dammi, dammi!», saltellò la piccola Livia, mentre gli adulti esaminavano la bambola.

«Ti piace?»

«Che bel vestitino Vorrei anchio una cosa simile!»

«Posso cucirtelo anchio, così saremo quasi uguali», propose la nonna.

«Mamma, chi indossa ancora questi abiti così sovietici?», intervenne il figlio Marco, un po scettico.

«Silenzio, padre!», incalzò Livia, di cinque anni, «voglio!»

«Ci sarà, piccola mia, ci sarà», la rassicurò la nonna. «E si chiama Natasha.»

«Beee!», protestò di nuovo la bambola, «che nome brutto! La chiamerò Chelsea!»

«Ma, tesoro!», ribatté la nonna, «si chiamano così i cani!»

«No, è di un cartone!», ribatté Livia, picchiettando il piede e accarezzandone il volto. Le piccole occhi blu della bambola si riaprirono, splendenti. «Avete visto?!»

La suocera, a differenza della nuora, mostrò un vero entusiasmo:

«Ah, io ne avevo una quasi identica da piccola! Era tutta di stoffa morbida, imbottita. Che bel ricordo! Livia, lasciami tenerla un attimo»

Livia passò la bambola alla seconda nonna, osservando curiosa il regalo girare di mano in mano.

«Che bellezza!», continuò la suocera, «guardate quel colorito, quegli occhietti limpidi! Che sguardo aperto, che tenerezza! E il vestito lho cucito anchio, da giovane, seguendo un modello russo!»

«Io lho fatto io stessa!», ammise Tiziana, un po rosata dalle guance.

«Ma come?! Tu stessa? Anche gli altri vestiti? Che lavoro delicato! Bravissima, Tatiana!», esclamò la suocera, accarezzandosi i baffi grigi come la paglia matura.

Tiziana, non abituata a tali lodi, alzò un braccio, e sui suoi zigomi comparvero due puntini rossi, più vivaci dei sorrisi di Livia.

Gli occhi della suocera risplendevano di nuovo di meraviglia, come in gioventù. Si avvicinò, quasi a tentare uno scherzo:

«Facciamo vedere cosa sa fare questa bambola? Forza, Natasha cioè Chelsea, Signore, perdonami»

Premette la bambola sul petto e linfuso di voce elettronica rispose: «Mamma!»

I genitori, Marco e sua moglie, si scambiarono uno sguardo ironico e sorriderono con contenuta cortesia. Le lacrime di nostalgia di Tiziana cominciarono a scorrere, mentre la suocera gracchiava indecisa e la suocera mostrava un sorriso quasi infantile, limpido come lacqua di sorgente. Livia, colpevole della gioia, batté le mani e chiese: «Dammi, dammi!»

«Aspetta un attimo», rispose la suocera, posando la bambola sul pavimento, e cantò: «Batti, batti, il bimbo cammina Cammina!»

«Mamma», balbettò Marco, «non credo che per i bambini di oggi sia così sorprendente»

«Lo sai bene! Da piccola avrei dato la vita per una bambola così. O mangiato un chilo di ravanelli al vapore, che disgusto! Non è solo una bambola, è un sogno, non una moda moderna. Tatiana, sei meravigliosa!», concluse la suocera, porgendo il dono a Livia. «È stato il miglior regalo di questo giorno!»

«Oh, grazie a voi», arrossì Tiziana, dirigendosi verso il tavolo. Il suo sguardo cadde su Livia, che curiosava sotto il vestito della bambola, in cerca di un bottone. «Mamma! Mamma!», si sentiva incessantemente.

«Livia, tesoro, non smontare il bottone per capire come funziona, daccordo? Anche il bottone è stato restaurato», spiegò la nonna alla nuora, «tutto col tempo si è usurato».

La nuora pensò, con calma, a quanto gli anziani fossero sempre così: regalare qualcosa dal vecchio baule e poi rimuginare sul risultato.

«Livia, hai sentito la nonna?», chiese la suocera alla figlia.

«Sì», rispose Livia.

Gli adulti ripresero le loro chiacchiere. I brindisi al compleanno della piccola si susseguirono. Livia correva al tavolo per prendere nuovi giochi, guardando cartoni animati. La bambola, ora spogliata, giaceva sul pavimento; accanto, il gatto della famiglia le leccava le ciocche bianche, perfettamente pettinate. Tiziana era seduta vicino alla finestra, ignara di quella scena.

«Dove è il nostro nipote maggiore, Andrea?», chiese improvvisamente la nonna.

«Gioca con gli amici», rispose Marco, «non è interessato a noi, ha le proprie avventure da ragazzo.»

«E ha già fatto gli auguri alla piccola?»

«Sì, lha sollevata per cinque secondi, uno per ogni anno compiuto, poi le ha regalato pennarelli e un libro da colorare.»

«Ma si può sollevare un bambino per le orecchie!», sgridò la suocera.

«Era solo uno scherzo», intervenne la nuora, ricordando antiche lite: «Quando mia sorella maggiore mi tirava i capelli, tu non ti preoccupavi.»

Il suocero depose il bicchiere, alzò gli occhi al soffitto, fece un eh eh e posò una mano sulla schiena della moglie.

«Non inventate. Certo che vi siete litigati, ma io vi ho sempre separati quando vi vedevo. Quei ricordi di infanzia il padre non ci ha mai toccati, io al massimo lo colpivo con un asciugamano!»

«No, è vero. Olya era la sua pupilla, e noi»

«Meglio ricordare i fatti veri, non le invenzioni da bambini! Quanto vi abbiamo dato, ingrata!»

«Non dico che non labbiate fatto, ma a Olya ha dato di più: le avete comprato un appartamento.»

«Eh, sì, lappartamento labbiamo comprato, e noi vi abbiamo pagato gli studi fino ai ventidue anni! Olya ha poi iniziato a lavorare al secondo anno, ha i suoi soldi per comprare casa, noi solo laiuto.»

La nuora sofficiò le labbra, pronta a parlare ancora, ma Tiziana, intuendo un imminente litigio, intervenne per stemperare latmosfera:

«Vi ricordate che ora ho un pappagallo? Ieri mattina, uscito sul balcone, lo ho trovato sul davanzale del armadio a dirmi: Ciao, bellezza!»

Tutti, tranne la nuora furiosa, scoppiarono a ridere. Il suocero ipotizzò fosse il vicino.

«Ho chiesto a chiunque aprisse le porte, nessuno sa! Zia Maria, la vicina del condominio, lha avuta da Sasha, che mi ha dato la sua vecchia gabbia. Così labbiamo chiamato Pietro. Un bel cinguettio, rossogiallo, grande, ma forse piccola per una gabbia»

Allimprovviso il volto di Tiziana si contorse in unespressione di orrore. Tutti guardarono dove fissava.

«Che cosa stai facendo, piccola?», esclamò, alzandosi e facendo tremare il tavolo, «non mettere subito i pennarelli!»

Livia alzò gli occhietti innocenti. Aveva la bambola in una mano, laltra teneva un pennarello rosso con cui aveva aggiunto un po di rossore alle guance della bambola.

«Aiuto!», strappò via il pennarello il padre, avvicinato al più vicino. «Perché la stai rovinando? La nonna piangerà e anche Chelsea sarà triste!»

«Oh, Livia, Livia», sospirò la suocera, guardando Tiziana con occhi vuoti, quasi come se fosse a un funerale.

La bambola cadde e la piccola, piangendo, corse da sua madre. Marco prese la bambola, mostrando pentimento.

«Si può lavare?»

«Prova tu, Marco, in bagno con lacqua e il sapone, ma non bagnare i capelli», consigliò la suocera, poggiandosi sulla spalla della suocera e stringendola in segno di compassione:

«Un ragazzo disobbediente non apprezza nulla, tutti sono così, non si può fare altro. Non disperate, Tatiana. È solo un giocattolo»

«Non è solo un giocattolo», mormorò Tiziana. «Scendo un attimo, aiuto Marco.»

Marco tornò per primo; poco dopo, anche Tiziana rientrò, con la bambola tenuta delicatamente come se fosse viva. Tutti guardarono silenziosi e colpevoli mentre lei sollevava dal pavimento il vestitino azzurro, lo posava sul divano e vestiva la bambola. Sulle guance di NatashaChelsea rimanevano le striature del pennarello. Poi, pettinò i capelli e sorrise alla nipote.

«Vieni qui, Livia. Ho qualcosa da dirti. Vieni, non aver paura, la nonna non ti rimprovera.»

Livia si avvicinò timorosa, e Tiziana la mise su un ginocchio, lasciando laltra a cullare la bambola dagli occhi azzurri.

«Quando ero piccola, un po più grande di te, avevo pochissimi giocattoli e vestiti nuovi li indossavo dei miei fratelli più grandi, e ne avevo tre. Avevamo anche un fratello maggiore, Kolya, che lavorava nella fattoria e poi fu chiamato allesercito. Vivevamo poveri la mamma ci teneva tutti da sola. Il papà morì quando non avevo ancora un anno. Per i compleanni la mamma ci dava un panino da sei centesimi, niente di più. Io, la più giovane, ricevevo ciò che rimaneva, ma non mi lamentavo; capivo la situazione. La mamma faceva tutto quel che poteva, e io, da cinque anni, laiutavo in casa, accudendo le anatre.»

«Quando Kolya era al secondo anno di servizio, la vita era più dura. Una primavera, al negozio del villaggio, portarono delle bambole. Tra queste cera una di una bellezza stupefacente! Nessuno la comprava perché era troppo cara. La chiamammo Natasha.»

Tiziana fece una pausa, indicando la bambola con gli occhi. Livia, curiosa, attese impaziente.

«E poi?»

«Kolya tornò il giorno prima del mio ottavo compleanno. Mamma preparò una torta di visciole e fragole, invitò le amiche. Improvvisamente, un gruppo di bambine irrompeva nel cortile: Tania, Tania, il tuo fratello ha comprato Natasha per te! Che fortuna! Presti la bambola? Restai senza parole. Una bambola, il sogno di tutte le ragazze! Non poteva essere vero mi stavano prendendo in giro!»

«Il fratello arrivò, nascondendo qualcosa dietro la schiena, e mi baciò le guance, diceva: Buon compleanno! Ecco un regalo, cara sorellina. Sii sempre bella, docile e buona, la nostra dolce bambina! Mi porse la scatola. Non potevo credere alla felicità, mi invidiai a me stessa! Il fratello disse: Appena lho vista, ho capito: è la tua, ha lo stesso volto della nostra Tania!»

«Quanta felicità mi ha portato quella bambola! Le cucivo vestiti, la nutrivo, le insegnavo a leggere, dormivo con lei Un giorno, un ragazzino le spezzò la gamba. Restai legata a lei fino a quattordici anni. Ogni notte era accanto a me, custodiva il mio sonno, cantava canzoni, scherzavamo insieme Poi la rimisi nella scatola, ma Natasha rimase per sempre nel mio cuore.»

«Signore del cielo», mormorò la suocera, piangendo sulla spalla del marito.

Tiziana guardò tutti, sorpresa. I ricordi la portarono molto indietro, finché non rimase solo la bambola e la nipotina. Gli occhi della nuora si umidirono, e anche la suocera sorrise commossa.

«Ora, piccolina, questa bambola è tua restaurata, rinnovata, come nuova. Puoi farne tutto ciò che vuoi, non mi offenderò. È tua.»

Livia afferrò la bambola, stringendola con forza, e si appoggiò alla nonna.

«Nonna, non farò più del male a Natasha, sarà la mia preferita, davvero. Lha meritata.»

«Natasha? Lhai chiamata Chelsea», osservò Tiziana.

«No, è Natasha, la piccolina», rispose Livia, baciando la bambola sulla testa, e aggiunse: «Sei così bella, cara bambolina, il mio tesoroMentre la nonna accarezzava i capelli di Natasha, Livia promise di custodirla per sempre, come il più prezioso dei ricordi di famiglia.

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La bambola abbandonataMentre la notte calava su Venezia, la bambola riacquistò vita, sussurrando segreti dimenticati alle acque silenziose del canale.