Scaldatelo da solo
Rachele Simonetti posò la pentola di minestrone fumante sul tavolo. Si fermò, fissando il marito. Egidio Nicolini era già seduto, tutto curvo sul suo cellulare, talmente assorbito da non accorgersi neppure del tintinnio della ceramica.
Non cè il cucchiaio, disse lui, senza mai staccare gli occhi dallo schermo.
Sta nel portaposate, come sempre, rispose lei, con voce bassa e ferma.
Lo vedo che sta lì. Passamelo.
Rachele prese un cucchiaio dacciaio e lo lasciò accanto al piatto fondo. Nessun grazie. Mai un grazie in trentuno anni. Non che lo aspettasse più; ma, quel giorno, qualcosa le pizzicò il petto in un modo diverso. Non la solita dolorosa abitudine, ma come una lastra di ghiaccio che si scioglieva in una fitta improvvisa.
Il minestrone è freddo, commentò Egidio, posando finalmente il cellulare.
È appena tolto dal fuoco.
Dico che è freddo. O non mi credi?
Rachele taceva. Si avvicinò alla finestra della cucina. Oltre il vetro, la neve cadeva lenta, sospesa, come una promessa di fine dicembre. Il trentuno dicembre aveva sempre neve diversa, solenne e delicata quasi laria stessa sapesse che, proprio quel giorno, tutto doveva finire oppure cominciare.
Scaldamelo, si sentì alle spalle.
Si voltò. Egidio fissava il suo schermo.
Puoi metterlo tu nel microonde.
Silenzio. Un silenzio così denso che Rachele riuscì a distinguere il ticchettio dellorologio nellingresso, il suono di piatti che sbattevano altrove, il portone del palazzo che qualcuno sotto spingeva con fracasso.
Come hai detto? chiese Egidio.
Puoi scaldartelo da solo, ripeté Rachele. Pulsante avvio, due minuti. Ce la fai.
Egidio alzò la testa. Il suo viso mostrava lincredulità di chi sente pronunciare una bestemmia o un assurdo.
Rachele.
Sì?
Stai bene?
Benissimo.
Ancora uno di quegli sguardi da padrone di casa, quello che controlla che i mobili siano ancora al loro posto e nulla sia andato irrimediabilmente in pezzi.
Vai a scaldarmi il minestrone, ordinò lui, inerte.
Rachele rimase un attimo accanto al vetro, poi si arrese; raggiunse la cucina e accese il fornello sotto la pentola di minestrone. Trentuno anni dabitudine pesano più duna puntura mattutina al cuore. Lo sentiva bene. Ma il ghiaccio dentro di lei continuava a sciogliersi, goccia dopo goccia.
Si erano conosciuti che lei aveva ventidue anni. Lavorava nellufficio amministrativo di una piccola fabbrica, lui invece era il responsabile del reparto. Alto, sicuro di sé, con quel sorriso tipico di chi dice: So bene cosa è giusto. Solo più tardi Rachele aveva compreso che quel sorriso non era sicurezza, ma la presunzione di poter decidere per gli altri.
I primi tre anni trascorsero tranquilli. Poi nacque il loro figlio, Dino, e nel frattempo Egidio le posò tutto sulle spalle: la casa, la cucina, i panni, i genitori, le feste, le influenze, le riunioni a scuola. Egidio, in compenso, lavorava. Era la parola che chiudeva qualsiasi discussione. Io mi spacco la schiena tutto il giorno e vuoi anche che lavi i piatti? Anche Rachele lavorava, ma quello non contava.
Già da anni non chiamava quella storia matrimonio. Era vita, e basta. Un susseguirsi di giorni cucinare, pulire, stirare, spese al supermercato, visite alla suocera, recuperare il nipote dallasilo per gentilezza verso la nuora. Però, in qualche modo, riusciva anche a ritagliarsi spazi per sé: un libro, la sua amica Lucia, le chiacchierate al telefono la sera, quando Egidio si piazzava davanti alla televisione.
Lucia era la sua vera confidente. Amiche dalletà del liceo; Lucia si era sposata tardi, quasi a quarantanni, con un vedovo e due figli, e fu una sorpresa scoprire quanto quelluomo fosse davvero buono. Cera una certa invidia, senza amarezza né cattiveria, solo la dolce consapevolezza che ad alcune donne riesce quello che a te no.
Rachele, quante volte ne parliamo? sussurrava Lucia in cuffia. Sono già cinque volte che in questo mese mi racconti del minestrone. Ogni volta un minestrone diverso.
Ma ogni volta è una storia nuova.
No, Rachele: è la stessa storia, cambia solo il minestrone. Capisci la differenza?
Rachele la capiva. Ma non sapeva cosa farci. A cinquantatre anni, con trentanni di esperienza di famiglia tossica come diceva Lucia mica si comincia una nuova vita per magia. Dove andare? E con chi? Il figlio ormai sposato, casa e famiglia a parte. La casa, invece, era ancora in comunione con Egidio. Per fortuna, la contabilità del lavoro le dava una ragione per uscire ogni giorno: lavorava in unimpresa di costruzioni, e il ragionier Paolo Andreotti le diceva spesso: Signora Simonetti, lei tiene sulle spalle tutta la nostra amministrazione. Quello era vero. Era reale.
Ma, quella mattina, cera qualcosa di diverso nellaria. Una percezione fisica, come lannuncio di un temporale. Quella lastra di ghiaccio in petto, ormai liquida, non era più dolorosa, ma tiepida. Un calore sconosciuto.
Dopo pranzo chiamò Dino.
Mamma, venite da noi a Capodanno?
Non lo so ancora, Dinuzzo.
Come non lo sai? È già il trentuno. Caterina sta facendo linsalata russa, i rustici. Dai, venite.
Devo parlare con papà.
Ma, una pausa. Come va davvero?
Tutto normale.
Sei sicura?
Rachele guardò la neve. Scendeva ancora, lucida come una carta da regalo inutile.
Sicura, disse, e riattaccò.
Egidio stava sdraiato sul divano. La TV gracchiava notizie di maltempo. Rachele si piazzò in mezzo alla sala.
Dino ci ha invitato per Capodanno.
È lontano.
È quaranta minuti di metro.
Si torna tardi.
Si può dormire lì.
Dove? Sul pavimento? Artemio dorme sulla brandina.
Caterina ha preso il divano-letto.
Io non vengo. Mi fa male la schiena.
Rachele annuì. La schiena a Egidio faceva male solo quando doveva andare dai figli, non quando andava a pesca che, stranamente, riusciva ogni estate e per giorni.
Va bene. Io ci vado.
Cosa?
Dico che io ci vado da sola. Tu resta, visto la schiena.
Di nuovo quel silenzio, quello sguardo.
Cosa vuol dire da sola? È Capodanno.
Appunto. Voglio passarlo con mio figlio. E mio nipote. Vieni, se vuoi.
Andò in corridoio e prese la borsa dallo scaffale alto. Le mani tremavano un po, ma era uno strano tremore: non paura, ma una specie di decisione.
Rachele, sei matta?
Egidio la seguì; riempiva lo stipite della porta, imponente, le braccia incrociate per segnalare la fine della discussione.
No, senza girarsi. Sto benissimo.
Esci a Capodanno? Sola?
Vado da mio figlio. È diverso.
Rachele!
Lei si voltò. Lo guardò. Trentuno anni a fissare quel volto e a cercare in esso qualcosa che, forse, non cera mai stato. Cura là dove cera solo abitudine. Amore là dove era solo possesso. Ora vedeva solo un uomo di una certa età, imbronciato, abituato ad avere il mondo a modo suo.
Torno domani, disse. O dopodomani. Non ho deciso.
Indossò il cappotto, avvolse la sciarpa, prese la borsa. Dietro ascoltava parole come egoismo, età, vergogna, sempre la stessa. Le frasi recitate come una poesia che ormai non vuol dire più niente.
Aprì la porta ed uscì.
La neve la accolse subito: leggera, festosa, profumata di agrumi qualcuno nel portone accanto portava i mandarini. Rachele si fermò davanti al cancello e alzò la faccia al cielo: fiocchi sulla pelle, sulle ciglia, subito sciolti.
Non ricordava lultima volta che era rimasta così, immobile, senza fare nulla. Per sé stessa, non per altri.
Lucia rispose al terzo squillo.
Racche, che è successo?
Niente. Vado da Dino a Capodanno. Sola.
Silenzio lungo.
Sola?
Egidio è rimasto. Per la schiena sogghignò.
Rachele. In quella voce cera la felicità cauta, calata tra le righe. Rachele, è vero?
È vero.
Sei una grande.
Lo dici come se avessi fatto qualcosa di incredibile.
Lhai fatto. Forse non lo capisci ancora, ma lhai fatto.
Il viaggio in metro durò quasi unora, con cambio linea. La folla era vestita a festa, pacchi e scatole, occhiaie brillanti e agitazione allegra. Rachele li scrutava e pensava che non aveva mai amato tanto il Capodanno: non per il giorno in sé, ma perché coincideva sempre con liste da preparare, insalate da mescolare, ospiti da ricevere e lui, Egidio, che alla fine sapeva sempre dire la frase giusta per buttare tutto giù.
Lanno prima, al brindisi, aveva fatto una battuta pesante su Vera, la migliore amica di Rachele: Vera, ancora niente marito? Vera aveva sorriso, ma si era indurita sulla sedia. Dopo, Rachele aveva chiesto a Egidio di lasciar stare, ma lui aveva risposto: Era solo una battuta, non capisci più lironia.
Le sue battute non facevano ridere; facevano stringere.
Caterina aprì la porta, giovane, occhi grandi, un velo di farina sulle dita.
Signora Rachele! Ma che piacere! E Egidio?
Non ce lha fatta. Sono venuta sola.
Guardò Rachele per una frazione di secondo, in modo tanto rapido quanto pieno. Poi la abbracciò, una stretta calda.
Entrate, non fate caso al caos: è festa.
Artemio, il nipote, cinque anni, arrivò urlando e le saltò in braccio.
Nonna! Nonna, ho scritto a Babbo Natale!
Davvero? Cosa hai chiesto?
Un set di costruzioni, quello col motorino, eh? E poi che venissi tu. Ecco, sei venuta! Quindi funziona!
Rachele rise, finalmente, veramente, sciolta.
Dino uscì dalla cucina col canovaccio.
Mamma! Labbracciò forte, come da bambino. Tutto a posto?
Perfetto. Non facevo il viaggio in metro da Capodanno da secoli. Un sacco di gente elegante.
Ti faccio un caffè. O meglio un tè? Cate, cosa preferisce la mamma?
Caffè, se non disturbo, disse Rachele. Forte.
Restarono in cucina, Cate armeggiava, Artemio inseguiva una macchinina, Dino osservava la madre con attenzione, in modo nuovo, non casuale.
Ma, dimmi la verità. Tutto bene?
Artemio, non correre nel corridoio rispose, quando il piccolo rischiò di scontrarsi contro lo stipite.
Mamma.
Dino, non guardarmi così.
Come?
Come a uno a cui vuoi spiegare il mondo.
Dino prese la tazza. La rigirò.
Voglio solo che tu sia felice.
Lo so.
E lo sei?
Rachele guardava la neve, instancabile oltre il vetro. Silenziosa, antica.
Ci sto pensando, disse. Ed è già qualcosa.
Fu una sera vera. Festosa in senso dolce. Caterina era unottima cuoca, al punto che Rachele chiese la ricetta dei rustici. Artemio si addormentò alle undici e quarantacinque abbracciato al set da costruzione pescato con cura dallarmadio poco prima. Allo scoccare della mezzanotte alzarono i bicchieri con laranciata Stellina e Rachele espresse un desiderio. Non lo rivelò. Era il primo desiderio dopo anni che riguardava lei soltanto.
Rientrò a casa il due gennaio. Dino insisteva per farla restare; Caterina era daccordo, Artemio quasi piangeva, gridava che la nonna dovesse vivere sempre con loro. Ma Rachele tornò. Perché non si fugge. Si può solo cambiare.
Egidio la accolse nel corridoio. Sembrava offeso, ma stanco, e pure un po abbandonato.
Sei tornata.
Sono tornata. Come stai?
Come sto? Ho passato il Capodanno da solo, ecco come.
Ti ho chiesto di venire.
Avevo mal di schiena.
Ricordo.
Entrò in salotto, posò la borsa, stava sistemando le cose. Lui era sulla porta.
Non ti scuserai?
Rachele non rispose subito. Mise a posto il cappotto, tolse gli stivali. Poi si voltò.
Per cosa dovrei scusarmi?
Per aver lasciato tuo marito da solo a Capodanno.
Egidio, potevi venire. Hai scelto di no. La scelta è tua, non mia.
Lui aprì la bocca, la richiuse. Di nuovo la riaprì.
Cosa ti succede?
A me? accennò a un sorriso. Nemmeno lei se lo aspettava, quel sorriso. Mi succede il Capodanno. In ritardo.
Gennaio la portò a riflettere molto. Era una donna da pensieri silenziosi, intimi. Non scriveva, non si confidava se non costretta. Ma macinava le idee, le guardava da varie angolazioni, come una pietra nascosta in tasca.
Il pensiero era: aveva passato trentuno anni accanto a un uomo che non laveva mai davvero rispettata. Non per cattiveria intrinseca, ma perché non si era mai chiesto nemmeno cosa fosse il rispetto. Per lui bastava fornire cibo, vestiti, un tetto. Tutto il resto era poesia. Lei, Rachele, invece? Avrebbe dovuto pretendere rispetto, parlarne, spiegarlo, o almeno ammetterlo? No. Aveva taciuto. Concesso in silenzio. Accumulato. Silenziosa, perché litigare non sta bene, partire non si può, subire vuol dire essere una buona moglie.
Chi glielo aveva insegnato? Nessuno, ma nellaria aleggiavano sempre frasi come La famiglia è sacra, Il marito si custodisce, I panni sporchi si lavano in casa. Nel silenzio si costruivano muri, dietro cui Rachele stipava tutto quello che la vita portava.
Ora quei muri minacciavano crepe. Non a frastuono, non di botto. Piano, come il ghiaccio a marzo.
Lotto gennaio la chiamò Lucia:
Rachele, ascoltami. Ricordi Natalia Fiorini? Quella alta, rossa, che stava nel palazzo vecchio, in via dei Papaveri.
Certo.
Tre anni fa lasciò il marito. Aveva cinquantasei anni. Prendeva una stanza vicino al lavoro, ora ha un banchetto di fiori e organizza matrimoni. Tempo fa mi ha detto: Lucia, mi chiedo solo perché non lho fatto prima. Pensavo crollasse tutto. È crollato solo ciò che doveva crollare.
Rachele taceva.
Mi senti?
Sì.
Non voglio consigliarti nulla. Solo raccontarti.
Capito.
Rachele, tu meriti di più. Tu lo sai?
Sì. Ma sapere e sentire sono cose diverse.
Allora comincia a sentire.
Facile a dirsi. Ma ormai ogni mattina iniziava sempre uguale: caffè, pane tostato, Egidio e il cellulare, il telegiornale e la classica domanda oggi che si mangia? senza mai un buongiorno.
Ma qualcosa stava cambiando. Rachele lo notava nelle piccole cose; quando Egidio lanciava una stoccata, invece di rifugiarsi in cucina a piangere, restava. Lo guardava. Non diceva nulla in più, ma non scappava. Solo, si fermava, e cera nei suoi occhi qualcosa che lui cominciò ad avvertire come disagio.
Una sera, a cena, Egidio sbottò:
Sei diventata strana.
In che senso?
Non so. Mi guardi diverso.
Come?
Non so. Non lo so. Mi infastidisce.
Ti infastidisce che ti guardino?
Non così. In modo diverso, ma infastidisce.
Forse non sei abituato che io ti guardi, Egidio?
Non rispose. Si alzò, portò via il piatto. Rumori metallici in cucina. Poi la solita tv.
A metà gennaio successe una cosa imprevista al lavoro. Paolo Andreotti la convocò: la società cresceva, stavano aprendo una succursale e serviva un capo contabile. Con aumento e orario più flessibile.
Signora Simonetti, penso a lei. Il miglior elemento che abbiamo, senza esagerare.
Rachele sentì dentro di sé una spina dorsale che si raddrizzava, nascosta ma solida. Come se, finalmente, potesse alzare la testa.
Quando la risposta?
Una settimana. Ma conto su un sì.
Non disse subito nulla, nemmeno a casa. Pensava. Da casa al nuovo ufficio sarebbero serviti quaranta minuti di tram. Lo stipendio aumentava di un terzo. Era tutto un altro scenario.
Dopo tre giorni chiamò Lucia.
Lucia, mi hanno proposto una promozione.
Rachele! Un grido di gioia. Allora, che vuoi fare?
Non so.
Non ci pensare troppo!
Egidio non sarà daccordo. Nuovo quartiere, orari diversi.
E quindi? Gli serve il permesso?
Silenzio.
No, disse Rachele, a bassa voce. Forse no.
Non forse. Sicuro. Rachele, tu vali, ti vogliono, la vita non aspetta Egidio Nicolini e le sue comodità.
Il giorno dopo scrisse a Paolo Andreotti: Accetto. Grazie di cuore per la fiducia. Poi posò il cellulare e preparò una composta di frutta secca, per quando Artemio sarebbe venuto a trovarla.
A Egidio lo comunicò a cena.
Ho una novità. Mi promuovono: sarò la capo contabile del nuovo ufficio.
Quanto sta lontano?
Quaranta minuti.
Perché? Che ti manca?
Responsabilità maggiore, paga migliore, lavoro più interessante.
Guadagni già abbastanza.
Ora guadagnerò meglio.
Egidio la fissò.
E chi prepara il pranzo?
Rachele attese. Non per indecisione, ma per dire bene la sua risposta.
Egidio, hai cinquantotto anni. Sei sano. Puoi cucinarti da solo.
Non sono capace.
Nessuno nasce capace. Si impara.
Rachele!
Accetto la promozione. Decisione presa.
Lui uscì. Alzò il volume della tv. Rachele lavò i piatti, preparò la composta per Artemio, appese gli strofinacci nel bagno. Poi si fermò sul balcone. Il freddo pizzicava, il vapore del respiro si scioglieva nella notte.
Pensò a Natalia Fiorini dai capelli rossi, a Lucia e suo marito che, un giorno al compleanno di Rachele, si era presentato con un mazzo di rose: Lucia parla sempre bene di voi, finalmente vi conosco. Una piccolezza significante. Quella volta, tornando in macchina, Rachele aveva pianto e risposto a Egidio: Sto solo un po stanca. Non domandò altro.
In febbraio accadde ciò che Rachele, un tempo, non avrebbe nemmeno saputo immaginare.
Cercando dei documenti in fondo a un cassetto, trovò una busta vecchia, ingiallita, senza francobollo. Dentro, la calligrafia di Egidio. Data: aprile dunaltra vita, Dino aveva più o meno sette anni.
Non voleva leggerla. Poi la curiosità prese il sopravvento.
La lettera non era rivolta a lei. Era destinata a una certa Elena. Poche parole, ma precise e intense. Egidio scriveva che stava bene con questa Elena, che a casa era tutto complicato.
Rachele rimase seduta in terra, la lettera in grembo. Non pianse. Pensò. Prima reazione: Quindi era già allora. Poi: Quanto tempo ho perso. Subito dopo: No, non ho perso. Ho cresciuto mio figlio. Ho vissuto. Ho costruito qualcosa.
Rimise la lettera al posto. Si lavò il viso. Davanti allo specchio, riconobbe quegli occhi grigi come non mai.
Quella sera chiamò Lucia.
Come stai?
Ho trovato una cosa. Una lettera nel cassetto.
Che lettera?
Vecchia. Non per me.
Silenzio.
Rachele…
Non serve aggiungere altro. Sto bene. Ho capito che non cè bisogno di una scusa per legittimare la propria vita. Basta sentirsene padroni.
Hai deciso?
Sto pensando. Ma guardo altrove, ora.
Lucia tacque. Poi disse:
Sono qui. Qualunque sia la tua scelta.
A marzo Rachele iniziò nel nuovo ufficio. Il personale era ridotto ma affiatato. La preferita di Rachele diventò subito Silvana Vassalli delle risorse umane: una donna calma, con sorriso gentile, che portò a Rachele la prima tazza di tè dicendo: Non sa ancora dovè tutto, la accompagno io. Un piccolo gesto che la colpì assai.
Il lavoro era più impegnativo ma più vivo. Documenti, programmi, domande. Tornava a casa stanca ma non svuotata. Diversamente stanca, viva.
Egidio però continuava a chiamarla il tuo lavoro, come si parla di un hobby inutile. Ma Rachele quasi non ci badava più. Aveva imparato a separare: la casa era una cosa, se stessa unaltra.
Aprile portò il compleanno di Dino. Tutti riuniti da lui: Caterina, Artemio, un paio di amici di Dino. Egidio venne ma era estraneo, seduto in disparte, si ritirò per stanchezza.
Uno degli amici di Dino, Sergio, era un restauratore di professione. Raccontava delle vecchie case come fossero vive: Fuori sono piene di crepe, pensi che crollino e invece dentro le travi reggono tutto. Mi piace lavorare con quelle che sono forti dentro.
Rachele ascoltava. Pensò che valesse anche per le persone.
Uscendo, Dino la abbracciò:
Mamma, ti sei trovata bene?
Sì, davvero.
Mi fa piacere. Se mai avrai bisogno, qualsiasi cosa… insomma, io e Cate siamo qui.
Rachele guardò il figlio. Trentatré anni, viso buono, occhi grigi come i suoi. Avrebbe voluto dire qualcosa di solenne, disse solo:
Prometto.
A maggio Silvana Vassalli telefonò, ma non per lavoro.
Signora Simonetti, scusi lintrusione, forse sono indiscreta… ma ha mai pensato di vivere per conto suo?
Rachele quasi le fece cadere il telefono.
Perché lo chiede?
Ci sono passata. Tanto tempo fa. Non vorrei sembrare invadente. Solo, certe cose si vedono. Mi scusi davvero.
No, disse Rachele. Non è troppo.
Parlarono unora. Silvana le raccontò la sua storia, senza pianti. Aveva lasciato il marito a cinquantun anni, preso una mansardina vicino al lavoro, allinizio era difficile per soldi e per la troppa quiete, poi meglio. Dopo, poi, sembra la scelta giusta.
Non dico di fare altrettanto, aggiunse. Ma sappia che la paura è tutta allinizio. Poi anche alla libertà ci si abitua.
Rachele, dopo la chiamata, si mise in poltrona. Il cielo di maggio, pulito, quasi estate. Lodore del caffè in cucina. Egidio dai suoi amici, assente.
Accese il computer e guardò gli annunci per case in affitto. Solo per vedere. Solo per sentire. Scoprì che, in realtà, la vita da sola era possibile. Lo stipendio lo permetteva.
Chiuse il computer, lo riaprì, lo richiuse.
Prese la rubrica e stilò due colonne: ciò che la tratteneva, ciò che la faceva andare. A sinistra solo tre punti. A destra un solo termine: Paura.
Trascorse così tre settimane. La paura era dovunque: la mattina, la sera. Ma di cosa esattamente? Paura dei giudizi? Ma di chi? Della suocera, già lontana? Dei vicini, che la salutavano e basta? Paura solitudine? Ma era già sola, sola tra le braccia di un uomo che la ignorava. Paura errore? Ma chi ha detto che restare sia giusto e partire sbagliato?
La paura era, lei capì, solo abitudine: il veleno che ti dicono che non sei autorizzata. Che così fanno tutte.
Ma non tutte. Natalia Fiorini viveva diversamente. Anche Silvana Vassalli. Lucia. Ognuna la sua strada.
Il sedici giugno Rachele telefonò per vedere una casa. Un bilocale al terzo piano, luminoso, a due passi dallufficio. La proprietaria era lanziana signora Antonella Milanesi, pragmatica e gentile.
Lavora?
Capo contabile.
Domestici animali?
No.
Tranquilla?
Si figuri, vivo nellaria rise Rachele di quel verso che non sapeva da dove veniva.
La prenda?
La prendo.
Il bus la portava nella sera estiva e la città brillava. Gli alberi verdi, la gente in strada, il gelataio allangolo. Rachele stringeva il mazzo di chiavi. Un oggetto banale, eppure sentiva di portare tra le dita qualcosa di enorme.
A Egidio lo disse quella sera, senza preamboli.
Egidio, devo parlarti seriamente.
Lui si staccò dalla TV.
Ho preso casa. Vado a vivere da sola.
Silenzio, vero silenzio. La TV, laggiù, sembrava provenire da un sogno sbagliato.
Cosa?
Ho affittato casa. Voglio vivere per conto mio. Non ce la faccio più, non con te come persona. Non con la vita di noi due. Senza rispetto, senza calore, senza una parola. Voglio altro.
Hai trovato qualcuno? domanda ovvia, la prima che un uomo fa.
No. Ho trovato me stessa. Non è uguale.
Sei pazza.
Può darsi. Ma questa è la mia follia.
Hai cinquantatré anni, Rachele!
Conosco la mia età, Egidio.
È una sciocchezza.
È la cosa più seria fatta negli ultimi anni.
E la gente, cosa penserà?
Ho già pensato anche a questo. Non mimporta.
Lui la fissava a lungo. Poi, piano:
È per quella lettera.
Rachele lo guardò.
Sai della lettera?
Ho visto aprire il cassetto.
No, disse tranquilla. Non per la lettera. La lettera è stato solo il segnale. Il resto era già qui e si sfiorò il petto.
Andò in camera. Ascoltò i passi di lui, la cucina, i bicchieri. TV, di nuovo. Poi il silenzio.
Il trasloco avvenne in alcune riprese. Dino la aiutò. Caterina e Artemio vennero con un vaso di margherite.
Nonna, qui cè il balcone.
Sì.
Bello! Possiamo mettere i fiori?
Certo che sì.
Te ne porto io uno piccolo.
Ci starà benissimo.
Silvana Vassalli portò una torta fatta in casa, fresca di fragole. Suonò la porta la sera stessa, quando tutto era ancora nelle scatole, e disse:
Benvenuta nella nuova vita, signora Simonetti.
Non era una frase da grandi occasioni. Era calma, semplice. Ma a sentirla, alla gola mancò laria.
Grazie, rispose Rachele. Entri.
Restarono fino a tardi, tè, torta, chiacchiere: del lavoro, della città, della figlia di Silvana che vive lontano, del nipote di Rachele che ora costruiva robot. Niente di speciale. Una sera qualunque. Quasi perfetta.
Quando Silvana andò via, Rachele si stese sul nuovo divano, infilò il plaid e ascoltò la quiete. Non la vecchia quiete pesante: una nuova, soffice. Sua.
Dormì presto, senza sogni.
Lagosto fu rovente e laborioso. Rachele prese confidenza, imparò i nomi, la routine. La sera camminava spesso nel giardinetto sotto casa, sedeva sulla panchina. Osservava la gente, i bambini, i cani. Non pensava a niente. Era una novità sentirsi presente, solo presente.
Egidio un giorno la chiamò:
Dino mi ha detto che te la cavi bene.
Me la cavo.
Buono lo stipendio?
Buono.
Possiamo parlare?
Di cosa?
Di… noi.
Rachele guardava le fronde mosse dal vento.
Egidio, il noi non cè più. Lo hai capito?
Ma magari…
No, dolcemente. Non torno indietro.
Perché?
Non ero felice lì.
E qui?
Sto imparando. È diverso.
Silenzio. Poi:
Sei cambiata.
Spero in meglio.
Qualche altra telefonata, poi sempre meno. Rachele rispondeva quando voleva. Non per cattiveria, ma perché ora poteva scegliere.
In autunno la stessa Natalia Fiorini, la rossa, la cercò. Lucia le aveva passato il numero.
Signora Simonetti? Sono Natalia. Forse le piacerebbe…
Parlarne? Rachele sorrise. Sì.
Si videro in una piccola caffetteria. Natalia in un cappotto turchese, serena. Né radiosa, né triste: semplicemente a proprio agio.
Parlarono due ore. Natalia raccontò del negozio di fiori, dei primi mesi strani, di quando un giorno cantò sullautobus. Ventanni che non cantavo. Ora, così, di colpo. E non me ne resi neanche conto.
Non se nè mai pentita? chiese Rachele.
Solo di non averlo fatto prima.
Aveva paura?
Tremenda. Ma sa cosa si capisce? Finché non fai il gesto, la paura ti mangia. Dal momento che decidi, la paura va via. Perché non cè più nulla da temere. Era tutto una proiezione.
Rachele ci pensò a lungo quella sera. Nulla era crollato. Il figlio era presente, il nipote telefonava da solo: Nonna, mi manchi! Il lavoro era bello. Silvana unamica vera. Lucia sempre vicina.
E altro ancora: la sensazione di occupare finalmente il posto giusto nella propria storia. Non come ospite o serva, ma come protagonista. Se stessa. Rachele Simonetti: cinquantatré anni. Capo contabile. Madre. Nonna. Persona.
Il Capodanno lo festeggiò due volte. Prima da Dino, come sempre, pasta al forno e rustici, Artemio ora grande esperto di costruzioni motorizzate. La seconda volta a casa sua: Lucia e marito, Silvana, Natalia col nuovo cappotto. Una tavola semplice, musica leggera, chiacchiere tranquille. Nessuno a giudicare o a stuzzicare vecchie ferite. Solo amicizia e scelta.
Allo scoccare della mezzanotte, Rachele alzò il bicchiere. Espresse un desiderio. Anche stavolta silenzioso. Ma era diverso: non una richiesta, non una speranza. Solo un saldo, tranquillo vado avanti.
A metà gennaio, nel nuovo anno, arrivò la telefonata della suocera. Non la suocera, ma Galina Petrini, madre di Egidio. Era ancora viva, sistemata da una parente a Genova. Rachele e Galina non erano mai state amiche, ma il decoro resisteva.
Rachele, disse Galina con voce fiera ma tremante, Egidio mi ha raccontato.
Sì.
Voglio dirti una cosa.
Ascolto.
Hai fatto bene.
Rachele restava in silenzio.
Dovevo dirtelo prima, proseguì la donna. Ho sempre visto come lui ti trattava. Zitta, perché una madre non parla dei figli. Ma era sbagliato. Me ne pento.
Galina…
Fammi finire. Sei una donna giusta, Rachele. Meriti una vita giusta. Letà non centra. Io ho novantanni. Ogni mattina se trovo anche un motivo per ridere, sono felice. Non farti seppellire viva. Promesso?
Promesso, la voce rotta.
Allora telefona ogni tanto, così, per parlare.
Lo farò.
Giuralo.
Giuro.
Quando chiuse la chiamata, restò a fissare il muro a lungo. Poi rise, tra sé. Chi lavrebbe mai detto: Galina, proprio lei, proprio adesso.
Il mondo manda sorprese in pacchetti invisibili.
A fine febbraio Dino passò da lei. Da solo, senza famiglia, solo per salutarla. Portò dolcetti, prese un tè in cucina. Si parlò di lui, di Caterina, della scuola di Artemio, delle ansie del primo giorno dasilo.
Mamma, disse Dino uscendo, sei diversa. Sul serio. Sei meglio.
Meglio o peggio?
Molto meglio. Come se si fosse riacceso qualcosa.
Era spento da tempo.
Lo capisco. Si fermò sulla soglia. Mamma, scusami.
Per cosa?
Per non aver visto. Per non aver domandato. Vivevi, e basta, pensavo. Che stessi male, non chiedeva nessuno.
Dino.
No, dico davvero. Avrei potuto…
Dino, sorrise dolcemente. Si vede solo ciò che si può. Tu dovevi vedere meno, allora. Sei stato un buon figlio. Sempre. Lo so.
Lui annuì. Labbracciò forte e andò.
Rachele restò sulla soglia un istante, poi si versò un altro tè. Fuori nevicava ancora. Un inverno di fiocchi.
Pensò a quando, un anno prima, trentuno dicembre, si affacciava da unaltra finestra, in unaltra casa; guardava la stessa neve. E qualcosa aveva cominciato a sciogliersi. Piano, come la lastra che diventa acqua. Ora, quellacqua poteva usarla per lavar via il passato. O semplicemente per dissetarsi. Andare, fluire, non stagnare.
Una settimana dopo, chiamò Egidio. Rispose.
Rachele.
Sì?
Sono stato dal dottore. Nulla di grave, solo pressione alta. Devo stare attento a mangiare.
Hai fatto bene.
Tu mi ricordavi sempre queste cose.
Ora devi ricordartele da solo, Egidio. È giusto così.
Silenzio.
Davvero non torni?
No.
E stai… bene?
Rachele guardava la neve scendere, paziente, ogni fiocco uguale ma diverso, come tutto quello che arriva alla fine di un sogno lungo.
Sto bene, Egidio. Non preoccuparti.
Non mi preoccupo. Volevo solo chiedere.
Lo so.
Altro silenzio. Poi Egidio, flebile, quasi come un eco:
Capisco che ho sbagliato.
Rachele non rispose subito. Cercava le parole vere. Non ferire, non convincere, solo dire la verità.
Egidio, non ho rancore. Abbiamo percorso insieme una lunga strada. Non si può buttare tutto via. Ma non era la vita che desideravo. Non so se era quella giusta neanche per te. Questo giudicalo tu.
Ci penso, rispose lui.
Fa bene, concluse Rachele. È utile.
Chiuse la chiamata. Mise su il bollitore. Prese la tazza. Guardò la chiave sulla mensola dingresso. Era solo una chiave. Banale, ma proprio per quello, infinita.





