La vedova con cinque figli. Racconto.

«È impossibile non amare i propri figli», mi ripeteva Ginevra mentre faticava a guadagnare su un sentiero ricoperto di neve a Trento. Eppure lamore vero non provava. Sentiva solo stanchezza, rabbia e una impotenza incessante. Un giorno, quando il suo marito, Antonio, era ancora vivo e lei aspettava il quinto bambino, la vicina del sesto piano, convinta che Ginevra avesse già chiuso la porta e non sentisse le sue parole, disse al marito:

Si fanno figli per gli assegni, ma i bambini finiscono sempre abbandonati!

Ginevra pianse fino a singhiozzare, la vergogna la colpì come un pugno. Sì, riusciva a lavorare nonostante i quattro figli, ma uno dopo laltro non rimaneva a casa: la madre veniva finché poteva, poi si doveva ricorrere a una tata. Il suo lavoro lo amava e non voleva abbandonarlo solo perché i piccoli non potevano stare da sole. Quando sarebbero cresciuti, cosa sarebbe diventata?

Quella decisione si rivelò corretta, perché quando Antonio non cera più, lo stipendio di Ginevra, seppur appena sufficiente per le necessità della famiglia, bastava. La pensione rimaneva intatta sui conti di risparmio, così i figli avrebbero potuto usarla per il loro avvio da adulti. Ma essere vedova con cinque bambini si rivelò più arduo di quanto avesse immaginato.

Tutta la notte cadeva neve, e i sentieri, già stretti, divennero quasi indistinguibili. Se avesse pensato prima di parcheggiare lauto altrove, avrebbe risparmiato molto. Invece dovette trascinare Emanuele e Lina come un carico fino al giardino, e la via di ritorno non fu affatto più facile. Guardava sotto i piedi, cercando di non far entrare nella scarpa la neve pungente, e non notò luomo che le veniva incontro. Si scontrarono, lui riuscì a stare in piedi, mentre Ginevra finì nella neve. Lui le tese la mano per aiutarla a rialzarsi e lasciò cadere un grosso palloncino rosso a forma di cuore.

«Che stupido San Valentino!», pensò Ginevra tra sé.

Il giorno prima, fino a mezzanotte, aveva aiutato la figlia di mezzo, Teresa, a infilare gli scarponcini di legno e a scrivere una relazione sulla festa per il figlio Pietro, mentre cercava di calmare la figlia maggiore, Vittoria, che aveva avuto un attacco di pianto perché sul suo mento era comparso un enorme brufolo. Vittoria era convinta che il ragazzo che le piaceva le avrebbe regalato una cartolina e lavrebbe invitata a uscire il giorno dopo. Nel frattempo i più piccoli avevano rubato i pennarelli acrilici e avevano scarabocchiato il mobile bianco del soggiorno, il linoleum e persino i compagni. Leducatrice, al mattino, li descrisse come pappagalli e consigliò di comprare dellacetone per rimuovere lo smalto.

Mi scusi, non lavevo visto si scusò luomo.

Dentro Ginevra combattevano due sentimenti: la rabbia per il suo non aver notato e il disagio per il palloncino perso, che probabilmente era destinato alla sua amata. Il secondo prevalette.

È colpa mia, è davvero un peccato per il palloncino.

Lui alzò lo sguardo al cielo.

Non importa. Anche gli uccellini festeggeranno.

Sua moglie si offenderà, vero?

È per mia figlia sorrise andrò a comprarne un altro.

Allora le lacrime inondarono gli occhi di Ginevra. Luomo sembrava sconcertato, non sapeva che fare.

Scusi singhiozzò non lho fatto intenzionalmente.

Non cè problema è successo qualcosa?

Ginevra raramente si lamentava, raccontava poco di come fosse rimasta vedova con cinque figli, ma quelluomo era completamente estraneo e lei era esausta.

Dopo averla ascoltata, lui propose:

Dovreste conoscere mia moglie. È ossessionata dal terzo figlio, le dico sempre di prendersi una pausa, di vivere per sé. Non dico che avere molti figli sia male si bloccò è una buona cosa, anchio vorrei un terzo, ma scusi, mi sono confuso. Sono pessimo consolatore.

Va bene agitò la mano Ginevra a volte mi guardo dentro e penso che dovrei amarli tantissimo, ma in realtà mi irrito e mi arrabbio. Dovè quellamore?

Ce lhai affermò con decisione è solo sepolto dalla neve, come questo sentiero. Ti ricordi cosa cresce qui destate?

Cosa?

I soffioni.

Ginevra colse il riferimento. Ma il senso di vuoto non la abbandonava.

Lui la accompagnò fino allauto e le augurò una buona giornata. Salì in macchina, ritoccò il trucco e partì per il lavoro. Il cuore era appesantito; nella mente riaffioravano i ricordi dei San Valentino in cui trovava una cartolina sotto lo specchietto o dei fiori sul sedile posteriore. Antonio non era più da quattro anni. Quelle ricorrenze la riempivano sempre di nostalgia. Oggi, inoltre, cera una riunione in cui il temuto Sergio Petrovich avrebbe tenuto mezzora di noiosa presentazione dei suoi risultati.

Lufficio era animato: non si celebravano davvero le feste, ma ovunque Ginevra vedeva fiori, le colleghe chiacchieravano e ridevano, gli uomini erano per lo più tesi succede sempre quando le donne si chiedono cosa ci si aspetti da loro. Entrando nella sua cabina, Ginevra pensò di aver sbagliato porta, fece un passo indietro: sul tavolo giaceva un mazzo di rose rosse. Quella era comunque la sua cabina; si avvicinò cauta, osservando i fiori come se fossero animali esotici, non sapendo se attendersi artigli affilati o un dolce miagolio.

Accanto ai fiori cera un bigliettino. Ginevra lo prese con delicatezza.

«Non avrei mai osato, ma perché non oggi? Nei tuoi occhi vedo luniverso, il tuo sorriso regola il mio umore. Ceniamo? L.»

Cercò freneticamente di ricordare chi, fra i colleghi il cui nome iniziava per L, potesse aver scritto quella frase. Se la cabina fosse davvero sua, quel mazzo poteva essere arrivato per caso. In fondo, il biglietto riportava il nome di un ristorante e lorario: 19:00. Leonardo, Lorenzo o Luigi? Quel tipo di nomi cerano in ufficio, ma nessuno mostrava interesse. Sarebbe stato divertente se fosse stato Leonardo: Ginevra, poco prima del quinto gravidanza, era quasi innamorata di lui. Avevano pranzato insieme qualche volta, lei aveva provato le farfalle nello stomaco, ma lecografia le aveva ricordato che non era una farfalla, bensì un segnale di protesto del suo organismo, chiedendo una pausa dal continuo dovere. Si rimetteva incinta sempre in modo inatteso, la fertilità era una benedizione. Quando era incinta, dimenticò linfatuazione, poi Antonio si ammalò, e Leonardo scomparve dalla sua mente.

Per tutto il giorno Ginevra si domandò se accettare o meno linvito. Scrutò Leonardo, Lorenzo e Luigi, ma tutti si comportavano come al solito. Forse era uno scherzo? E che appuntamento, con i bambini a guardia? Sua madre non usciva da casa da sei anni, non aveva soldi per una tata, la figlia maggiore probabilmente scapperebbe col suo fidanzato. Quindi, niente appuntamento.

Emanuele e Lidia le consegnarono un cuore storto; ora anche le scuole insegnano a ritagliare le cartoline di San Valentino. Ginevra li mise nei vestiti e li portò al parcheggio, ricordando luomo del mattino che le aveva dato il palloncino rosso. Anche lei avrebbe potuto avere quelle cose, e il pensiero le bagnò gli occhi.

I bambini chiacchieravano in macchina, litigavano su quale cartone animato accendere e chiedevano di fermarsi al supermercato per comprare dei Kinder, dato che era festa. Stanca delle loro urla, Ginevra cedette, comprò tre Kinder per i più grandi e dei ravioli pronti, perché non aveva più energie per cucinare.

A casa lattesa era una sorpresa: profumo di patate al forno e di mostarda di ciliegie. La figlia maggiore, Vittoria, dichiarò che il ragazzo laveva invitata a uscire, quindi non avrebbe più amiche, ma va bene, perché il brufolo sul mento era diventato ancora più grande. Decise di preparare la cena. I figli di mezzo riordinarono le stanze e pulirono i segni dei pennarelli dal tavolo bianco. Ginevra si commosse, abbracciò i bambini e realizzò di amarli davvero, non solo quando erano buoni, ma sempre. Trovò nellarmadio un vestito nero piccolo, mai indossato da un secolo, e prese il profumo dalla figlia più grande, il lucidalabbra da quella di mezzo.

Mamma, vado a un appuntamento! esclamò vittoriosa Vittoria.

Emanuele piangeva; Ginevra lo consolò promettendo di tornare presto.

Il ristorante la aspettava, il cuore colmo di emozione: cosa lavrebbe attesa? Strano, andare a cena con uno sconosciuto. In realtà, con qualcuno che conosceva, ma non sapeva chi. Era come il gioco del Secret Santa. Se fosse stato Leonardo, o persino il magazziniere Valerio, avrebbe scelto un regalo; se fosse stato il responsabile delle risorse umane, Sergio Petrovich Larin, gli avrebbe regalato una bicicletta, perché gli ricordava il postino Pechkin.

Entrata nel ristorante, Ginevra non sapeva come spiegare a chi era riservato il tavolo, stava per girarsi e andarsene, quando lo vide: il temuto Sergio Petrovich Larin in carne ed ossa, allungato, fissava la porta. Al suo avvicinamento, arrossì ma non distolse lo sguardo. Ginevra si arrossì, si spaventò, si irritò. Lui? Luniverso nei suoi occhi? Che gioco architettava questo coccodrillo? Non poteva più tornare indietro.

Avevo paura che non venissi disse lui.

Di solito non si davano del tu, ma Ginevra capì che quel giorno strano poteva riservare qualsiasi cosa. Respirò e si avvicinò alla cameriera, che indicò loro un tavolo vicino alla finestra. Dal soffitto pendevano cuori di varie dimensioni; Ginevra pensò che fosse la figlia a dover andare a un appuntamento, non lei. Doveva pensare a una scappata, chiedere alla figlia di chiamarla e dire che la casa era in fiamme.

La conversazione non fluiva. Sergio era visibilmente teso, parlava tanto o taceva, fissando Ginevra con una sventura tale da farla compatire. Voleva fuggire, non masticare melanzane croccanti e tagliare una bistecca succosa. «Che succeda qualcosa!», pregava dentro. «I più piccoli dipingeranno le pareti, i di mezzo faranno il bagno al gatto, la amica di Vittoria capirà di essere una traditrice e la inviterà a fare pace!»

Le sue preghiere furono ascoltate: dopo il terzo boccone di bistecca il telefono squillò. Ginevra, sollevata, vide sullo schermo il nome di Vittoria e rispose:

Devo prenderli. I bambini.

Descrisse a Sergio, con voce calma, la sua situazione familiare, sperando che annullasse lappuntamento. Lui, con entusiasmo, rivelò di essere stato figlio unico e di aver sempre sognato una grande famiglia.

Vittoria piangeva al telefono.

Mamma, cè un incendio! Pietro ha provato a friggere le bastoncini di formaggio, lolio è saltato fuori

Il sangue di Ginevra colse il petto, il cuore quasi scoppiò.

Che è successo? chiese Sergio, spaventato.

Un incendio ansimò Ginevra.

Lui reagì in modo sorprendentemente calmo: con una mano afferrò il biglietto e chiamò la cameriera, con laltra contattò i pompieri, chiedendo lindirizzo, mentre dirigeva i bambini: Mettetevi le scarpe, correte fuori, bussate ai vicini, non cercate di salvare le cose.

Arrivarono a casa in quindici minuti. Lautomezzo dei pompieri era già davanti al palazzo; i residenti si accalcavano intorno ai bambini piangenti, dal finestrino usciva il fumo. «Non dirò più che non li amo», affermò Ginevra, stringendo i figli al petto, sorprendente per le giacche e i cappelli di altri. Il mondo ha persone buone, lo sapeva da sempre.

Per fortuna il fuoco fu domato in fretta, solo la cucina subì danni, il resto della casa odorava di bruciato. Anche il gatto di Vittoria fu salvato.

Qui non si può dormire concluse Sergio. E servirà una riparazione. Ti porto a casa mia?

Come? chiedeva Ginevra, impaurita.

Sergio la guardò dritto negli occhi e rispose:

Come vuoi. Possiamo farci visita, o puoi restare qui per sempre.

I bambini fissarono Sergio con curiosità; finora lo ignoravano. Emanuele ruggì di nuovo, Pietro aggrottò, Lina chiese se avesse dei cartoni animati.

Ce ne sono promise Sergio. E ho anche un gatto e un cane. Allora, andiamo?

Che cane? domandò Pietro, ancora alzando le sopracciglia.

«Proprio come Vincenzo», pensò Ginevra con dolcezza.

Un beagle rispose Sergio, e Ginevra capì che Pietro aveva vinto: era proprio il cane che desiderava da un anno.

Vittoria, valutando la situazione, disse:

Andrò a prendere le cose. Emanuele, basta piangere, raccogli le tue macchinine.

Ginevra la guardò con gratitudine; la figlia le fece un occhiolino davvero femminile. Che velocemente cresce!

Ben, passeremo la notte da voi, grazie. Domani penserò a cosa fare.

Mamma, guarda! esclamò la figlia di mezzo, Teresa, sollevando lo sguardo. Un palloncino rosso a forma di cuore volava nel cielo. Ginevra sorrise e rispose:

Anche gli uccellini festeggiano.

Sergio prese delicatamente la sua mano. Era morbida e calda, un tocco insolito per lei, ma Ginevra non aveva freMentre il tramonto dipingeva di rosa le cime dei colli, Ginevra capì che lamore per i suoi figli era la luce che avrebbe guidato ogni suo passo.

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