Mamma porta la figlia al canile per scegliere un cucciolo, ma la bambina si ferma davanti alla gabbia del cane più triste e non vuole partire senza di lui…

Ricordo ancora quel mattino destate, quando io, Lidia, stringevo la piccola mano della mia figlia di due anni, Ginevra, mentre attraversavamo la soglia del rifugio per animali di via Tiburtina, a Roma. I raggi del sole penetravano dalle ampie finestre, gettando luce sui cancelli di metallo dove gli occhi dei cani e dei gatti brillavano di speranza verso il mondo esterno. Laria era un miscuglio di suoni tipici di quel luogo: il latrato dei cani, i miagolii lamentosi dei gattini, lo fruscio della paglia e il tintinnio delle unghie contro il pavimento.

Allora, piccolina mi sorrise Lidia con dolcezza scegliamo insieme un amico?

Ginevra annuì e i suoi occhi si illuminarono di una gioia contagiosa. Da tempo sognava di avere un cane tutto suo, osservando dalla finestra i bambini del vicinato che giocavano nei giardini con i loro cuccioli.

Nel mio sogno, quel giorno doveva culminare con la scelta di un cucciolo di labrador o di un golden retriever, un compagno docile, sano e bello, perfetto per una casa affettuosa.

Camminammo tra le gabbie dei cuccioli scodinzolanti, dei cani adulti eleganti e dei gattini pelosi. Indicavo i più affabili, ma la bambina sembrava non notarli affatto.

Allimprovviso, Ginevra si fermò, come se avesse sentito un richiamo profondo.

Nel fondo più remoto del corridoio, in una gabbia avvolta da una tenue penombra, giaceva un cane che attirò lattenzione di Lidia con un gesto involontario. Un pitbull dalla pelliccia arruffata, la pelle infiammata, il corpo spossato. Si voltò verso il muro, come a nascondere la propria miseria.

Ginevra, andiamocene mi affrettai a dire guarda, i cuccioli sono lì, così carini.

Ma la piccola premé il naso contro le sbarre della gabbia.

Mamma, che gli è succeso? È malato? sussurrò.

Sì, piccolina, è malato mormorò loperatore del rifugio, un uomo di nome Marco. Si chiama Tito. È qui da più di mezzo anno. Ma si interruppe, senza completare la frase.

Lidia aggrottò le sopracciglia. Per lei i pitbull erano sempre simboli di aggressività e pericolo, e ora, in più, era anche una malattia. E se fosse contagioso? E se fosse imprevedibile? pensò.

Ginevra, muoviamoci la rimproverò più fermamente. Ci sono molti altri cani qui.

E la bambina si sedette proprio davanti alla gabbia, quasi a volerla abbracciare dal pavimento.

Lo voglio affermò con decisione.

Cosa? Ginevra, non è possibile. Guarda quanto è malato. I pitbull sono pericolosi, lo sai.

Marco, laddetto, scosse il capo con rammarico.

Tito non è cattivo. È più rotto. Lo hanno buttato via da cucciolo perché brutto rispetto agli altri. Lhanno trovato già malato, con infezioni. Una famiglia lha adottato, ma dopo qualche settimana lha restituito, dicendo che era troppo apatico.

Lidia sentì lacerare il cuore tra compassione e ragione. A casa cera ordine, serenità, un bambino piccolo da accudire. Come poteva portare a casa tutti quei problemi?

Ha un grave problema di pelle, ha bisogno di unoperazione costosa, centomila euro continuò Marco. Il rifugio non può permetterselo. Se entro il prossimo mese non trova una famiglia si fermò.

Lo eviscereranno sussurrò Lidia a malapena udibile.

Purtroppo sì.

Ginevra rimase incollata alla gabbia, senza distogliere lo sguardo dal cane.

Cagnolino lo chiamò piano. Guardami, cagnolino.

E nulla cambiò.

Io sono Ginevra. E tu chi sei?

Lidia era pronta a sollevare la figlia e andarsene, ma qualcosa la trattenne.

Si chiama Tito disse.

Tito ripeté la bambina. Che bel nome. Tito, facciamo amicizia.

E allora avvenne il miracolo. Il cane alzò lentamente la testa e incrociò lo sguardo di Ginevra. Nei suoi occhi cera un dolore profondo che strappeggiò il cuore di Lidia.

Posso accarezzarlo? chiese la bambina.

Non lo so esitò Marco. Ha paura delle persone, non permette di avvicinarsi.

Possiamo provare? la sua voce era talmente sincera che era impossibile dire di no.

Marco aprì con cautela la gabbia. Il chiavistello scattò, facendo sobbalzare Tito in un angolino, dove emise un flebile gemito.

Ginevra, no! gridò Lidia.

Ma la bambina era già dentro. Si inginocchiò al centro della gabbia e tese la piccola mano verso il cane.

Non aver paura, Tito sussurrò con voce flebile. Non ti farò del male, voglio solo essere tua amica.

Il cane osservò il piccolo essere umano per qualche istante, poi, passo dopo passo, si avvicinò con la massima cautela. Annusò la mano tesa, poi, timidamente, le leccò le dita.

Ginevra scoppiò a ridere:
Mamma, guarda! Lha baciato!

Qualcosa si accese dentro Lidia. Dopo mesi di attesa, per la prima volta vedé un barlume di speranza negli occhi di quel cane. Lo scrutava con dolcezza, come se temesse di ferirlo, ma allo stesso tempo lo baciava con delicatezza.

Mamma disse Ginevra, accarezzando la testa di Tito è così triste. Ha davvero bisogno di una famiglia.

Non lho mai visto così commentò Marco, osservando la scena. Guardate! Sorride! Guardate, è davvero un sorriso!

Il volto di Tito sembrava illuminarsi dallinterno. Scodinzolò, i suoi occhi non riflettevano più solo dolore ma anche gioia.

Ma è malato sospirò Lidia. E le cure costeranno un occhio della testa

Le pago io rispose allimprovviso, quasi a sé stessa. Interamente.

Marco spalancò un sorriso:
Cè solo un ma. Per legge, gli animali devono completare tutto il ciclo di cura prima di trovare una nuova famiglia.

Lidia annuì, capendo la logica, ma appena qualche giorno dopo il telefono suonò.

Lidia? la voce di Marco era carica di preoccupazione. Puoi venire? Tito ha smesso di mangiare, geme continuamente. Pensiamo che voglia stare con te.

Siamo già in strada rispose Lidia senza esitazione.

Nel rifugio, il cane giaceva nel suo angolo, fissando il muro con aria spenta. Quando vide Ginevra, però, fu come se si risvegliasse: balzò, scodinzolò e gemette di gioia.

Tito! esclamò la bambina, stringendosi alle sbarre. Quanto ti sono mancato!

Portatelo a casa ordinò Marco con decisione. È una eccezione, ma con voi starà meglio che lì. Potrete continuare le cure in una clinica privata.

A casa, Tito si rifugiò sotto il letto e non ne uscì per ore. Lidia cominciò a dubitare: E se fosse pericoloso? E se? Ma Ginevra, sdraiata sul pavimento, gli raccontava piano piano dei giochi che avrebbero fatto insieme, della zuppa che avrebbero cucinato e del suo piatto preferito.

La sera, il cane si avvicinò cautamente, si accoccolò accanto a loro e, mentre Ginevra dormiva sul divano, Tito si sistemò ai suoi piedi.

Bene, allora pensò Lidia guardandoli sembra proprio che ora abbiamo un cane.

Lintervento chirurgico fu un successo. Il periodo di cura durò un mese intero; i risultati furono stupefacenti: la pelle tornò a guarire, il pelo ricominciò a crescere, gli occhi brillavano di nuova vitalità. Ma, soprattutto, lanimo di Tito era cambiato. Con Ginevra mostrò una pazienza commovente, accettando ogni suo gesto, nutrendolo col cucchiaio. Con Lidia fu riconoscente e fedele, come se avesse capito che laveva salvata.

Sai raccontò un giorno Lidia a una sua amica, osservando Tito giocare delicatamente con Ginevra pensavo di dargli una possibilità di vita. Ma alla fine è stato lui a donarci la lezione dellamore incondizionato.

Passò un anno. Tito divenne un cane forte e splendente, con il pelo lucido e lo sguardo fiero. I vicini, che allinizio lo osservavano con diffidenza, ora lo ammiravano per la sua bontà.

Ginevra crebbe al fianco di un amico leale che le insegnò empatia e vero legame. Non ricordava tutti i dettagli del giorno al rifugio, ma sapeva bene che Tito e lei avevano bisogno luno dellaltro.

Mamma chiese un giorno, avvolgendo le braccia attorno al cane perché nessuno lo voleva adottare?

Perché non vedevano il suo cuore rispose Lidia. Guardavano solo laspetto. Tu invece hai visto lanima.

Tito emise un contento ringhio, sistemandosi più comodamente. La paura non aveva più spazio nella sua vita; aveva una casa, una famiglia, tanto amore.

A volte i più sinceri amici arrivano con un involucro inaspettato. Limportante è saper guardare oltre la superficie e scoprire quel cuore che attende di essere amato.

E tu? Hai una storia di animali che hanno trovato una famiglia? Condividila nei commenti: queste narrazioni accendono sempre una scintilla di speranza.

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