«È impossibile non amare i propri figli», pensava Maria, mentre scavava la strada coperta di neve. Eppure non provava amore alcuno, solo stanchezza, rabbia e una impotenza incessante. Un giorno, quando Vincenzo era ancora vivo e lei aspettava il quinto figlio, la vicina del sesto piano, convinta che la porta fosse chiusa e che Maria non la sentisse, disse al marito:
Per gli assegni nasce la gente, e i bambini poi sono sempre abbandonati!
Maria pianse fino al singhiozzo, offesa fin dentro le ossa. Sì, riusciva a lavorare avendo quattro figli, ma nessuno rimaneva davvero solo: la madre veniva a stare con loro finché poteva, poi assunse una tata. Amava il suo lavoro e non lo considerava giusto abbandonarlo solo per i piccoli. E quando cresceranno, chi sarò allora? si chiedeva.
Quella decisione si rivelò saggiamente azzeccata, perché, quando Vincenzo non cè più, lo stipendio di Maria, seppur con difficoltà, bastava a coprire le necessità di tutti i bambini. Non toccava la pensione, la teneva su conti di risparmio affinché i figli potessero usarla per avviare la vita adulta. Però, come si scoprì, essere vedova con cinque figli era un peso troppo grande anche per lei.
Tutta la notte la neve cadeva a dirotto, i sentieri, una volta stretti, erano quasi irriconoscibili. Se avesse pensato prima di parcheggiare altrove, non avrebbe dovuto trascinare Ettore e Lidia, con un peso quasi animale, fino al giardino e poi di nuovo indietro. Maria guardava i piedi, cercando di non raccogliere nella scarpa il gelo, e non notò luomo che si avvicinava. Si scontrarono: lui rimase in piedi, lei cadde nella neve. Lui le tese la mano per aiutarla a rialzarsi, ma lasciò cadere un grosso palloncino rosso a forma di cuore.
«Che sciocchezza di San Valentino!», sbottò tra sé Maria.
Il giorno prima, fino a mezzanotte, aveva cucito le scarponcine di pelle alla figlia di mezzo, Costanza, e scritto una relazione sulla festa al figlio Paolo, mentre cercava di calmare la figlia maggiore, Vittoria, che aveva avuto un brutto attacco perché un enorme brufolo era spuntato sulla fronte; era convinta che il ragazzo che le piaceva lavrebbe invitata a uscire domani. Nel frattempo i più piccoli avevano rubato i pennarelli acrilici e avevano ridipinto il tavolo bianco del salotto, il linoleum e persino lun laltro. La maestra del mattino li definì civili e consigliò di comprare dellacetone per rimuovere lo smalto.
Scusi, non lavevo visto si scusò luomo.
Nel cuore di Maria si accese una lotta tra la rabbia per il suo non aver notato luomo e limbarazzo per il cuore che aveva perso, probabilmente destinato a una promessa damore. Alla fine prevale questultima.
È colpa mia, davvero. Che peccato per il palloncino.
Lui alzò lo sguardo al cielo.
Non importa, anche gli uccellini festeggeranno.
Sua moglie sarà forse delusa?
È per sua figlia, sorrise, vado a comprarne un altro.
Allora le lacrime inondarono gli occhi di Maria. Luomo sembrava sconcertato, non sapeva come reagire.
Mi dispiace, singhiozzò Maria, non lho fatto, è stato un caso.
Tranquilla È successo qualcosa?
Maria non amava lamentarsi, raramente raccontava di come fosse rimasta vedova con cinque bambini, ma quelluomo era uno sconosciuto e lei era ormai esausta.
Dopo averla ascoltata, luomo le propose:
Devo presentarLe la mia moglie. È ossessionata dal terzo figlio, e le dico: Aspetta, vivi un po, lasciati un po. Non dico che molti figli siano un problema subito si ritrattò. È bello, anchio vorrei un terzo, ma scusi, non so più cosa dire. Sono un pessimo conforto.
Va bene, sbatté Maria la mano. A volte guardo i miei e penso: devo amarli tantissimo. Ma nella pratica mi arrabbio, mi irrito. Dove è finito quellamore, non lo so.
È qui, affermò il giovane con sicurezza. È solo sepolto dalla neve, come quel sentiero. E ricorda cosa cresce in queste terre destate?
Cosa?
I denti di leone.
Maria capì il riferimento. Tuttavia il senso di vuoto non la lasciava.
Lui la accompagnò fino allauto e le augurò una bella giornata. Salì in macchina, ridusse il trucco e si diresse al lavoro, il cuore appesantito. Ricordò i giorni di San Valentino in cui trovava sotto lo specchietto una piccola cartetta o dei fiori sul retro del sedile. Suo marito non cè da quattro anni, e queste festività le provocavano sempre una dolce nostalgia. Oggi doveva anche partecipare a una riunione dove il pungente Sergio Bianchi avrebbe trascorso trenta minuti a lagnarsi dei suoi risultati.
Lufficio era animato: non si celebrava apertamente la festa, ma ovunque Maria scorgeva fiori, le colleghe sussurravano e ridevano, i colleghi sembravano tesi accade sempre quando le donne si chiedono cosa si aspettino da loro. Entrando nella sua stanza, Maria credette di aver sbagliato porta, si indietro di un passo: sul tavolo cerano rose rosse. Quella era comunque la sua scrivania, e si avvicinò cautamente, osservando i fiori come fossero animali esotici, incerta su cosa aspettarsi: artigli affilati o un miagolio.
Accanto ai fiori cera una cartolina. Maria la prese con delicatezza.
«Non avrei mai osato, ma quando, se non oggi. Nei tuoi occhi vedo luniverso, il mio umore dipende dal tuo sorriso. Ceniamo insieme? L.»
Cercò di ricordare chi, fra i dipendenti, avesse una firma che iniziava per L. Se la scrivania era davvero sua, quel mazzo poteva essere arrivato per caso. In basso cera il nome di un ristorante e lorario: 19:00. Leonida, Lorenzo o Loris? Gli uomini con questi nomi lavoravano con lei, ma nessuno mostrava interesse. Se fosse stato Lorenzo, forse le sarebbe parso curioso: qualche tempo prima era quasi innamorata di lui, proprio prima della quinta gravidanza. Allora era appena entrata in azienda, il matrimonio andava male e desiderava ardentemente passione e romanticismo. Lorenzo era arrivato da poco, era gentile e curioso, divennero compagni di pranzo qualche volta. Maria provò a provare le famose farfalle nello stomaco, ma quando fece il test capì che non erano farfalle, ma proteste del suo organo riproduttivo chiedente una pausa dal continuo dovere di partorire. Rimaneva incinta in modo inspiegabile, la fertilità era quasi una benedizione. Una volta incinta, dimenticò il suo innamoramento, poi Vincenzo si ammalò e Lorenzo svanì dalla sua memoria.
Passò il giorno a dibattere se andare a quellappuntamento. Scrutò Lorenzo, Loris e Leonida, ma tutti se ne stavano come al solito. Forse era uno scherzo? E poi, chi accompagnerebbe la mamma con i bambini? Sua madre non usciva da casa da sei anni, non cera denaro per una tata, e la figlia maggiore sicuramente scapperebbe a un appuntamento. Quindi non ci sarebbe andata.
Ettore e Lidia le portarono un cuoricino storto, ora anche le scuole insegnavano a tagliare i bigliettini di San Valentino. Maria li infilò nei tettucci dei bambini e li trascinò al veicolo sulla neve, ricordando luomo del mattino che portava un palloncino rosso a forma di cuore alla figlia. Pensò che anche a lei fosse capitato, e gli occhi le si riempirono di lacrime.
I bambini chiacchieravano in auto, litigavano su quale cartone animato accendere, e chiedevano di fermarsi a comprare dei Kinder perché era festa. Stanca delle loro urla, Maria cedette, comprò tre dolcetti per i più grandi e degli gnocchi, perché non aveva più forze per cucinare.
A casa lattesa era una sorpresa: profumo di patate fritte e di mostarda di ciliegie. Vittoria, la maggiore, dichiarò che il ragazzo laveva invitata a uscire, quindi non aveva più amiche né avrebbe avuto un fidanzato, ma era felice così, perché il brufolo sul suo dito era aumentato. Decise di preparare la cena in onore del suo nuovo stato. I figli di mezzo ordinarono i libri e spazzarono via i pennarelli dalla credenza. Maria si commosse, abbracciò i bambini e si rese conto di amarli davvero, non solo quando erano bravi. Trovò in un armadio un piccolo vestito nero, mai indossato da mille anni, e, temendo di non entrare, prese il profumo dalla figlia più grande e il lucidalabbra da quella di mezzo.
Mamma esce per un appuntamento! esultò Vittoria.
Ettore piangeva; Maria lo consolò promettendo di tornare presto.
Arrivata al ristorante, era agitata: chi avrebbe incontrato? Strano, andare a una cena con uno sconosciuto. In realtà, era con qualcuno che conosceva, ma non sapeva chi. Era come il regalo di Secret Santa. Se fosse stato Lorenzo, o anche il fattorino di magazzino, gli avrebbe pensato un regalo; se fosse stato il capo del personale, Sergio Bianchi, gli avrebbe regalato una bicicletta, ricordandole il postino Pechkin.
Quando Maria entrò, non sapendo come spiegare la prenotazione, stava per girarsi e andarsene, quando vide lui: Sergio Bianchi in carne ed ossa. Stava in piedi, elegante, fissava la porta. Quando la vide, si arrossò, ma non distolse lo sguardo. Maria arrossì, si spaventò, si irritò. Lui? Un universo negli occhi? Che gioco stava architettando questo coccodrillo? Ma non poteva più ritirarsi.
Temevo che non saresti venuta disse lui.
In realtà non usavano il tu, ma Maria capì che quel giorno strano poteva riservare qualsiasi cosa. Inspirò profondamente e si avvicinò, passando accanto alla cameriera che le indicò un tavolo vicino alla finestra. Dal soffitto pendevano cuori di varie dimensioni, e Maria pensò che fosse sua figlia a dover andare a un appuntamento, non lei. Doveva pensare a qualcosa per scappare. Perché non aveva chiesto alla figlia di chiamarla e dire che a casa cera un incendio?
Il dialogo non fluiva. Sergio sembrava nervoso, alternava parole e silenzi, fissandola con uno sguardo così patetico che Maria provò a provare pietà e a sostenere una conversazione di galateo. Le pareva una gravissima errore, voleva fuggire anziché masticare melanzane croccanti e tagliare una bistecca succulenta. «Che succeda qualcosa! pregava. I più piccoli ridipingeranno le pareti, i medi laveranno il gatto, lamica di Vittoria capirà di essere traditrice e la chiamerà a riconciliarsi!»
Le preghiere furono esaudite: dopo il terzo boccone di bistecca, il telefono squillò. Il display mostrava il nome di Vittoria.
Devo prendere i bambini disse.
Maria, con sollievo, spiegò la sua situazione familiare a Sergio, sperando che annullasse lappuntamento. Lui, però, con entusiasmo, raccontò di essere figlio unico e di aver sempre sognato una grande famiglia.
Vittoria piangeva al telefono.
Mamma, incendio! Paolo ha provato a friggere delle bastoncini di formaggio, lolio è scoppiato
Il sangue di Maria si gelò. Sentì il cuore pompare in una sola direzione, pronto a esplodere.
Che è successo? chiese Sergio, spaventato.
Un incendio esalò Maria.
Egli reagì sorprendentemente calmo: una mano prese la tessera, chiamò la cameriera, laltra chiamò i pompieri chiedendo lindirizzo, mentre dirigeva i bambini: Mettete le scarpe e corriamo fuori, bussate ai vicini, non provate a salvare i mobili.
In quindici minuti arrivarono i vigili, la strada era piena di gente, il fumo usciva dalla finestra. «Non penserò più che non li ami», affermò Maria. «Sarò la migliore madre!». Stringeva i bambini al petto, stupita dei cappotti e dei berretti di estranei sulle loro spalle. Il mondo non era privo di persone buone, lo sapeva da sempre.
Fortunatamente lincendio fu domato in fretta; solo la cucina ne uscì rovinata, le altre stanze odoravano di bruciato. Anche la gatta di Vittoria fu salvata.
Qui non si può dormire concluse Sergio. E servirà fare delle riparazioni. Ti porto da me?
Come? balbettò Maria.
Sergio la guardò dritto negli occhi e rispose:
Come vuoi. Possiamo semplicemente fare visita, o restare qui per sempre.
I bambini fissarono Sergio curiosi: fino a poco prima non lo avevano notato. Ettore ruggì di nuovo, Paolo si fece serio, Lidia chiese se avessero cartoni animati.
Ce ne sono, promise Sergio. E anche un gatto e un cane. Allora, andiamo?
Che cane? chiese Paolo, con le sopracciglia aggrottate.
«Proprio come Vincenzo», pensò Maria con tenerezza.
È un beagle rispose Sergio, e Maria comprese che Paolo, che da un anno chiedeva un cane, era finalmente conquistato.
Vittoria, valutando la scena, disse:
Andrò a prendere le cose. Ettore, smettila di piangere, raccogli i tuoi giochi.
Maria la guardò con gratitudine; la figlia le fece un occhiolino femminile. Quanto rapidamente cresce! E Paolo non vedrà mai più quella crescita
Va bene, passeremo la notte da te, grazie. Domani penserò a cosa fare.
Mamma, guarda! esclamò Costanza, la figlia di mezzo, e Maria alzò lo sguardo. Un palloncino rosso a forma di cuore volteggiava nel cielo. Sorrise e disse:
Anche gli uccellini celebrano.
Sergio prese delicatamente la sua mano. Era morbida e calda, stranamente nuova. Ma Maria non aveva fretta di lasciarlo andareIl fuoco aveva spento le ombre di quei giorni freddi, ma il crepitio dei fornelli accesi nella cucina di Sergio sembrava cantare una melodia più dolce di qualsiasi ricordo di Vincenzo. Mentre gli adulti parlavano di riparazioni e di come ridisporre gli spazi, i bambini correvano per la casa, scoprendo angoli nascosti, trovando il nuovo cane che, annusando il tappeto, si sistemò accanto al divano con un sospiro di soddisfazione.
Maria osservava la scena, il cuore che batteva al ritmo dei piccoli passi e dei ruggiti gioiosi di Ettore. Un sorriso timido le increspò le labbra quando Paolo, con unespressione di trionfo, si avvicinò al beagle e gli porse una pallina di gomma. Il cane, felice, la prese al volo, facendo cadere Paolo in una risata contagiosa.
Sergio la guardò, gli occhi ancora colmi di quella luce che solo la compassione può accendere. Senza una parola, le tese una tazza di tè caldo, il vapore che si levava come un piccolo nuvolone di speranza. Maria accettò, sentendo il calore scorrere tra le sue mani e il suo spirito.
Ho sempre creduto che il vero coraggio fosse sopravvivere a una notte senza stelle disse Sergio, la voce bassa ma ferma , ma oggi ho capito che è anche aprirsi a un nuovo giorno, anche quando il passato sembra ancora una fiamma.
Maria annuì, sentendo la verità di quelle parole penetrare il suo cuore. Si alzò, prese la mano di Sergio e, con il gesto semplice di un anello che scivola sul dito, gli mostrò il suo ringraziamento più grande: il suo futuro, intrecciato a quello dei suoi figli.
Le luci del ristorante, ormai spente, lasciarono spazio a una luce più tenue che filtrava dalle finestre della casa di Sergio, avvolgendo tutti in un abbraccio di quiete. Fuori, la neve aveva smesso di cadere, ma il mondo sembrava ancora avvolto da un velo di bianco, come se la città avesse deciso di concedere a tutti un respiro di pace.
Mentre la notte avanzava, Maria si sedette sul divano, circondata dal rumore allegro dei bambini, dal cane che si accoccolava accanto a lei e dal silenzio rassicurante di una vita che finalmente trovava la sua armonia. In quel momento, la voce di una vecchia canzone, proveniente da un vecchio jukebox nella stanza accanto, le ricordò il suono di una risata lontana: una melodia che parlava di rinascita, di cuori che non smettono mai di battere.
Con gli occhi pieni di lacrime di gioia, Maria sussurrò al buio:
Non è più una questione di amare o non amare. È semplicemente vivere, e in quel vivere trovare, ogni giorno, un piccolo miracolo.
Il silenzio si riempì di un dolce eco, leco di una madre che, finalmente, sentiva il proprio cuore così fragile eppure così resilientemente forte battere al ritmo di una nuova famiglia. E così, in quella notte di luci soffuse e promesse sussurrate, la storia di Maria trovò il suo vero inizio, non più chiusa da una perdita, ma aperta al meraviglioso abbraccio del futuro.






