La copia della moglie

Copia della moglie

Sei sicura che non ti darà fastidio? chiese Marina, ferma sulla soglia con la borsa a tracolla e quellespressione smarrita che Olivetta non le aveva mai visto prima. Capisco che sia scomodo. Capisco.

Oh, smettila, entra. Olivetta si scostò e tenne la porta, accennando un sorriso. La stanza è libera, Enzo non ha nulla in contrario. Tranquilla, davvero.

Enzo non ha nulla in contrario… ripeté Marina, e nella ripetizione cera qualcosa dinspiegabile. Non ironia. Forse solo meraviglia. Come se semplicemente la parola nulla in contrario fosse più importante di quanto sembrasse.

Non obietta mai su niente, disse Olivetta, già dirigendosi verso la cucina. Togliti le scarpe. Le pantofole stanno a sinistra.

Così iniziò tutto.

Olivetta aveva cinquantadue anni, Marinasua amica dai tempi delluniversitàcinquantuno. Non si vedevano davvero da cinque anni, si erano sentite spesso, qualche caffè veloce in centro, e Olivetta pensava di conoscere Marina bene. Abbastanza bene da aprirle la porta senza esitare. Aveva divorziato. Il contratto daffitto scaduto, i documenti della nuova casa in ritardo. Servivano due o tre settimane, un mese al massimo. Doveva aspettare, appoggiarsi, rimettersi in piedi.

Vivevano a Cerveteri, una città né piccola né grande, le vie una copia dellaltra, e nei negozi vicino a casa ti riconoscevano dalla voce. Olivetta aveva un appartamento con tre camere, terzo piano, affacciato su una via tranquilla. Il marito Enzo lavorava in una ditta di costruzioni, niente uniforme, ma mansione importante. Olivetta insegnava economia al tecnico commerciale. Ventitré anni insieme. La figlia viveva altrove da tanto. Lappartamento era spazioso, sistemato con quella cura da nido abitato e definitivo, dove nulla si desidera cambiare.

Marina arrivò con una borsa grande e una scatola. Sistemò tutto in silenzio, quasi fosse aria. Nei primi tre giorni Olivetta la vedeva appena: usciva presto, tornava tardi, mangiava poco, parlava ancor meno. La prima sera Enzo chiese, secco:

Quanto rimane?

Un mese, rispose Olivetta.

Un mese… ripeté lui, e il tono fu lo stesso che aveva avuto Marina sulluscio.

Olivetta non ci fece caso. In genere non si fermava su certe cose. O forse pensava solo di non farlo.

Il primo campanello suonò alla seconda settimana. Olivetta una mattina trovò in bagno il suo profumo spostato. Magnolia, bottiglia verde scura e tappo dargento, sempre nella stessa posizione, da tre anni. Solo che stavolta era sul bordo del lavandino. Pensò daverlo lasciato lì lei stessa. Lo rimise a posto. Dimenticò.

La terza settimana notò altro.

Facevano colazione insieme, tutti e tre. Olivetta preparava il caffè alla sua maniera: prima poca acqua fredda, poi quella calda, mai bollente se no diventa amaro. Enzo ne era così affezionato che la lodava sempre. Quella mattina il caffè lo aveva fatto Marina, Olivetta era al telefono, in ritardo. E Enzo, assaggiando, disse:

Oh, buono.

Ho copiato Olivetta, ridacchiò Marina. Lei fa sempre così.

Olivetta la guardò. Marina sorrideva, tutto gentile e innocuo. Anche Olivetta sorrise.

Ma qualcosa restava lì, sotto pelle, muto.

La settimana volò tra lezioni e compiti, e quella vaghezza si dissolse nella routine. Olivetta rincasava e la casa era calma, ordinata. Marina, a sorpresa, puliva e sistemava. Enzo si abituò prima di quanto Olivetta pensasse.

Ha cucinato lei oggi, annunciò una sera, come dicesse una buona notizia. Zuppa coi fagioli. Ottima.

La preparo anchio con i fagioli, osservò Olivetta.

Sì, sì, molto simile.

Non domandò quale preferiva. E lui non precisò.

Marina lavorava da remoto, qualcosa di amministrativo e vago. Passava le mattine nella cameretta degli ospiti, al pc, poi allora di pranzo compariva in cucina, cucinava qualcosa di svelto, la sera era sempre in ordine. Non in tuta, ma con abiti che sembravano scelti con attenzione. Olivetta si fece caso perché lei invece passava dalla doccia ai pantaloni morbidi, al vecchio maglione. Invece Marina, nella sua casa, era più curata di lei.

Uno dei primi pomeriggi Enzo si mise sul divano accanto a Marina a guardare qualcosa in tv. Olivetta sistemava i registri in camera da letto; oltre il muro, voci tranquille, il riso di Marina, che assomigliava al suo ma appena più dolce. Olivetta si accorse del pensiero: ride come me. E si scacciò via la cosa. Pazienza.

Poi, giorni dopo, ci ripensò. Stavolta senza scacciare.

Marina cambiò pettinatura. Da taglio corto e moderno iniziò a lasciar crescere, sistemando una mezza onda indietro, trascurata ma identica a quella di Olivetta. Se ne accorse nello specchio del corridoio, una accanto allaltra, il riflesso doppio come una foto antica e una nuova scattate nello stesso posto.

Stai bene così, disse Olivetta.

Davvero? Ho pensato di provare. Ho visto il tuo, ho detto: proviamo.

Ancora il tuo. Quella leggera, invisibile copiatura. Olivetta sorrise e andò in cucina. Dentro, però, niente di sorridente.

Chiamò sua figlia la domenica.

Mamma, come va?

Tutto regolare. È qui Marina, te lho raccontato?

Sì, ricordo. Sta ancora lì?

Sì. I documenti sono lenti.

Papà come sta?

Bene. Lui e Marina si intendono.

Silenzio.

Bene o male? domandò la figlia.

Bene, mentì Olivetta. Sì, bene.

Dopo, rimase a lungo davanti al tè freddo, pensando che si intendono era una frase neutra, ma lei la diceva col fiato sospeso, come tastando il terreno.

Alla quinta settimana Marina chiese del dolce.

Quello che hai fatto domenica scorsa, con mele e cannella.

Non ho mai scritto la ricetta, faccio sempre a occhio.

Allora spiegami. Ci provo anchio.

Olivetta le spiegò, come poteva. Marina annotò tutto sul cellulare. Dopo tre giorni il dolce era pronto in cucina. Enzo mangiava e diceva buono, e Olivetta non sapeva se lo diceva per vera convinzione o se ormai non notava più chi cucinava cosa.

Quella sera, trovò nellarmadio di ingresso una giacca grigia con la cintura. Praticamente uguale alla sua. Evidentemente, Marina laveva comprata. Olivetta appese la sua al fianco e fissò a lungo le due giacche parallele.

Non chiese niente. Non era paura della risposta. Non trovava le parole per una domanda che non suonasse sciocca.

Il lavoro era intenso, cerano le visite ispettive e Olivetta passava pomeriggi a compilare scartoffie. Enzo la sera restava spesso in salotto. Anche Marina. Olivetta sentiva brani di conversazione dalla porta chiusa. Qualche volta entrava; la conversazione proseguiva, ma mutate le frequenze, veniva inclusa come terza, non come protagonista.

Una sera, infine, lo disse a Enzo. Quando Marina era già chiusa in camera.

Enzo, ti sei accorto che lei… insomma, mi copia un po?

Lui la guardò davvero sorpreso.

Chi? Marina?

Sì. Taglio dei capelli, giacca, ricette, profumo…

Beh, tra amiche ci si influenza. È normale.

Normale, ripeté Olivetta. Sì, forse…

Lui era già tornato al cellulare. La discussione si chiuse da sola.

Olivetta restò a lungo al buio, ripetendo normale, provando ad ancorare quella parola come se bastasse a tenerla al sicuro. Ma la parola non si incollava.

I giorni successivi osservò con più attenzione. E ciò che prima sembrava scivolare via, divenne visibile. Marina, parlando con Enzo, inclinava la testa destra, proprio come Olivetta quando ascoltava davvero. Marina diceva è proprio così, allungando il così nello stesso modo. Marina beveva il tè senza zucchero, e Olivetta sapeva che prima ne metteva sempre due cucchiaini. Ora, niente più zucchero.

Non era più caso. Era altro.

Olivetta chiamò la collega, Nina, con la quale parlava di tutto.

Nina, ti è mai capitato che qualcuno vicino a te diventasse quasi… te?

In che senso?

Ti copia: gesti, aspetto, abitudini.

Si chiama invidia silente, rispose subito Nina. Lho letto da qualche parte. Chi vuole la tua vita e non riesce a prenderla, la assorbe a pezzetti.

Olivetta rimase zitta.

Succede a te?

Non lo so… forse no.

Ma sapeva che sì.

La conversazione con Marina non fu voluta. Una sera, a tavola, durante il tè, Marina disse, quasi con ammirazione:

Oli, sei così intera. Ti guardo e penso: così si dovrebbe vivere. Casa, marito, lavoro. Hai tutto al proprio posto.

Ci sono voluti ventanni per costruire questo al proprio posto, rispose Olivetta.

Si sente. Enzo lo vede…

Si fermò.

Che cè su Enzo?

Beh, ti apprezza. Mi ha detto che vi capite.

Olivetta rimise la tazza sul tavolo.

Parli di me con lui?

Ogni tanto, così, chiacchierando. Ti elogia.

È… bello, disse Olivetta, anche se non sentiva proprio così.

Non sapeva spiegare il perché del fastidio. Un marito che elogia la moglie, con lamica. Eppure qualcosa non tornava. Intuizione femminile, che tante volte aveva liquidato come superstizione, qui pareva parlare chiaro. Ma per lei non cerano ancora parole.

Alla fine della sesta settimana, Marina chiese di poter usare il profumo. Magnolia.

Il mio è finito spiegò e non faccio in tempo a comprarne. Posso usarne un po?

Certo, acconsentì Olivetta.

La sera aprì il flacone e si accorse che restava appena un terzo. Era sicura che la settimana prima ce nera molto di più.

Ripose il flacone nello scaffale in bagno, chiuse a chiave con un vecchio lucchetto. Si guardò allo specchio: sono una che nasconde il profumo dallamica? Che persona sono diventata?

Non riaprì il flacone.

Quella sera Enzo tornò con una torta. Nessuna ricorrenza.

Coccoliamoci, disse.

Marina si rallegrò, proprio come avrebbe fatto Olivetta se il marito gli avesse portato una torta. Corretta, mai troppo o troppo poco. Perfetta. Olivetta li guardava dalla porta della cucina e pensava che Marina faceva tutto nel modo giusto, rideva nel modo giusto, apprezzava il caffè nel modo giusto, inclinava la testa e sembrava Olivetta, solo più allegra, più lieve, senza ventitré anni di abitudine.

E Enzo lo notava. Forse senza accorgersene.

Olivetta entrò e assaggiò la torta, che era buona, e la conversazione rimase leggera, ma dentro provava una sensazione che faticava a definire. Come quando rientri in casa e tutto sembra al suo posto, ma basta un dettaglio spostato di un centimetro perché nulla sia più davvero tuo.

Il viaggio di lavoro spuntò allimprovviso: doveva andare quattro giorni a una formazione a Perugia. Il preside glielaveva chiesto venerdì, lei accettò lunedì. In testa un pensiero: lasciare Enzo e Marina da soli quattro giorni. Ma si carpì in tempo. Sono adulti. Non succederà nulla. Sta esagerando. Serve respiro.

Parlando con Enzo prima di partire:

Rientro venerdì sera. Marina sa far da mangiare, ti aiuterà.

Certo, tranquilla, rispose lui.

Non sono in ansia, disse Olivetta.

Lo fissò bene. Il viso era normale, sereno. Ventitré anni a leggere quella faccia, la conosceva a memoria. Solo era un po… più leggero. Come chi non pensa a qualcosa di pesante.

Partì mercoledì mattina. In treno leggeva, beveva caffè nel bicchiere di carta, il paesaggio scorreva piatto. La formazione fu noiosa ma utile. La sera chiamava Enzo, conversazioni brevi.

Tutto bene?

Sì, abbiamo mangiato, tutto ok.

Marina cè?

È in camera sua.

Va bene. Buonanotte.

Notte.

Niente di strano. Andò a dormire nel letto dalbergo e restò sveglia a lungo, stanca, pensava al corso, alla figlia, a dover comprare una nuova tazza perché laltra era rotta. Poi pensò a Marina, alle due giacche grigie allingresso. Al flacone di profumo.

Il giovedì pomeriggio la chiamò il preside.

Olivetta, cè stato un cambio programma. Domani si ripete materiale che sai già. Puoi tornare stasera, non perdere tempo. Ho avvisato tutti.

Arrivò a casa alle nove e trenta. Il treno era arrivato prima, il taxi veloce, le strade vuote a quellora.

Aprì la porta col suo mazzo di chiavi. Non suonò, temevo Enzo fosse già a letto.

Ma era sveglio.

Il soggiorno era illuminato dalle candele. Solo due, sul tavolino vicino al divano. Sul tavolo piatti, bicchieri, ciotole colorate. Profumo di cibo e di… Magnolia. Il flacone era chiuso; dunque, Marina aveva comprato identico.

Enzo era seduto sul divano. Marina accanto a lui. Indossava un abito blu che Olivetta non aveva mai visto, ma il taglio era il suo, e il colore quello che amava. Capelli fissati in onde. Le mani composte sulle ginocchia. Stavano parlando. Quando Olivetta entrò, alzarono entrambi lo sguardo.

La pausa durò tre secondi.

Sei già qui, disse Enzo.

Lo vedo, rispose lei.

Posò la borsa, andò al guardaroba, si tolse il cappotto. Fece tutto lentamente, come quando si governa ogni minimo gesto.

Olivetta, era solo una cena, iniziò Marina abbiamo mangiato e…

Una cena, vedo. aggiunse Olivetta. Con le candele.

Silenzio.

Romantico, disse, con voce piatta, sorprendentemente calma.

Enzo si alzò.

Non devi…

Enzo, lo interruppe piano. Non dirmi cosa devo fare.

Lui tacque. Marina fissava la tovaglia.

Olivetta andò in cucina. Versò un bicchiere dacqua. Guardò la gerbera sul davanzale, quella che bagnava ogni mercoledì. Quella settimana non era stata a casa, eppure la pianta stava bene.

Lha bagnata Marina, capì Olivetta.

Tornò in sala.

Marina, domani troverai dove stare, vero?

Marina alzò gli occhi.

So che sembra…

Domani troverai, vero? ripeté, senza alzare la voce, solo più fermo.

Sì, rispose Marina. Troverò.

Bene.

Olivetta prese la borsa e andò in camera. Chiuse la porta, non a chiave, semplicemente la chiuse. Si stese sopra il piumone, vestita, guardando il soffitto. Dal soggiorno sentiva rumori lenti, i piatti raccolti. Poi silenzio. Poi la porta della camera degli ospiti.

Enzo non venne nel letto, dormì in salotto. Bastava.

La mattina dopo Olivetta fu la prima ad alzarsi. Prese il caffè in silenzio davanti alla finestra. Il venerdì nella città svegliava piano. Una donna col cane, colombe sul cornicione. Niente di eccezionale.

Enzo entrò alle otto.

Dobbiamo parlare, disse.

Sì, assenti Olivetta.

Tra me e Marina non è successo niente.

Può darsi.

Non può darsi. Nulla.

Enzo, senza guardarlo, sempre verso la finestra. Non parlo di quello che cè o che non cè. Parlo di cosa ho visto ieri sera, e negli ultimi due mesi.

Cosa hai visto?

Si voltò.

Ho visto una persona che, in casa mia, sta diventando me. Taglio, profumo, ricette, giacca, gesti. Un marito che lo vede e a cui piace. Perché sono io, solo senza fatica, senza ventitré anni sulle spalle.

Lui non replicò.

Non è una domanda, aggiunse Olivetta. È quanto ho visto.

Esageri, rispose lui.

Forse, ammise. Ora vado a scuola. Quando torno, voglio la stanza degli ospiti vuota.

Olivetta…

E già nel corridoio, infilando il cappotto cieca fiducia: ecco forse chi sono. Mi sono fidata troppo. Di entrambi.

Uscì. Porta chiusa piano.

La giornata fu come tutte. Due lezioni, presenze, un tè col sorriso di Nina, che sapeva ascoltare senza domandare ciò che già vedeva. Alcuni, uno sguardo basta.

Rientrando trovò la stanza degli ospiti vuota, letto rifatto, nessuna traccia. Marina era sparita lasciando solo un piccolo pettine bianco di plastica sul ripiano in bagno. Lo prese con due dita e lo buttò.

Enzo era a casa, seduto, lo sguardo nel telefono.

È andata, disse.

Me ne accorgo, rispose Olivetta.

E ora?

Si tolse il cappotto, lo appese, andò in cucina, iniziò a trafficare ai fornelli senza sapere ancora cosa cucinare, solo per muoversi.

Olivetta, entrò lui siamo insieme da ventitré anni. Non puoi…

Si può, lo fermò. Aspetta. Ho bisogno di tempo.

Quanto?

Non so. Una settimana, forse più.

Quella settimana vissero come ogni tanto vivono gli estranei sotto lo stesso tetto: garbati, senza scenate, pranzi separati, letti distanti. Enzo provò a parlare, Olivetta rispondeva breve. Non per risentimento. Non aveva voglia (o ancora le parole) di dire tutto ciò che aveva dentro.

Pensava a come tutto era iniziato. Aveva fatto entrare Marina distinto, come si fa tra amici. Così si comportano le persone, per bene. Diceva normale. Quando aveva avvertito il disagio si era convinta che non fosse nulla. Invidia silente, aveva detto Nina. Copia, fatta con calma, senza cattiveria. Chi non ha più una vita propria prende a prestito quella daltri: un po di profumo, una ricetta, una giacca.

Ma la cosa più dolorosa era unaltra: Enzo.

Avrebbe potuto non accorgersi. O parlare. O non prestare attenzione allaltra copia migliorata, come la chiamava. Ma notava. Portava la torta. Rideva di gusto. Apparecchiava la cena con le candele quando la moglie era via. Magari senza malizia; semplicemente, senza pensare.

Allinizio della seconda settimana Olivetta chiamò la figlia.

Mamma, che succede? Hai la voce strana.

Forse io e papà ci separiamo, disse, per la prima volta davvero.

Lunga pausa.

Per via di Marina?

Non solo. Più che altro, Marina ha fatto vedere ciò che cera già.

Che cosa cera?

Non so spiegarlo. Abitudine. Lui si era abituato a me, io a lui, al punto di non vederci quasi più. Poi lei è entrata ed è diventata me, ma meglio. Più attenta, più nuova. A lui piaceva.

Mamma…

Non serve consolarmi. Non piango. Sto solo spiegando.

Resterai sola?

Per un po, sì. È normale.

Stavolta la parola normale si ancorava davvero. Perché era una scelta.

La conversazione con Enzo fu breve, la domenica sera.

Penso che dovremmo separarci.

Un lungo silenzio.

È definitivo?

Non lo so. Ma ho bisogno di spazio. Ho bisogno di capire chi sono io, oltre questa casa, te, tutto.

È per le candele? Era solo cena.

Enzo, paziente. Non centrano le candele. Quelle sono solo lultima goccia. Prima era tutto il resto, vedevo e tacevo, dicevo normale, ma non era normale.

Non capisco cosa ho sbagliato.

Nulla di preciso. Hai solo smesso di vedermi. Se tu mi avessi visto, avresti notato che uno sconosciuto diventava tua moglie. Se mi avessi visto, te ne saresti accorto.

Lui non rispose. Perché non cera risposta.

Forse vendiamo la casa, propose Olivetta. O rilevo la tua parte. Non ora, più avanti. Vedremo.

E tu dove vai?

Prendo in affitto. Qui o altrove. Vedrò.

Ricominciare a cinquantadue anni, disse lui; nel tono, una pena indefinibile: per entrambi forse.

Sì, disse Olivetta. A cinquantadue anni. Cè chi ricomincia anche dopo.

Si alzò per andare in cucina e, passando nel bagno, prese la boccetta di Magnolia. Restò a guardarla, poi la depose nel cestino, senza lanciarla. Solo con cura, come una cosa che non serve più.

Andò in cucina. Mise il bollitore.

Nei giorni successivi fu ordinata e pratica: chiamò lagenzia immobiliare, chiese informazioni sulla vendita, telefonò allavvocato, andò da Nina e raccontò un riassunto. Nina non fece smorfie, non scosse la testa; ascoltava e a ogni sì diceva: capisco. I buoni amici parlano così.

Sedute in cucina, con lodore forte del caffè:

Sei arrabbiata con lei? chiese Nina.

Con Marina? Olivetta rifletté. No. Quasi no. Sono arrabbiata per non aver visto lovvio. Per aver detto normale quando non lo era.

Non è colpa tua se hai dato fiducia.

Ingenuità cieca disse Olivetta È proprio così.

Non cieca, solo fiduciosa. Non è uguale.

Forse.

Con Enzo invece?

Con lui sono arrabbiata davvero. Cambierà, col tempo.

Cosa farai ora?

Prendo casa nuova. Cambio taglio. Cambio profumo. Una pausa. Di certo non più Magnolia.

Saggia.

E proverò a capire cosa mi piace davvero. Cosa è mio, non solo consuetudine.

È lungo.

Lo so. Ho tempo.

Nina rabboccò il tè. Fuori pioviccicava, autunno grigio. Olivetta guardava i vetri e pensava che solo poche settimane prima la sua vita sembrava sicura: casa, Enzo, il lavoro, le strade, le ricette, il profumo sullo scaffale di sinistra. Tutto in ordine, tutto suo. E ora quellordine non rassicurava più.

Ma non provava il vuoto che si sarebbe aspettata. Piuttosto, una strana leggerezza. Come aver tolto un cappotto stretto senza accorgersene, e solo ora sentire le spalle più libere.

Sai, confidò a Nina dopo tanti anni non so cosa mi aspetta. E… va bene così.

Va bene, sorrise Nina.

Passò ancora una settimana. Olivetta trovò un piccolo appartamento, monolocale, in un altro quartiere di Cerveteri. Luminoso, vista su un parco. Costava, ma poteva farcela. Chiese di vederlo, camminò nei locali vuoti, il parquet gemeva in un angolo. Subito pensò: ci si può stare.

Lo prendo, disse allanziana proprietaria.

Per quanto?

Non so. Iniziamo con un anno.

A casa, quella vecchia, preparò gli scatoloni, senza fretta, separando il suo dal resto. Libri, stoviglie, abiti. Buttava via qualcosa. Trovò una camicetta che non metteva da tre anni, magari serve, e decise di darla via.

Anche la giacca grigia la regalò. Ne comprò unaltra blu scuro, di taglio diverso: nessuna somiglianza con quella di Marina. Meglio.

Con Marina non si sentì più. Una sola volta ricevette un messaggio: Olivetta, capisco di averti ferita. Scusami, se vuoi. Olivetta lesse, posò il telefono, non rispose. Non perché non perdonava, ma non era pronta. O non voleva.

Enzo restava in casa. Si parlavano per ciò che serviva, con calma. Cera dentro di tutto: amarezza e, insieme, leggerezza. Olivetta vedeva che lui non sapeva come sistemare ciò che aveva perso. Forse non aveva capito neanche cosa fosse.

Il venerdì prima del trasloco, entrò in profumeria. Restò a lungo davanti allo scaffale, provando, annusando, la commessa sorridente che consigliava paziente. Alla fine trovò: Cedro Argento. Tutto diverso, nessun fiore, solo resina, qualcosa di caldo. Non era suo, eppure scelse quello.

Bel profumo, approvò la commessa.

Vedremo, rispose Olivetta.

Traslocò in mezza giornata. Nina laiutò con le scatole. Anche Enzo diede una mano: lavorarono in silenzio, senza pesi. In quel nuovo monolocale, tra le scatole, tutto finì su nuovi scaffali, scelti solo da lei.

Quando restò sola la sera, aprì il nuovo profumo e ne mise poco sul polso. Odore nuovo, sconosciuto, ma non spiacevole. Doveva abituarsi? O semplicemente accettare, che fosse diverso.

Fuori il parco era ormai spoglio, novembre mangiava le ultime foglie. I lampioni si accendevano presto, come sempre in quel periodo. Olivetta mise su il bollitore, cercò la tazza senza crepe tra gli scatoloni, si mise alla finestra.

Il telefono vibrò sul davanzale. Sua figlia.

Ehi, mamma? Sistemata?

Mi sistemo.

Hai paura?

Guardò le luci nel buio.

No, rispose sai che no? Non ho paura.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

9 − 1 =

La copia della moglie