12 ottobre 2025
Non andrò da nessuna parte bisbigliò la mamma, gli occhi pieni di lacrime non versate. Questa è la mia casa, non la lascerò.
Mamma dissi, cercando di mantenere la calma sai che non potrò più prendermi cura di te da solo. Devi capire.
Il peso di quelle parole mi opprimeva. Teresa Bianchi, la mia madre, sedeva piegata sul vecchio divano della casa di campagna, quello che avevo ereditato dal nonno nella periferia di Monteriggioni.
Il suo frainteso non era altro che lultima avvisaglia di un ictus. Teresa era sempre stata fragile; ricordo ancora quando, due anni fa, dovetti prendere un mese di congedo per accudirla dopo una frattura alla gamba. Allora, anche se si mostrava coraggiosa, non riusciva a compiere nemmeno un passo senza il mio aiuto.
Avevo finalmente iniziato a guadagnare bene e avevo programmato di ristrutturare la casa per renderla più confortevole per lei questestate. Lictus, però, ha stravolto ogni progetto: ora dovevo portarla in città.
Martina, la tua valigia la prepara tua moglie feci cenno a Martina, la mia ragazza, che aveva appena sposato il mio nome. Dille di chiamarmi se serve qualcosa.
Teresa rimase in silenzio, fissando il vetrato dalla finestra dove un leggero vento dautunno faceva cadere le foglie dorate degli alberi secolari che avevo amato fin da bambina. La sua mano destra, ancora vigile, stringeva con forza quella sinistra, ormai immobile.
Martina frugava nellarmadio, chiedendo a sua suocera cosa portare e cosa lasciare. Ma la signora Bianchi, senza rispondere, continuava a guardare fuori, come se i suoi pensieri fossero così lontani da non toccare neanche le coperte logore e gli occhiali rotti.
Teresa era nata e vissuta tutti i suoi sessantotto anni nel piccolo borgo di Poggibonsi, ormai quasi deserto. Aveva lavorato tutta la vita come sarta in una bottega che chiuse quando gli abitanti scarseggiarono. Poi iniziò a cucire da casa, ma con il tempo il lavoro diminui e si dedicò al giardino e alla casa, mettendoci tutta la sua anima. Non poteva nemmeno immaginare di abbandonare il suo regno di terra per un appartamento freddo e anonimo in una grande città.
Martina, non mangia più nulla sospirò, appoggiando una ciotola di zuppa sul tavolo della cucina. Non ce la faccio più, non ho più forze.
La guardai, poi guardai il piatto vuoto davanti a me, e annuii. Sospirai a lungo e mi avvicinai alla stanza di mia madre.
Teresa, seduta sul divano, fissava il panorama senza battere ciglio. I suoi occhi grigi, opachi, erano puntati al nulla, mentre la mano operosa si posava su quella immobile, quasi a cercare di riaccenderla.
La stanza era piena di attrezzi per la fisioterapia: elastici, pesi, una pila di medicinali sul comodino. Se non avessi insistito, non avremmo toccato nulla di tutto ciò.
Mamma?
Nessuna risposta.
Mamma?
Figliolo? balbettò Teresa, la voce ancora rotta dallictus.
Le parole uscivano lente, quasi quasi incomprensibili. Era un miglioramento, ma ancora difficile da afferrare.
Perché non hai mangiato nulla? Martina ha provato a cucinare. Hai quasi due giorni senza cibo.
Non voglio, figliolo rispose Teresa, girandosi lentamente verso di me. Davvero, non voglio. Non è necessario costringermi.
Mamma cosa desideri? Dillo pure
Mi sedetti accanto a lei e mi prese la mano.
Sai cosa voglio, Lello. Voglio tornare a casa. Ho paura di non rivedere più il nostro giardino.
Scosso da un sospiro, annuii.
Lo sai che lavoro ogni giorno, e Martina corre ai medici. È inverno, è pericoloso spostarsi Aspettiamo la primavera.
Lei annuì, io sorrisi e uscii.
Se non fosse troppo tardi, figliolo sussurrò, mentre la porta si chiudeva.
—
Il dottor Bianchi, un vecchio specialista di medicina riproduttiva, ci ha detto che il nuovo ciclo di fecondazione in vitro non ha funzionato.
Martina scoppiò in lacrime, stringendo le mani al viso.
Ma perché? Tutti gli altri hanno risultati! Dicono che il quaranta per cento lo fa al primo tentativo, e noi siamo alla terza seduta senza nulla!
Io rimasi in silenzio, tenendola per mano. Teresa era in una stanza vicina a ricevere un massaggio, e stavo per andare a prenderla.
Capisco la vostra frustrazione iniziò il medico a bassa voce. LIVF è un sogno che può diventare ossessione. Lo stress continuo indebolisce il corpo
È proprio stress! Devo lavorare da casa per pagare i costi esorbitanti dellIVF, andare ai trattamenti, prendere pillole che mi avvelenano, curare mia suocera che non mangia e non prende le medicine! Voglio un bambino, così forse anche mio marito mi darà l’attenzione che merito!
Martina si zittì, capì di aver detto troppo, afferrò la borsa e uscì sbattendo la porta.
Scusi mormorai al dottore.
Nessun problema rise il medico. Non ho visto crisi così drammatiche.
Uscii dietro di lei. Martina era seduta sul piccolo divano dellattesa, il viso bagnato di lacrime, stringendo tra le mani il test di gravidanza.
Perdona, amore non volevo parlare della tua mamma. Sono stanca di vedere una vita spegnersi, di buttare soldi in test senza risultato. Non ce la faccio più
Vorrei poterti aiutare entrambe, ma non è nelle mie mani
Lo so singhiozzò Martina, sorridendo tra i singhiozzi. Ti capisco.
Rimanemmo in silenzio, mano nella mano, poi lei si alzò, sistemò il colletto della camicia e disse:
Andiamo, Teresa deve essere libera. Non ama gli ospedali, dopo di loro rimane triste a lungo.
—
Il dottore anziano, con gli occhiali rotondi, ci disse a bassa voce:
La progressione di sua madre è minima. Quando è venuto da me, credevo potesse migliorare. Lictus ha poche speranze di recupero, ma la signora Bianchi non ha cattive abitudini né malattie croniche. Aveva tutte le carte in regola.
Ma non succede nulla, lo vedo anchio
Mi sembra che lei non voglia davvero vivere. Ha perso la scintilla.
Confermai in silenzio, avevo già notato come Teresa avesse perso quindici chili, non leggesse più, non guardasse la TV, non parlasse con nessuno, limitandosi a fissare quel punto fuori dalla finestra.
Dopo un ictus, il comportamento può cambiare per danni cerebrali aggiunse il medico. Ma non mi pare così grave. Quando è venuta al primo controllo, non avevo osservato nulla di simile.
Credo sia qualcos’altro risposi sommessamente.
—
Lello, puoi annullare la trasferta? Teresa è peggiorata, temo non ce la faremo mi disse Martina al telefono, la voce rotta dallansia.
Pensava alla madre, a quel vecchio giradischi che avevamo portato dal villaggio, ai dischi del padre, insegnante di musica. Ora Teresa guardava un punto fisso, beveva solo latte, quello che un tempo definiva troppo diverso da quello di campagna.
Quella sera arrivai a casa, rimasi sveglio tutta la notte accanto al suo letto.
Sai cosa voglio, mi hai promesso.
Annuii. Il giorno dopo guidammo verso il villaggio. Teresa rifiutò lospedale.
Non voglio andare, voglio casa.
Era marzo, ma le strade non erano ancora inghiottite dal disgelo, così arrivammo direttamente al casolare. Aprii la portiera, aiutai mamma a salire sul passeggino. La neve si scioglieva lentamente, rivelando il terreno sotto, gli alberi pendevano debolmente al vento, il sole iniziava a scaldare.
Teresa rimase fuori per ore; finalmente un sorriso le tornò sul volto, il respiro si fece più profondo, gli occhi si inumidirono di gioia. Era a casa. Guardava il suo tetto di legno, sentiva il canto degli uccelli, il fresco del ghiaccio che si scioglieva.
Quella sera mangiò, poi rimase fuori ancora un po prima di andare a dormire. Il sorriso non le lasciò il viso. La notte, però, la vita la lasciò. Se ne andò con lo stesso sorriso, felice di aver ritrovato il suo giardino.
Prendemmo due settimane di ferie per la sepoltura, per sistemare la vecchia casa e per respirare laria pulita dei campi che non vedevo da anni.
Prima di tornare in città, Martina si sentì male, corse al bagno e vomitò. Tornata al letto, aprì il test di gravidanza: due linee!
È tutto per lei, tua madre è Teresa a donarci questo dono sussurrò, le lacrime scorrevano.
Alzai lo sguardo al cielo terso, abbracciai forte la moglie. Era il più grande regalo che la mamma poteva lasciarci, lultimo e più prezioso.
**Lezione personale:** ho capito che la vita è fragile come un soffio di vento dautunno, e che lamore vero si manifesta non solo nel prendersi cura degli altri, ma anche nellaccettare il loro desiderio di pace. Solo così si può trovare la serenità, anche quando il destino ci mette alla prova.






