LImpasto Silenzioso
Giulia, ma ti rendi conto chi verrà sabato? Cesare stava sulla soglia della cucina, lo sguardo puntato su di lei, come se avesse di nuovo combinato qualcosa di sbagliato. Era fermo lì, immobile.
Giulia stava proprio allora spostando limpasto sul tagliere. Le mani erano coperte di farina fino al gomito.
Sì, lo so. I tuoi colleghi e le loro mogli. Lhai già ripetuto tre volte.
Non sono semplici colleghi. Verranno i Bonomi, lui è socio dello studio. E poi i Montanari. Sai chi è il Montanari?
Cesare, sto impastando. Parliamone dopo.
Entrò in cucina, anche se di solito non amava fermarcisi più dello stretto necessario. Quellambiente, sempre vivo di odori, pentole, asciugamani umidi e stoviglie, lo irritava.
Non dopo. Voglio che tu capisca adesso. Gente così va in vacanza a Portofino, le mogli vestono solo da Valentino o Prada, mangiano in locali dove il menu è solo digitale.
E cosa dovrei fare io? Giulia sollevò gli occhi su di lui.
Niente delle tue torte salate. Su, ordina qualcosa di decente. Cè il servizio di catering, portano piatti da ristorante in scatole eleganti. Ci penso io a pagare.
Giulia rimase in silenzio. Guardò limpasto, poi di nuovo lui.
Ormai ho già impastato.
Giulia.
Stamattina mi sono alzata alle sei. Vado al mercato per il vitello. Verrà tutto bene, non preoccuparti.
Lui scosse la testa, con quellaria di chi ascolta una bambina che insiste su sciocchezze.
Tu non capisci questa gente disse, poi sparì dal vano della cucina.
Giulia restò qualche istante a fissare la finestra. Fuori, marzo era grigio e umido. Su un ramo stava appollaiato un passero, lo sguardo perso verso altri mondi. Giulia abbassò gli occhi sullimpasto, ricominciando a lavorarlo, davanti a lei solo la farina e il lievito, tutto attorno una specie di sogno opaco.
***
Cinquantadue anni, ventotto con Cesare alle spalle. Si erano conosciuti a Parma: lei contabile in una piccola impresa edile, lui fresco di nomina a capo ufficio, con delle ampie giacche ereditate dagli anni ottanta, un po impacciato con le donne, sempre la mano a giocherellare con la manica quando era nervoso. Inspiegabilmente era proprio quello che laveva fatta innamorare. Quel tocco di fragile umanità.
Poi traslochi, uno dopo laltro: prima Genova, poi Milano. Ogni volta preparare scatoloni, mettere il gatto nel trasportino, scoprire nuovi negozi, nuovi condomini, nuovi medici. Cesare faceva carriera, e ogni avanzamento lo cambiava un poco, un po come il profilo di una spiaggia che guarda il mare per anni.
Figli niente, non erano arrivati. I medici prima una versione, poi unaltra; poi non si era più parlato della questione. Giulia ci aveva sofferto in silenzio, trovando infine unombra di pace. Tutta lenergia che avrebbe dato da madre era finita nella casa: a cucinare, nellorto della casa in montagna, nei fiori sul davanzale, nei bambini del pianerottolo a cui ogni tanto regalava biscotti.
Le sue torte erano il suo linguaggio. Mai lavrebbe espresso così, ma la cucina era il modo di parlare quando le parole non venivano o non bastavano. Che fosse gioia o tristezza, si rifugiava sempre in cucina. Limpasto le raccontava più di ogni ricetta. Lo sentiva pronto dal calore sotto le dita, dalla consistenza, da un profumo difficile da spiegare.
Cesare aveva mangiato i suoi piatti per ventotto anni. Senza quasi una parola. Solo oggi lei si accorgeva che quel silenzio non era assenso, era semplice assenza.
***
Il venerdì sera rimase in piedi fino a mezzanotte. Prese la ricetta della nonna e preparò una torta rustica di vitello e cipolle: la crosta dorata, il profumo che invadeva landrone. Impastò ravioli di patate e ricotta. Mise in frigo uninsalata di verza, carote e mirtilli rossi. In forno cuoceva lentamente una stinco di maiale con rosmarino fresco e bacche di ginepro.
Cesare rientrò che ormai era quasi luna. Guardò tutto e non disse nulla. Si chiuse in camera da letto.
Giulia pulì la cucina, tolse il grembiule, si sedette qualche minuto su uno sgabello davanti al vetro. Bevve una tazza di tè. Domani sarebbero arrivati, si sarebbero seduti a tavola, e lei avrebbe servito quello che sapeva fare meglio al mondo. Sembrava una cosa semplice. Chiara come la pioggia fresca.
Andò a dormire verso luna e mezza e si addormentò subito.
***
Gli ospiti arrivarono alle sette. Sei in tutto: i Bonomi con la moglie Paola, i Montanari con la moglie Isabella e un terzo signore che Cesare presentò solennemente come il dottor Ricci, senza specificare carica ma con un tono di grande deferenza. Giulia intuì che era quello importante.
Paola Bonomi era magra, intorno ai quarantacinque, in un vestito nero che sembrava valere almeno quanto la pensione mensile di Giulia. Girò lo sguardo per la casa e in pochi secondi classificò tutto: lappartamento, i mobili, i tendaggi, Giulia stessa.
Isabella Montanari, più giovane, una bionda dal sorriso grande e quasi aggressivo, lasciava nellaria una scia di profumo che Giulia percepì già dallingresso: come un miraggio.
Il dottor Ricci aveva le mani grosse e occhi attenti, sessantanni e una calma di altri tempi. Fu lunico a stringerle la mano:
La padrona di casa? Un piacere.
Giulia li condusse in sala, il tavolo era già pronto. Tovaglia di lino ricamata, le candele. I piatti disposti con cura, come le aveva insegnato la zia. Sul piatto da portata il cappello di porcino sopra la gelatina di carne, i ravioli a montagnola nel piattone di ceramica, la torta rustica già tagliata su una tavoletta di legno, dorata come il pane buono.
Si sedettero tutti. Cesare stappò una bottiglia di rosso portato dai Bonomi un nome italiano complicato, recitato lento. Riempì i bicchieri.
Paola guardò il tavolo e disse piano, ma in modo che tutti udissero:
La gelatina! Da quanti anni non ne vedevo una…
Dentro quelle parole Giulia sentì qualcosa di vago, come un odore sospetto che allarma ma non si riesce subito a localizzare.
Servitevi pure disse Giulia. Torta salata, ravioli; la carne è qui.
Ah, lo stinco! Isabella scambiò uno sguardo con Paola. Dio, non mangio stinco da una vita. Ma ingrassa da morire.
È saporito corresse Paola, ridendo con un suono che spinge a controllare le scarpe.
Gli uomini si servirono. Bonomi prese la gelatina, assaggiò, annuì senza altro. Montanari scelse la torta. Ricci si versò acqua e si mise a fissare i piatti assorto.
Tu non cucini mai, vero Cesare? chiese Isabella col sorriso di chi non si aspetta risposta.
No, qui in cucina la chef è Giulia rispose Cesare, con quel tono come se spiegasse qualcosa di vagamente ridicolo ma sopportabile.
Giulia, vieni da una famiglia piccola? domandò Paola, pungendo linsalata. Una famiglia di provincia?
Di Parma rispose lei.
Ecco! Paola annuì, come avesse trovato la soluzione di un indovinello banale. Lì hanno queste cose: cucina casalinga, gelatine, torte rustiche. È roba di campagna. Non per offendere, ma in città ormai nessuno fa più così. I nutrizionisti poi dicono che il collagene è tremendo per le arterie.
Giulia la fissò.
Se cucinato bene il collagene fa bene alle articolazioni disse calma.
Sì ma sono dati vecchi ridacchiò Paola. Noi niente carne da tre anni. Solo pesce e superfood. Cesare, hai mai provato? Siamo amici di una nutrizionista bravissima.
Cesare rise, quel riso da convenienza, per allinearsi a un gruppo anche se non si hanno risposte.
Giulia è una conservatrice rise lui.
Quella parola, “conservatrice”, cadde sul tavolo come una moneta rimasta per terra.
Poi Isabella disse che aveva tagliato la torta più densa e che a una certa età la linea conta. Poi Paola parlò di un locale in centro dove lo chef faceva molecolare, studiato a Barcellona. Poi cominciarono a parlare di soldi e case, e Giulia capì di essere decorazione. La signora della tavola che ora deve solo sorridere.
Giulia sorrise.
Riempì i calici. Portò i piatti. Sgomberò. Chiese se serviva altro. Nessuno ringraziò.
Verso le nove, Paola guardò di nuovo la torta, ancora quasi intera, e disse:
Posso essere sincera? Tanto siamo amici. Tutto questo cibo è… molto provinciale. Scusa, Giulia. Ma con un certo tipo di compagnia stona. È un altro livello, capisci?
Ci fu silenzio. Giulia fissò suo marito.
Cesare fissava il vino.
Ognuno ha le proprie tradizioni intervenne Ricci, con un tono che fece tacere Paola.
Ma Cesare già si era acceso:
Giulia, te lavevo detto di ordinare una cena più normale. Ma niente, sempre a modo tuo…
Giulia si alzò, raccolse dei piatti e si avviò in cucina, lenta, impastata, come se portasse ancora tutto il peso sulle braccia. Sistemò i piatti nel lavello, sostò presso la finestra. Fuori era notte, i lampioni gettavano pozze di luce sullasfalto bagnato, una pioggerella fitta cadeva.
Dalla sala arrivavano ancora risate. Poi lo schiocco di un bicchiere sul tavolo.
Giulia tolse il grembiule. Lo appese. Poi lo riprese, lo ripiegò e lo posò accuratamente sulla sedia.
Rientrò in sala.
Scusate, mi è venuto mal di testa. Continuate, cè tutto lì.
Non sembrarono farci caso.
***
Fece ordine verso luna di notte, quando anche lultimo ospite era andato via. Cesare, già in camera, nemmeno le rivolse parola.
Giulia sistemò la torta sul vassoio, avvolse i ravioli, la gelatina, la carne. Tutto pronto per essere portato fuori.
Alle due meno un quarto uscì col bottino vicino al nuovo cantiere, dove la luce brillava ancora nelle baracche per gli operai.
Tre uomini, ancora in tuta, bevevano tè da un thermos. Uno fumava, gli altri mani sulle tazze calde.
Buonasera disse Giulia. Scusate se tardo. Ho portato qualcosa da mangiare, va?
La fissarono come se fosse apparsa per magia.
Cosa ha portato? chiese il fumatore.
Torta rustica col vitello. Ravioli. Cè anche lo stinco e la gelatina, ma forse quella va frigo.
Si scambiarono unocchiata.
Ma dai uno si alzò di scatto. La aiutiamo noi a portare.
Sistemarono il tutto sul tavolino. Uno aprì subito la torta, ne staccò un pezzo, e lespressione si accese di una gioia calda che fece stringere il cuore a Giulia.
Questa è roba di casa disse masticando. Dio, che roba di casa…
Mia madre così li faceva aggiunse il secondo, mordendo un raviolo. Uguali.
Lei è del palazzo? chiese il terzo. Era festa?
Cerano ospiti… ma non hanno mangiato.
Peccato. Ottimo cibo.
Lo so disse lei.
Restò lì, a guardarli mangiare con gusto, veri, senza sotterfugi. Uno già allungava la mano per farsene un altro po.
Grazie davvero disse uno.
Grazie a voi rispose Giulia, e tornò a casa.
***
Quella notte non dormì. Distesa sul divano, fissava il soffitto. In camera nessun rumore, Cesare lo capiva dormiva tranquillo.
Pensava che ventotto anni erano quasi unintera vita adulta. Ripensava a come lui aveva detto: Sempre a modo tuo. Non sbagli, non non sono daccordo. A modo tuo, come se avere un modo proprio fosse già fuori luogo.
Pensava agli operai, il loro silenzio e la gratitudine vera, quella che non misura le parole.
Pensava che in quella casa non era più accolta. Non era questione della persona, ma del fatto che per come era, per quello che amava fare, lì non cera più spazio.
Quello spazio era occupato da altro, ormai.
Verso le quattro del mattino prese una decisione. Silenziosa, senza scene, come andare dal medico dopo aver rimandato troppo: basta.
***
Scrisse un biglietto sul foglietto del blocco note. Grafia decisa, grande, sempre ordinata.
Cesare. Me ne vado. Non per rabbia, ma perché ho capito. Grazie per gli anni insieme. Le chiavi sono qui sul mobile. Giulia.
Le chiavi accanto alla lettera: portone e buca delle lettere. Mise in borsa solo lindispensabile: documenti, un cambio, cellulare, caricatore, un po di euro. Niente cibo, e questa cosa le parve stranamente simbolica: partire senza ciò che aveva cucinato, come lasciare una parte di sé e andare a vedere cosa resta.
Fuori era quasi lalba, le cinque, i lampioni riflessi sullasfalto, fine la pioggia. Fermò un taxi.
Via Mascagni, da Nadia, grazie.
Nadia aprì in vestaglia, spettinata, occhi ancora assonnati, e non chiese nulla. Si fece da parte.
Metto su il tè?
Mettilo pure.
Sedevano in cucina, il silenzio buono. Ogni tanto Nadia la guardava interrogativa, ma non insisteva: era amica vera, una di quelle che sanno restare accanto in silenzio.
Te ne sei andata?
Sì.
Per sempre?
Giulia rifletté.
Sì, per sempre.
Nadia annuì. Riempì di nuovo la tazza.
***
Le prime settimane furono surreali. Cesare telefonava. Allinizio due frasi: “Dove sei, torna”. Poi di più: “Possiamo parlarne”. Infine: “Ti rendi conto di quello che fai?”. Poi smise.
Giulia restava da Nadia. Dormivano in stanze attigue, colazione insieme, qualche film la sera. Nadia non dava consigli. Di questo Giulia le era grata.
Dopo tre settimane Giulia si mise allopera per il divorzio. Aveva esperienza, i documenti li preparò da sola. La casa coniugale lavevano presa insieme; Cesare le propose la liquidazione, lei accettò. Niente tribunali.
I soldi arrivarono sul conto. Li guardò sullo schermo pensando: questi sono ventotto anni. Basteranno? Troppi? Pochi? Non sapeva. Sapeva però che ora bastavano.
Il lavoro lo cercò dopo un mese. Avvertiva il bisogno di respirare prima di rientrare in gioco. Camminava a lungo per Milano, si fermava nei bar, prendeva un caffè, osservava le persone. Aveva cinquantadue anni, ma era la prima volta in tanto tempo che si sentiva sé stessa.
Un giorno entrò in un piccolo bar di quartiere, uno di quei posti senza insegna, legno ai tavolini, il menu scritto a gesso sulla lavagna, un televisore allangolo senza audio. Profumo di pane fresco e caffè.
Ordinò tè e un panzerotto alla ciliegia. La pasta era industriale, si sentiva.
Dietro al bancone una donna tonda, stanca, sulla sessantina, nel grembiule azzurro cenere.
Buono il panzerotto? chiese lei.
Un po secco rispose Giulia sinceramente.
La donna sospirò.
Lo so. Il fornaio è andato via ad inizio mese. Sto prendendo i dolci dalla panetteria accanto, ma sono industriali. Si sente.
Giulia esitò.
Cercate fornaio?
Gli occhi della donna si accesero.
Lei ne sarebbe capace?
Capace disse Giulia.
***
La signora si chiamava Argentina Moretti e aveva aperto quel bar otto anni prima, appena in pensione, incapace di stare ferma. Era la sua impresa, la sua passione, a volte in perdita, ma viva. Decisa, con fiuto.
Vieni domattina, proviamo.
Giulia arrivò per le sette. Si mise un grembiule, diede unocchiata alla cucina. Piccola, ma tutto in ordine.
Prese a fare panzerotti di patate e cipolle. Poi girelle alluvetta e cannella. Mise a lievitare una focaccia di mele.
Argentina arrivò alle otto, la trovò già al lavoro.
Ma da dove arrivi, tu? chiese.
Dalla vita rispose Giulia.
I primi clienti assaggiarono alle otto e mezza. Una signora ne prese due, tornò dopo dieci minuti per prenderne un terzo. Un muratore col casco prese un sacchetto pieno di brioches: “Questa sì che è roba buona!”. Uno studente con lo zaino indeciso, ne prese due tipi diversi.
Argentina si mise a fare i conti.
A pranzo decisero i dettagli. Giulia lavorava tutti i giorni dalle sette alle tre, esclusa la domenica. Lo stipendio era minimo, ma se le cose fossero andate bene, si sarebbe rivisto.
Le cose andarono bene.
***
Dopo tre mesi quel bar, Sul Viale, lo conoscevano in tutto il quartiere. Niente pubblicità, il passa parola: Lì i panzerotti sanno di casa, devi provarli.
Giulia inventò il menu settimanale. Il lunedì panzerotti di pesce; il martedì rustico; il mercoledì solo pane a lievitazione naturale la fila dalle otto; il giovedì crepes con marmellata, frequentate dalle donne venute per chiacchierare. Il venerdì focaccia di carne, sempre finita prima di pranzo.
Nel suo unico giorno libero andava al mercato. Non per necessità, per piacere. Sceglieva le mele, annusava i pomodori, parlava con le donne dei banchi di formaggi, comprava il burro sempre dalla stessa signora.
Ora viveva in una piccola mansarda vicina al bar. Modesta, con una finestra sul cortile, mobili usati ma solidi. Tende di lino in cucina, un vaso di gerani. Accogliente.
Nadia la andava a trovare: “Sei diversa, lo si vede. Dormi meglio.”
“Si vede anche da fuori”, rispondeva Giulia.
La sera, dopo il lavoro, talvolta leggeva. Talvolta guardava un film. A volte si limitava a sedersi al tavolo e ascoltare il vento tra i pioppi del cortile. Quello le pareva davvero prezioso: poter stare, semplicemente, senza dover far contento nessuno.
***
Luomo che si chiamava Stefano lo vide per la prima volta a ottobre, giorno di pane. Arrivò in ritardo, il pane era già finito.
Fuori tempo? Argentina da dietro al banco.
Già, fuori tempo. Domani?
Il pane solo il mercoledì. Ma domani panzerotti.
Guardò la lavagna, prese un caffè e un panzerotto di cavolo. Si mise al tavolo e lesse un vecchio libro.
Il mercoledì successivo arrivò alle sette e mezza, prese due pagnotte. Giulia usciva dalla cucina col vassoio.
Stavolta puntuale disse lei.
Lui rise. Il viso stanco, sorridente, rughe agli occhi di chi ha vissuto tanto fuori.
La prossima settimana vengo qui dal martedì sera, pur di non perdermi il pane.
Argentina la lascia fuori, chiudiamo alle otto.
Allora dormirò sui gradini!
E così si conobbero. Tra pane, battute, e quelle chiacchiere che diventano qualcosa di vero.
Stefano aveva cinquantotto anni, ingegnere in uno studio locale, divorziato, due figli grandi. Sempre tranquillo, mai di fretta.
Cominciarono a parlare sempre più spesso. Prima al bancone, poi seduti. Talvolta lei usciva, camminavano per il viale.
Lui ascoltava davvero quando Giulia parlava della pasta madre, del profumo giusto, dei segreti del pane vivo. Senza interrompere.
Un giorno lei disse:
Qualcuno mi ha detto che è roba provinciale, vecchia: torte, gelatine, cucina di casa.
Stefano restò qualche secondo in silenzio.
Vecchio è fingere qualcosa che non sei. Quello sì che è superato.
Lei lo fissò di lato.
Bel modo di dirlo.
Faccio del mio meglio rispose.
***
Le vite delle donne seguono sentieri obliqui. Giulia lo sapeva. La felicità non arriva mai di scatto, si accumula poco alla volta, come la rugiada in un pozzo dopo la pioggia: lenta e silenziosa, ma quando guardi dentro, cè qualcosa di vero.
A marzo iniziarono a frequentarsi. Niente discorsi. Lui una sera le chiese se voleva andare al cinema. Lei disse di sì. Mangiarono insieme una minestra economica in trattoria. Lui chiese pane.
È buono il pane qui? domandò Giulia.
Lui ne assaggiò un pezzo, pensò.
No. Non come il tuo.
Lo disse senza adulazione. Un semplice fatto.
Lei sorrise appena, e basta. Ma lo ricordò.
Il bar ormai era cambiato. Argentina aveva ampliato il menu; c’erano più piatti caldi e aveva assunto un aiutante. Giulia già progettava: “Un giorno un locale mio, piccolo, sulla via, profumo di pane dalla mattina a sera… .” Un sogno ancora sfocato, ma sempre più sapido.
Non aveva più fretta. Aveva imparato la calma.
***
Cesare riapparve a fine aprile.
Lo vide dalla vetrata del bar. Lui era fermo davanti allinsegna, spaesato. Non lo riconobbe subito. Un battito in più al cuore.
Entrò.
Argentina era di là. Pochi clienti. Giulia al banco.
Ciao, disse Cesare.
Invecchiato, o forse solo più vero. Le rughe più profonde, nel volto il dubbio di chi teme di aver perso la bussola.
Ciao, rispose lei.
Ti ho trovata grazie a Nadia. Mi ha detto che lavori qui.
Sì, lavoro.
Guardò la sala: legno vissuto, la lavagna, la pasticceria in vetrina. In volto passò qualcosa forse pena, forse stupore.
Un caffè? propose Giulia.
Volentieri.
Si sedette con il caffè tra le mani.
Ho sentito che qui va bene.
Sì, bene.
Ti consigliano tutti. Fanno la fila per il tuo pane.
Ne sono felice.
Cesare posò la tazza.
Giulia, io sono in un momento difficile. Con i Bonomi è finita, lo studio va male. Tutto complicato.
Giulia lo ascoltava. Nessun trionfo, solo unattenzione quieta come a uno sconosciuto stanco in tram.
Mi dispiace che tu abbia problemi disse.
Vorrei che tornassi.
Nel bar sembrava più silenzio. O forse era la memoria che faceva sembrare tutto ovattato.
Possiamo ricominciare. Ho idee: cambiare città, vita, ricominciare da capo.
Cesare.
Aspetta, sono serio. Ho capito di aver sbagliato. Ci ho pensato.
Allora hai pensato davvero.
Vuol dire che mi ascolti.
Giulia intrecciò le mani sul bancone.
Ti ascolto. Ma dimmi, ricordi quella sera? Quel sabato, sono uscita in cucina e davanti a tutti hai detto: “Sempre a modo tuo”?
Gli occhi di lui abbassati.
Sì, ricordo.
Non hai detto “Lei ha ragione” né “Buona la cena”. Solo: “Sempre a modo tuo”. Quell'”Sempre” pesa anni e anni.
Cesare basso lo sguardo.
Ero teso, persone importanti, volevo che tutto fosse…
…importante ripeté lei. Ma anche quegli operai che hanno mangiato la mia torta sotto la pioggia, erano importanti. Solo che tu non li vedevi.
Lui la fissò.
A volte non ti comprendo.
Lo so e lo disse serenamente. Questa è la risposta.
Dietro il bancone la macchina del caffè borbottò. Altri due clienti entrarono. Giulia li servì.
Un secondo, fece a Cesare, poi guardò: Devo lavorare.
Giulia.
Cesare. Non sono arrabbiata con te. Non odio nessuno. Semplicemente non torno più. Non perché porto rancore. È che qui ho trovato il mio posto. Capisci? Per la prima volta da anni io qui sto al mio posto.
Cesare restò ancora, poi annuì piano, come chi accetta che non ci sia scelta.
Stai bene, davvero disse, uscendo. Niente tentativi di rimediare: pura constatazione.
Grazie rispose lei.
La porta si chiuse.
***
Servì i due clienti: uno prese pane, un altro una rustica. Spiegò che la zuppa era dalle dodici.
Tornò in cucina, si versò da bere, guardò lorologio: quasi undici, doveva iniziare limpasto per domani.
Versò la farina, pesò la pasta madre che conservava ogni giorno, viva, nella sua barattolo. Le mani, da sole, trovavano il ritmo.
***
Quella sera Stefano passò verso le tre, giusto a fine turno. A volte capitava, senza avvisare.
Comè andata?
A modo suo rispose.
Raccontami?
Uscirono insieme. Giornata tiepida, luce dorata lungo il viale. Camminarono piano.
È passato mio marito. Ex.
Stefano non si fermò, solo annuì.
E comè stato?
Voleva che tornassi.
Hai detto di no.
Ho detto di no.
Dopo un attimo:
È stato difficile?
Giulia rifletté.
Non come pensavo. In verità mi sono anche dispiaciuta per lui. Sembrava uno arrivato a una porta chiusa dopo una lunga camminata.
È una sua scelta.
Vero. Però lo compatisco.
Stefano lascoltò, il cenno giusto quello che dice: ti sento, valgo quello che provi.
Senti, disse piano, da tempo volevo dirtelo, ma non trovavo il momento.
Dimmi.
Non conosco nessuno che con le mani sappia fare quello che sai tu. Non solo il pane, ma proprio… tutto. Tu mi capisci?
Lei lo guardò di lato.
Credo di sì.
Volevo solo che tu lo sapessi.
Andarono avanti lungo i cortili, attraversando pensiline e panchine di anziani e giochi di bambini. Sopra, il cielo azzurro pallido con qualche nube sparsa.
Stefano.
Sì?
Ho capito una cosa questanno: per troppo tempo ho aspettato qualcuno che dicesse Brava, bene così. E poi ho smesso di aspettarlo. Ed è venuto tutto più leggero.
Devi essere la prima a saperlo.
Esatto. Peccato averci messo tanto.
Mai troppo tardi disse lui. Cè chi non ci arriva mai.
Giulia sorrise, timida.
***
Il bar “Sul Viale”, in estate, era in pieno rigoglio. I tavolini fuori sempre pieni quando cera sole. Argentina trattava un altro locale accanto per ampliare. Offrì a Giulia una quota. Lei accettò, quasi senza pensarci.
La vera saggezza, non dei libri, ma della terra: non aver paura di quello che sai fare bene. Non nasconderlo, non scusartene. Trova il luogo dove serve: resta lì.
Giulia restò.
***
Una sera di giugno, con le finestre aperte al vento tiepido, Giulia era in cucina a scrivere sul blocco. Non un diario, ma pensieri sparsi, ricette mischiate ai ricordi sempre lo aveva fatto.
Fuori il pioppo vibrava; sul davanzale la geranio fioriva. In frigo la pasta madre brillava, pronta per il giorno dopo.
Scrisse: “Il bello è che la vita vera comincia solo quando pensi che sia finita”.
Cancellò. Scrisse di nuovo: “Il segreto di una torta ben riuscita è non avere fretta”.
Sorrise. Chiuse il quaderno.
***
Nadia telefonò la domenica mattina.
Come va?
Bene. Riesco persino a dormire fino alle otto.
Fino alle otto? Sono felice per te.
Vieni qui. Sto preparando una torta.
Cosè?
Mele e cannella.
Arrivo disse Nadia, e chiuse.



