Giulia si svegliò con la sensazione che il proprio pancione pesasse come un sacco di mele del mercato di Porta Palazzo. Erano le tre di notte. Nella quiete dellappartamento di Torino si sentiva solo il respiro stanco del marito e il ticchettio delle vecchie sveglie ereditate dalla nonna.
Cercò di girarsi sullaltro fianco, ma il divano, comprato quando lItalia vinceva ancora i mondiali, scricchiolò tradendo la sua presenza. Davide, appollaiato contro il muro, si agitò e borbottò scocciato:
Giulia, ma quante volte ti muovi? Devo alzarmi fra quattro ore, abbi pietà.
Lei rimase immobile, quasi senza respirare. Era la sua frase preferita ormai da mesi: da quando aveva scoperto che stavano arrivando due gemelli non richiesti, sentiva di pesare non solo fisicamente, ma anche sulle spalle del marito. Ultimamente era cambiato, diventato conto-centric, a controllare scontrini e ad arricciare il naso ogni volta che Giulia chiedeva solo una pesca.
Hai visto i prezzi? sibilava, guardando la ricevuta con occhi da ispettore. Mangia le mele, sono nostrane. Le pesche sono un lusso. Solo io mi ammazzo di lavoro, tu stai in casa.
Giulia scivolò silenziosamente giù dal letto e zoppicò fino alla cucina, una mano alla schiena. Piedi così gonfi che le ciabatte sembravano strette come scarpe di una sfilata milanese. Si sedette accanto alla finestra, a guardare la via deserta. Era agitata: un po per larrivo imminente dei bambini, un po allidea di dover tornare con due neonati in una casa piena solo di lamentele.
La mattina dopo, Davide si preparava con il solito nervosismo. Buttava le cose a caso, cercava calzini spaiati, sbatteva le ante.
Hai stirato la camicia? borbottò senza guardarla.
Sta sulla sedia, Davide.
Potevi attaccare quel bottone, pende da settimane. Va be, scappo. Torno tardi, abbiamo riunione col Direttore Generale. Non chiamarmi, quello sequestra i cellulari appena fiuta un bip.
Sparì senza tanti saluti, chiudendo la porta con un colpo secco. Giulia sentì il clic del solito chiavistello di sicurezza, quello che si incastrava più spesso di un tram in doppia fila, impossibile da aprire se non spingendo forte con tutte e due le mani.
Più tardi, Giulia decise di mettere ordine nellingresso. Cera da tirare fuori la scatola dei vestitini ereditati dalla nipote. Salì su uno sgabello.
Solo un attimo, si convinceva da sola.
Appena tiratasi su, si sentì girare la testa: debolezza da fiera del vin brulé. Il piede scivolò e, tra un tonfo e un grido, si ritrovò stesa sul tappeto a urlare per il dolore allanca.
Un attimo dopo, una fitta come una lama le attraversò il basso ventre.
No, no, non ora bisbigliò cercando di sollevarsi.
Ma ogni minimo movimento era una tempesta. Il telefono era poco distante, sulla credenza. Strisciando, lasciando una lunga scia umida come una lumaca disperata, riuscì a raggiungerlo.
Le mani tremavano. Gli occhi vedevano solo cerchi colorati. In rubrica, i nomi con la lettera D.
Davide.
Subito sotto Dott. De Santis (Direttore Generale). Aveva salvato il suo numero un mese prima, quando serviva la firma veloce per la maternità e il consorte era introvabile.
Giulia premette su Davide. Segnale. Tutto taceva. Niente risposta.
Riprova: Il numero è momentaneamente non raggiungibile.
Nel panico più totale, cercò di pensare. Porta chiusa come il caveau di una banca. Ambulanza a suonare sotto, lei chiusa su, come in una barzelletta tragica.
Quasi svenendo, aprì WhatsApp. Forse stava scrivendo al marito
Devo andare in ospedale, la porta è bloccata! È iniziato tutto, sono caduta, non riesco ad alzarmi. Vieni subito, ti imploro!
Invio. Telefono che scivola a terra. Buio.
Il Dott. Claudio De Santis, titolare di una grossa impresa edile a Torino, stava tenendo una riunione. Uomo deciso, sguardo che faceva tremare anche i geometri. I colleghi lo rispettavano, i dipendenti lo temevano.
Il suo cellulare vibrò secco sul tavolo. Lui sbirciò con la coda dellocchio. Numero noto: Giulia, la moglie del suo responsabile acquisti. Una donna tranquilla, spesso imbarazzata davanti ai capi.
Lesse il messaggio. Il viso duro si sciolse un attimo.
Riunione finita, tutti fuori, ruggì alzandosi di scatto.
Ma Dottor De Santis, dobbiamo finire la parte dei costi tentò il ragioniere.
Ho detto FUORI!
Corse fuori dal suo ufficio. Mentre scendeva le scale, chiamò il capo della sicurezza.
Trovatemi subito dovè il cellulare di Davide. E fatemi arrivare la macchina sotto lufficio. Vengo io in prima persona.
Dopo due minuti aveva la posizione. Davide non era in cantiere, ma in una spa fuori città chiamata Acqua Azzurra.
De Santis digrignò i denti come se stesse affrontando un rivale alla partita: venti minuti fino a casa di Giulia, non un secondo di più. Cinque anni prima aveva perso la moglie per una crisi improvvisa limpotenza di non poter fare nulla gli era rimasta addosso come un cappotto dinverno.
Si lanciò di corsa al terzo piano. Provò la maniglia bloccata. Da dentro arrivava un flebile lamento.
Non aspettò i pompieri: prese la rincorsa e sfondò la porta, chiavistello e tutto. Una volta, due, finché la serratura cedette.
Giulia era distesa a terra, sfinita.
Giulia!
Lei lo guardò con occhi appannati.
Dottor De Santis e Davide?
Ci sono io adesso. Resistiamo insieme.
La prese in braccio e la caricò in macchina. Guidava come se fosse scortato dalla polizia: le macchine davanti si arrampicavano sui marciapiedi per farlo passare.
Tranquilla, ci siamo quasi, la rassicurava guardandola nello specchietto.
Allarrivo, i medici si fiondarono con la barella, avvisati da una sua telefonata furibonda.
È suo marito? urlò una giovane infermiera.
Sono suo padre, tuonò De Santis, e qui ci vanno la vostra faccia e la vostra laurea.
Rimase in corridoio, avanti e indietro su quelle mattonelle che parevano infinite. Dopo tre ore, uscì un dottore togliendosi la mascherina.
Può tirare un respiro. Due maschietti. Servito intervento, ma tutto in tempo. Peso leggero, ma respirano da soli. La mamma è debole, ma si riprenderà.
De Santis appoggiò la fronte al vetro fresco della finestra.
Grazie.
Riprese il telefono. Tentò Davide, finalmente rispose. Voce impastata, musica disco e risate femminili sullo sfondo.
Pronto, capo? Che succede? Sono in cantiere, qui non prende bene
In cantiere? la voce di De Santis gelava anche i caffè bollenti. E ad Acqua Azzurra cosè, stanno facendo le fondamenta della spa?
Pausa. Silenzio.
Dottore, ma io
Sei fuori, Davide. Senza referenze. Non voglio vedere la tua faccia in città domani. E, se hai a cuore tua moglie, ringraziala se ti risparmia il resto. Al posto suo non sarei così generoso.
Giulia si svegliò solo il giorno dopo. Stanza singola, silenziosa. Sul comodino una bottiglia di Levissima e un succo di frutta.
Aprì la porta, entrò De Santis. In giacca (cravatta slacciata), occhiaie di chi non dorme da giorni.
Come va?
Dottore tentò di sollevarsi, ma rabbrividì dal dolore. Sono mortificata Ho confuso i contatti
Ringrazia il caso che hai fatto confusione, si sedette vicino a lei. Giulia, dobbiamo parlare sul serio.
Le raccontò tutto. Della chiamata, dello stabilimento, del licenziamento. Senza giri di parole.
Ora tuo marito proverà a farti pena. Lappartamento è suo, sì?
Dei suoi genitori, sussurrò lei, trattenendo a fatica le lacrime. Non ho dove andare. Solo una zia in Molise…
De Santis tamburellò sul ginocchio, pensieroso.
Facciamo così. Ho una casa grande, due piani. Ci torno solo per dormire. Cè lala degli ospiti, puoi stare lì coi bambini finché non ti rimetti in piedi. Mi serve una mano in casa, e degli estranei non mi piacciono. Consideralo un lavoro.
Ma io con i neonati… cosa posso fare?
Te la caverai. Ti prendo anche unaiutante. Non è beneficenza, Giulia: la casa prende vita, a me piace così.
Luscita dallospedale avvenne senza intoppi. Davide tentò di entrare con la scusa di una visita, ma la sicurezza lo bloccò. Rimase fuori a urlare frasi sconnesse. Giulia lo guardò dalla finestra: dentro era rimasto solo il nulla, una fatica ormai bruciata.
De Santis la aiutò a mettere insieme le valigie e i seggiolini dei piccoli sulla sua station wagon.
Andiamo a casa, disse senza enfasi.
Di colpo la villa De Santis cambiò atmosfera: si sentiva lodore di talco e panni appena lavati. La sera il Direttore Generale, che quasi metteva paura ai suoi impiegati, si presentava in cucina e, goffamente, sorreggeva i gemelli.
Allora, futuri campioni, cresciamo? tuonava scherzoso.
I due, Matteo e Luca, lo fissavano con occhi seri, da veterani del cortile.
Dellex marito si persero le tracce. Scoprì che De Santis gli aveva precluso ogni ditta della zona, tornò mestamente dalla mamma. Qualche euro alla volta, ma Giulia se ne fregava: per la prima volta da anni si sentiva protetta.
Passarono due anni.
Era luglio, domenica. Giulia apparecchiava in veranda. De Santis stava alla griglia, deciso a dominare anche lo spiedo.
I gemelli correvano sul prato, inseguendo una cavalletta XXL.
Papà, guarda che cè un animale gigante! gridò Luca.
Giulia si bloccò col piatto in mano. Pure De Santis si immobilizzò: era la prima volta che lo chiamavano papà invece che Direttore.
Lui accovacciò il grembiule, si avvicinò e prese Luca al volo.
Quello? È solo un calabrone, non vi farà nulla.
Poi si girò verso Giulia. Nel suo sguardo non cera più traccia della vecchia durezza, solo calore.
Giulia, disse sedendosi vicino a lei. Non sono un tipo romantico, lo sai. Non so usare parole dolci. Ma quei bambini sono figli miei, ormai. E tu, non sei più unestranea.
Estrasse una scatoletta di cartone, niente gioielleria.
È da due anni che viviamo insieme, per me siamo già famiglia. Facciamolo diventare ufficiale. Adotterò i gemelli. Prenderanno il mio cognome. Così nessuno potrà mai dire parola. Tu che ne pensi?
Lei lo guardò tra le lacrime. Stavolta erano lacrime di sollievo, non di fatica. La certezza di aver trovato finalmente un appoggio solido.
Sì, Claudio, rispose con un sorriso pieno.
Perfetto. E ora basta con i formalismi, per favore.
Quella sera, dopo aver messo a letto i ragazzi, rimasero sulla veranda a guardare la città luci lontane. Da qualche parte, nei pressi di Cassino, lex marito probabilmente stava lamentandosi con un bicchiere di grappa davanti. Ma lì, nella casa diventata ormai loro, dormivano due bambini dal naso allinsù che finalmente avevano un papà vero.
A volte basta un errore su un numero o una riga della rubrica per cambiare tutta una vita. Limportante è non sbagliare mai persona.




