La vedova e i suoi cinque figli. Racconto.

«È impossibile non amare i propri figli», pensavo, mentre mi facevo strada lungo il sentiero sepolto dalla neve a Trento. Eppure lamore non mi scaldava il cuore; al suo posto cerano stanchezza, rabbia e unangoscia di impotenza che non mi abbandonava. Un tempo, quando Vincenzo era ancora vivo e io aspettava il quinto figlio, la vicina del sesto piano, convinta che avessi chiuso la porta e non mi sentisse, disse al marito:

Per gli assegni nascono i bambini, ma poi li lasciano sempre in balia del destino!

Quel commento mi fece piangere fino al singhiozzo. Sì, riuscivo a lavorare nonostante i quattro piccoli, ma non rimanevano mai tutti insieme: la madre veniva finché poteva, poi dovetti assumere la tata. Amavo il mio lavoro e non credevo fosse giusto abbandonarlo solo perché i figli erano piccoli. E se crescevano, chi sarei stata allora?

La decisione si rivelò corretta; quando Vincenzo scomparve, lo stipendio, seppur a stento, bastava a coprire le necessità dei miei cinque bambini. La pensione rimaneva intatta in un conto di risparmio, pronta a dare ai figli un aiuto quando avrebbero avviato la vita adulta. Ma, come si scoprì, essere vedova con cinque figli era una prova anche per me.

Tutta la notte la neve cadeva incessante, e i sentieri, già stretti, divennero quasi irriconoscibili. Avrei dovuto prevedere tutto e parcheggiare lauto altrove, ma non fu così: prima dovetti trascinare Edoardo e Livia quasi come dei carichi fino al giardino, per poi fare ritorno su una strada impervia. Guardavo sotto i piedi per non affondare gli stivali nella neve tagliente, e così non notai luomo che veniva incontro a me. Ci scontrammo; lui rimase in piedi, io caddi nella neve. Luomo tese la mano per aiutarmi a rialzarmi, ma lasciò cadere un grosso palloncino rosso a forma di cuore.

«Che sciocchezza, San Valentino!», sbottai tra me e me.

Il giorno prima, fino a mezzanotte, avevo aiutato la figlia di mezzo, Tiziana, a infilare gli scarpottini di feltro e a preparare una relazione sulla festa per il figlio Paolo, mentre cercavo di calmare la figlia maggiore, Vittoria, che stava facendo una crisi per un brufolo enorme sul capo, convinta che il ragazzo che le piaceva le avrebbe regalato una cartolina damore il giorno dopo. Nel frattempo i più piccoli avevano rubato dei pennarelli acrilici e avevano scarabocchiato la credenza bianca del soggiorno, il linoleum e persino lun laltro. La maestra di mattina li chiamò pappagalli e consigliò di comprare un solvente allacetone per rimuovere il trucco.

«Scusi, non lavevo visto», si scusò luomo.

In me lottavano due sentimenti: la rabbia per il suo non avermi notata e limbarazzo per il palloncino perso, forse destinato a una persona cara. Vinsi questultimo.

«È colpa mia, peccato per il palloncino», dissi.

Lui alzò gli occhi al cielo.

«Non importa. Anche gli uccellini festeggeranno».

«Sua moglie sarà arrabbiata, vero?».

«È per mia figlia», sorrise, «ne compro un altro».

Allora le lacrime mi inondarono gli occhi. Luomo era evidentemente sconcertato, non sapendo come reagire.

«Mi dispiace», singhiozzai. «Non volevo, è stato un caso».

«Va bene È successo qualcosa?».

Raramente mi lamentavo della vita, e ancor meno parlavo del mio stato di vedova con cinque figli, ma quelluomo era un completo sconosciuto e io ero esausta.

Dopo avermi ascoltata, mi disse:

«Devo presentarle mia moglie. È ossessionata dal terzo figlio, e le dico sempre: Aspetta, vivi un po per te. Non dico che i figli in tanti siano un problema anzi, ne vorrei anchio di più ma scusi, sto dicendo cose senza senso. Sono pessimo nel consolare.»

«Tranquillo», agitai la mano. «A volte mi guardo negli occhi dei miei bambini e penso: devo amarli tantissimo. Ma la realtà è che mi arrabbio e mi irrito più spesso. Dove è finito quell amore?»

«È lì, è solo coperto dalla neve, come questo sentiero», rispose. «Sa cosa cresce qui destate?»

«Cosa?»

«I denti di leone.»

Capì a cosa si riferiva, ma il vuoto dentro di me non si placava.

Mi accompagnò fino allauto e mi augurò una buona giornata. Salendo, ritoccare il trucco e dirigermi al lavoro, il peso al cuore era grande; ricordai i San Valentino passati, quando trovavo sotto lo specchietto una cartolina o dei fiori sul sedile posteriore. Il marito non cera più da quattro anni, e quelle ricorrenze suscitavano sempre una nostalgia profonda, soprattutto oggi con un incontro con il severo signor Sergio Bianchi, che avrebbe tenuto una presentazione di mezzora sui suoi risultati.

Lufficio era animato: non si celebrava apertamente la festa, ma ovunque cerano fiori, le colleghe chiacchieravano a voce alta, i ragazzi ridevano, e gli uomini erano tesi, come sempre quando bisogna indovinare le aspettative delle donne. Entrando nella mia cabina, quasi avessi sbagliato porta; retrocessi un passo e sul tavolo trovai un mazzo di rose rosse. Era comunque la mia stanza, così mi avvicinai cautamente, osservando i fiori come un animale esotico, incerta su cosa aspettarmi: artigli affilati o un ronron.

Al fianco dei fiori cera un bigliettino.

«Non mi sarei mai osato, ma perché oggi? Nei tuoi occhi vedo luniverso; il tuo sorriso regola il mio umore. Ceniamo? L.»

Cercai di ricordare quale collega potesse aver firmato con una L, ma il dubbio rimaneva. Forse era Leonardo, Lorenzo o Luigi? Lavoravano tutti con me, ma nessuno mostrava interesse. Immaginai che fosse Leonardo, perché qualche tempo prima, appena prima del quinto bambino, mi ero quasi innamorata di lui. Lavoravamo insieme, pranzavamo, provavo le famose farfalle allo stomaco, ma un test mi fece capire che non era altro che unincarnazione del desiderio di rimandare un altro dovere. Rimasi incinta di nuovo, dimenticai linfatuazione, e quando Vincenzo si ammalò, Leonardo sparì dalla mia memoria.

Passai il giorno a chiedermi se andare o no al appuntamento. Osservai Leonardo, Lorenzo e Luigi, ma tutti agivano come al solito. Forse era uno scherzo del destino? E poi, chi avrebbe potuto stare con me, con i figli? Mia madre non usciva da casa da sei anni, non avevo soldi per una tata, la figlia maggiore sicuramente scappava via per un appuntamento. Così non andrò da nessuna parte.

Edoardo e Livia mi portarono il cuore stropicciato, ora anche le scuole insegnano a tagliare le cartoline di San Valentino. Li avvolsi nei pantaloni da neve, li trascinai verso lauto, pensando al gentile uomo del mattino con il palloncino rosso. Una sensazione simile mi pervase, e gli occhi si riempirono di lacrime.

I bambini chiassosi nel veicolo litigavano su quale cartone animato accendere e chiedevano di fermarsi al negozio per comprare i Kinder, perché oggi è festa. Esausta dalle loro urla, cedetti, acquistai tre Kinder per i più grandi e degli gnocchi per cena, perché non avevo energie per cucinare.

A casa mi aspettava una sorpresa: odore di patate fritte e compota di ciliegie. Vittoria proclamò che un ragazzo laveva invitata a uscire, quindi non avrebbe più amiche né fidanzato, ma era contenta perché il brufolo sul mento era aumentato. Decise allora di preparare la cena. I figli di mezzo riordinarono le camere e pulirono i pennarelli dalla credenza. Mi commossi, li abbracciai e capii di amarli davvero, non solo quando erano ben educati, ma sempre. Trovai in un armadio un vestito nero, piccolo, che non indossavo da una vita, e presi il profumo dalla figlia più grande e il lucidalabbra da quella di mezzo.

«Mamma, vado a un appuntamento!», esclamò Vittoria.

Edoardo pianse, e lo confortai, promettendo che sarei tornata presto.

Nel ristorante arrivai con il cuore accelerato: chi sapesse cosa mi attendesse? Era strano, andare a un appuntamento con uno sconosciuto. Forse era qualcuno che conoscevo, ma non lo capivo. Sembrava la stessa confusione di quando si sceglie il regalo per il Secret Santa. Se fosse stato Leonardo, o persino il fattorino del magazzino, avrei saputo cosa scegliere. Invece, se fosse stato il direttore delle risorse umane, Sergio Bianchi, gli avrei regalato una bicicletta, perché mi ricordava troppo il postino Pechkin.

Entrai, esitai, pronto a girare le spalle, quando lo vidi: era proprio lui, Sergio Bianchi, in carne ed ossa. Stava lì, allungato come una corda, fissando la porta. Quando mi notò, arrossò, ma non distolse lo sguardo. Mi sentii imbarazzata, spaventata, irritata. Lui? Luniverso nei tuoi occhi? Che gioco pericoloso stava facendo quel coccodrillo? Ma non potevo più tornare indietro.

«Temevo che non saresti venuta», disse.

Di solito non ci davamo del tu, ma capii che quel giorno strano poteva portare qualsiasi cosa. Inspirai profondamente e mi avvicinai al cameriere, che ci indicò un tavolo vicino alla finestra. Dal soffitto pendevano cuori di diverse dimensioni e mi venne in mente che forse era mia figlia quella che doveva andare a un appuntamento, non io. Dovevo inventare qualcosa e scappare. Perché non avevo chiesto alla figlia di chiamarmi e dire che a casa cera un incendio?

La conversazione non fluiva. Sergio sembrava agitato, parlava tanto o taceva, fissandomi con uno sguardo così triste che mi faceva provare pietà e allo stesso tempo dovevo mantenere una conversazione civile. Volevo scappare, non mordere melanzane croccanti o tagliare una bistecca succulenta. «Che succeda qualcosa!», pregai. «I più piccoli dipingono le pareti, i di mezzo lavano il gatto, la migliore amica di Vittoria capirà il tradimento e la inviterà a riconciliarsi!».

Le mie preghiere furono esaudite: dopo il terzo boccone di bistecca, il cellulare suonò. Sullo schermo cera il nome di Vittoria, e la voce tremante mi disse:

Mamma, incendio! Paolo ha provato a friggere le bastoncini di formaggio, lolio è saltato

Il sangue mi si raffreddò, colgo il cuore pronto a esplodere.

Cosa è successo? chiese Sergio, spaventato.

Un incendio sussurrai.

Lui, sorprendentemente calmo, afferrò la carta e chiamò la cameriera, alzò la mano per i pompieri, confermò lindirizzo e, nello stesso tempo, ordinò ai bambini di indossare le scarpe e correre fuori, bussare ai vicini e non cercare di salvare i mobili.

In quindici minuti eravamo di nuovo a casa. Lautopompa dei pompieri era già davanti al palazzo, i vicini si erano radunati intorno ai bambini piangenti, dal balcone usciva fumo. «Non penserò più che non li ami», dissi, stringendo i figli a me, meravigliandomi dei cappotti e dei berretti altrui. Il mondo non è privo di persone buone, lo sapevo da sempre.

Il fuoco fu domato rapidamente; solo la cucina subì danni, le altre stanze odoravano di bruciato. Anche il gatto di Vittoria fu salvato.

«Qui non si può dormire», concluse Sergio. «E serve delle riparazioni. Che ne dici di venire da me?»

«Come?», chiesi, spaventata.

Lui mi guardò dritto negli occhi e rispose:

«Come vuoi. Puoi venire solo per una notte, o restare per sempre».

I bambini fissarono Sergio con curiosità: finora non lo avevano notato. Edoardo scoppiettò di nuovo, Paolo aggrottò le sopracciglia, Livia chiese se avesse dei cartoni animati.

«Ce ne sono», promise Sergio. «E ho anche un gatto e un cane. Allora, andiamo?»

«Che cane?», chiese Paolo, ancora incuriosito.

«Un beagle», rispose, e capii che il cane era proprio quello che Paolo desiderava da un anno.

Vittoria, valutando la scena, disse:

Vado a prendere le mie cose. Edoardo, basta piangere, raccogliamo le tue macchine.

Guardai mia figlia con gratitudine. Lei mi occhiò con quel sorriso tipicamente femminile, così rapidamente cresciuta e Paolo non lo vedrà mai.

«Bene», dissi. «Passeremo la notte da te, grazie. Domani penserò a che fare».

«Mamma, guardate!», esclamò Tiziana, e alzai lo sguardo. Sul cielo volava un palloncino rosso a forma di cuore. Sorrisi e risposi:

Anche gli uccellini festeggiano.

Sergio mi prese delicatamente la mano. Era calda, morbida, una sensazione nuova per me. Non avevo fretta di lasciarlo andareGuardai il palloncino rosso che ondeggiava sopra i tetti, il suo cuore pulsante contro il cielo grigio. In quel piccolo gesto di colore, vidi tutti i momenti in cui avevo temuto di non farcela: il freddo della neve, le urla incatenate dei figli, le lacrime silenziose sul cuscino vuoto. Ogni volta il mondo mi aveva chiesto di scegliere tra il dovere e il desiderio, ma ora capii che non dovevo più dividere le due cose. Il suo tocco caldo nella mia mano mi ricordò che, anche quando la vita ti avvolge nella sua fredda nebbia, cè sempre spazio per una luce inaspettata.

Sergio mi mostrò la sua casa, un rifugio modesto ma accogliente, con le pareti ancora intatte e una cucina pronta a riempirsi di profumi di spezie e pane appena sfornato. Lì, i bambini corsero a giocare con il beagle, che li accarezzava con la lingua in un modo che solo gli animali sanno fare: con la pura gioia del presente. Lì, io trovai una notte di riposo, ma anche una mattina di decisioni. Quando la luce del primo giorno si fece strada tra le persiane, i pompieri erano già andati via, la casa era pulita, e io mi alzai, sentendo il peso dei miei sogni più leggero, come se la neve si fosse sciolta dentro di me.

Con la mano ancora stretta a quella di Sergio, mi voltai verso i miei figli, che mi guardavano con occhi curiosi e pieni di speranza. “Stasera,” dissi, “ceneremo tutti insieme qui, e domani decideremo cosa fare del nostro futuro.” Il sorriso di Vittoria si allargò, Edoardo si avvicinò per abbracciarmi e Paolo, con il suo beagle al fianco, mi regalò una piccola statuetta di un dente di leone, simbolo di quel sentiero coperto di neve ma destinato a fiorire. In quel momento capii che lamore non è un unico fuoco che brucia, ma un grappolo di scintille che si accendono una accanto allaltra, e che io potevo tenere acceso quel fuoco senza sacrificare me stessa.

Il palloncino rosso, ora sospeso sopra la porta, sembrava osservare la nostra nuova vita con un occhiolino complice. E mentre la città si svegliava sotto una coltre di ghiaccio ancora tenue, io sentii, per la prima volta in tanto tempo, una dolce promessa dentro di me: avrei amato i miei figli, avrei amato me stessa e, se la vita mi avrebbe concesso un altro amore, lo accetterei con lo stesso coraggio con cui ho affrontato tutte le tempeste. E così, con la mano di Sergio ancora nella mia, camminai verso il futuro, sapendo che il sentiero, per quanto sepolto, era sempre pronto a rivelarsi di nuovo.

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