«I parenti di campagna aspettano in fondo, sono abituati alle stalle», aveva deciso mia suocera. Poi mio zio aveva tirato fuori le chiavi dalla giacca di velluto.
«Signora Castellani, è stata lei a cambiare il tavolo?»
Marisa si era fermata davanti al tavolo più lontano della sala, quasi incollato alla porta di servizio. Da lì arrivava già il rumore di piatti, pentole e ordini urlati dai cuochi.
«Marisa, cara, perché cercare problemi proprio oggi?»
Ornella Castellani si era sistemata l’anello con calma, la bocca stretta, guardando la sala ancora vuota.
«Ho solo riorganizzato un po’ i posti. Niente di drammatico.»
«Riorganizzato un po’?»
Marisa aveva alzato il cartoncino con scritto «Walter e Gabriella». La carta lucida le sembrava gelida sotto le dita.
«Ieri questo tavolo era vicino al palco. L’avevamo messo apposta accanto al nostro. E adesso i miei genitori si ritrovano attaccati alla porta della cucina, in pieno spiffero, con i camerieri che correranno avanti e indietro tutta la sera.»
«Esageri.»
Ornella aveva fatto un gesto con la mano, come a scacciare una mosca, contemplando con satisfazione i tavoli centrali, carichi di composizioni floreali da duecentocinquanta euro l’una.
«Stasera ci sarà gente importante. Il capo di Fabio e la moglie, la dottoressa Serrano della prefettura, altre persone che contano. Loro devono stare al centro, per parlare tranquilli e vedere tutta la sala.»
«E i miei genitori non meritano un posto decente?»
«Ma perché ribalti tutto così?»
Ornella aveva alzato le mani, teatrale.
«I tuoi genitori sono persone semplici, di campagna. Starebbero a disagio al centro dell’attenzione. Si preoccuperebbero delle posate, dei discorsi di lavoro. Lì staranno tranquilli, mangeranno in pace. È proprio a loro che penso.»
«Solo che le porte della cucina si aprono in continuazione. E l’aria condizionata soffia dritta su quel tavolo.»
Marisa stringeva il cartoncino tra le dita fino a sgualcirlo.
«Allora restino lì!»
La voce di Ornella era diventata fredda, tagliente.
«Sono abituati al vento, no? Un po’ di fresco non ammazza nessuno. E così non attireranno gli sguardi della gente bene con i loro modi da fattoria e i vestiti semplici. Marisa, la discussione è chiusa. Gli invitati stanno per arrivare, vai a ritoccarti il trucco.»
Fu in quel momento che Fabio era uscito dall’office, sistemandosi il papillon, come se il suo unico problema al mondo fosse il colletto troppo stretto della camicia.
Si era avvicinato al tavolo senza fretta, visibilmente poco voglioso di entrare in un’altra lite familiare.
«Fabio, dì qualcosa, per favore!»
Marisa aveva fatto un passo verso il marito, sperando in un appoggio.
«Tua madre ha spostato i miei genitori, adesso sono attaccati al passaggio dove i camerieri correranno tutta la sera con i vassoi.»
Fabio aveva sospirato, infastidito. Aveva guardato la madre, poi la moglie, poi si era lasciato cadere su una sedia, le gambe tese davanti a sé.
«Marisa, mamma sa meglio di noi come organizzare i tavoli. È stata lei a preparare tutto con il ristorante.»
«Ma sono i miei genitori! Staranno a disagio lì, nel rumore e nel freddo.»
«E allora? Aspetteranno un po’, non gli succede niente.»
Aveva tirato fuori il telefono, il naso incollato allo schermo, per far capire che per lui la conversazione era finita.
«Ho già abbastanza problemi così. L’animatore mi fa impazzire con i giochi, mi chiede accessori all’ultimo minuto. Possiamo evitare di litigare, almeno oggi?»
Marisa si era morsa il labbro. Sapeva benissimo che discutere non sarebbe servito a niente. Fabio aveva sempre obbedito ciecamente alla madre, e provocare un conflitto aperto mezz’ora prima della cerimonia avrebbe rovinato la sua stessa festa.
Erano le diciotto passate quando cominciarono ad arrivare i primi invitati. Marisa li accoglieva all’ingresso, costringendosi a sorridere, ricevendo enormi mazzi di fiori e ringraziando ognuno per gli auguri. Ma teneva le braccia incrociate appena smetteva di stringere mani, le unghie piantate nella manica del vestito.
I suoi genitori, Walter e Gabriella, erano entrati nel ristorante molto discretamente, cercando di non disturbare nessuno. Gabriella stringeva nervosamente il manico della vecchia borsetta, mentre Walter continuava a tirarsi la giacca di velluto, l’unica che possedeva, che gli stringeva evidentemente le spalle.
Con loro era venuto il fratello maggiore di Gabriella, zio Bruno. A differenza di Walter, lui non aveva fatto nessuno sforzo per sembrare in tiro. Portava una camicia a quadri di flanella ben pulita e un jeans scuro. Nelle mani teneva una vecchia borsa sportiva sgualcita, che stonava completamente con l’arredo di lusso del ristorante e i suoi lampadari di cristallo.
«Marisa!»
Gabriella si era precipitata ad abbracciare la figlia, rischiando di far cadere il regalo incartato.
«Come sei bella! Sai, abbiamo trovato un ingorgo mostruoso sulla tangenziale, pensavamo di perdere il comune.»
«Buonasera, cari genitori!»
Ornella era apparsa proprio in quel momento, come apposta, avvolta in una nuvola di profumo costoso.
«Avete trovato la strada? Non vi siete persi agli svincoli? Qui il traffico non è proprio come dalle vostre parti.»
«Oh, non c’era niente da perdere. Il navigatore ci ha guidati bene.»
Zio Bruno aveva sorriso gentilmente e posato la borsa direttamente sul pavimento lucido.
«Allora, lei è la madre di Fabio? Abbiamo sentito parlare di lei.»
«Ornella Castellani», si era presentata lei, fredda, scrutando la camicia a quadri. «Entrate. Una camerierà vi indicherà i posti. Vi abbiamo riservato il tavolo otto, in fondo alla sala. L’abbiamo scelto apposta per voi, è più tranquillo, la musica non vi disturberà.»
Walter e Gabriella avevano seguito la camerierà in silenzio, evitando con cura i tavoli imbanditi. Zio Bruno aveva osservato Ornella con uno sguardo di sottecchi, poi aveva ripreso la borsa per seguire tranquillo la famiglia.
La festa aveva presto preso ritmo. L’animatore lanciava battute senza sosta, gli invitati gridavano in coro, il tintinnio dei bicchieri si mischiava alla musica assordante. Marisa, seduta vicino a Fabio al tavolo d’onore, girava senza sosta la forchetta tra le dita senza toccare il cibo, gli occhi fissi sull’angolo più lontano della sala.
I suoi genitori restavano discretissimi, come se temessero di disturbare la festa di qualcun altro. Gabriella toccava appena il piatto, tamponandosi le labbra col tovagliolo ogni volta che un camerierè passava di corsa con le stoviglie sporche verso la cucina. Le porte si aprivano letteralmente ogni minuto, e Marisa aveva visto la madre tirarsi su lo scialle troppo leggero sulle spalle, e poi ancora.
Al contrario, vicino al tavolo centrale dove Ornella riceveva i complimenti, l’atmosfera era tutt’altra.
«Ornella, dove sono i genitori della sposa?» aveva chiesto la dottoressa Serrano, una vecchia conoscenza della suocera, sporgendosi sopra il vassoio di pesce. «Non li vedo vicino agli sposi. Non sono venuti?»
«Ma sì, sono là.»
Ornella aveva fatto un gesto distratto verso il tavolo in fondo, dove Walter proprio in quel momento si faceva piccolo per lasciare passare un camerierè.
«Vicino alla cucina.»
«Perché così lontano? Non c’era più posto?»
«Guardali bene.»
La suocera aveva abbassato la voce, ma l’acustica della sala giocava contro di lei: Marisa sentiva ogni parola distintamente.
«Gente semplice, di campagna profonda. L’avevo detto a Fabio, un matrimonio così sbilanciato non poteva portare niente di buono. Non si scappa dalle proprie origini. Guarda quel grandone, sembra che venga dal lavoro invece che da un matrimonio. E con quella borsa, come se partisse per il treno. Meno male che almeno sa usare le posate.»
«Che vuoi, il cuore non comanda», aveva osservato la dottoressa Serrano con un sorrisetto, assaggiando un tartina al salmone. «Dovrai educare tua nuora adesso. Insegnarle le vostre maniere.»
«Certo che me ne occuperò io.»
Ornella aveva bevuto un sorso d’acqua minerale, satisfatta.
«Dove andrebbe? Comunque vivranno da noi all’inizio, finché non si potranno permettere casa propria. La villa è grande, c’è posto. E in casa mia imparerà presto le buone maniere.»
Fabio, accanto a Marisa, pungolava distratto l’insalata. Faceva finta di non sentire, ma le orecchie rosse lo tradivano. Non aveva nessuna intenzione di intervenire nella conversazione della madre.
Verso le ventidue, l’animatore aveva annunciato il momento dei discorsi e dei regali. La musica era cessata, sostituita da una melodia strumentale soffusa. Gli invitati si erano agitati, tirando fuori le bustine preparate e sistemandosi i vestiti di gala.
«E ora invito la meravigliosa mamma dello sposo a prendere la parola! La donna che ha cresciuto un uomo così straordinario!»
Con queste parole l’animatore aveva solennemente passato il microfono a Ornella. Lei si era alzata senza fretta, aveva sistemato la pettinatura impeccabile ed era andata al centro della sala.
Il discorso di Ornella era durato quasi dieci minuti, pieno di pause calcolate tra una frase e l’altra. Aveva raccontato nei dettagli quanti sforzi avesse fatto per educare il figlio, quante porte gli avesse aperto, quanto tempo, denaro e relazioni avesse spesi perché diventasse l’uomo brillante che era. Di Marisa aveva parlato solo alla fine, definendola «una ragazza simpatica, fortunata ad aver incontrato un uomo così meritevole».
«E perché i nostri figli non abbiano difficoltà economiche all’inizio della vita insieme», aveva proclamato solennemente Ornella, «io e mio marito abbiamo preparato per loro un regalo speciale!»
Aveva alzato sopra la testa una grande busta decorata, impressa d’oro.
«Ci sono dentro ottomila euro, per l’anticipo di un bell’appartamento. Che i giovani imparino a iniziare bene la vita, mentre i genitori possono ancora aiutarli.»
Applausi educati avevano riempito la sala. Ornella aveva passato la busta a Fabio, lo aveva baciato sulla guancia e aveva lanciato verso i genitori di Marisa uno sguardo insistente, fermo un secondo di troppo sul loro tavolo.
Era arrivato il turno di Walter e Gabriella. Si erano avvicinati discretamente, senza clamore. Avevano offerto agli sposi un servizio di porcellana da quarantotto pezzi, in una grande scatola, e una piccola busta. Gabriella, senza microfono, a voce bassa, aveva augurato agli sposi di rispettarsi, custodire la felicità e non covare rancore per sciocchezze.
Ornella aveva stretto le labbra e bisbigliato qualcosa alla dottoressa Serrano, gli occhi fissi sulla piccola busta posata sulla tovaglia.
Fu allora che zio Bruno si era alzato dal posto, senza preavviso. Non aveva nemmeno chiesto il microfono all’animatore. Si era semplicemente avvicinato al tavolo degli sposi, la borsa sportiva sgualcita in mano. L’aveva posata direttamente sulla tovaglia di cerimonia, scostando delicatamente i calici di champagne.
«Marisa, Fabio.»
Parlava con calma, senza alzare la voce, ma un silenzio totale era sceso sulla sala. Anche i tavoli vicini avevano smesso immediatamente di chiacchierare. La dottoressa Serrano era rimasta immobile, la forchetta a mezz’aria.
«Siamo gente semplice. Non sappiamo fare bei discorsi, e non vedo l’utilità di sprecare parole grosse.»
Aveva aperto la cerniera della borsa. Nel silenzio, quel rumore era risuonato in modo particolarmente netto.
«Si è parlato di un anticipo per un appartamento. Buona idea, certo. Ma il mutuo è una brutta bestia. Una coppia giovane deve pensare a sé stessa, non alle rate ogni mese. Altrimenti le preoccupazioni quotidiane finiscono per mangiarsi tutti i sentimenti.»
Al posto di una busta, aveva tirato fuori un grosso mazzo di chiavi, con un pesante portachiavi a forma di ferro di cavallo.
«Tieni, Marisa. Un trilocale, sessantacinque metri quadri, via Garibaldi, a Foligno. Palazzo nuovo, in pietra, corte interna chiusa. Pagato in contanti, centonovantamila euro, ho controllato io stesso i lavori: tubature verificate, impianto elettrico sicuro, tutto fatto a regola d’arte.»
Aveva posato le chiavi davanti alla nipote stupita.
«I mobili sono già ordinati, arrivano domani mattina. Avete un tetto, adesso. Vivete felici, prendetevi cura l’uno dell’altro. E gli ottomila euro, spendeteli piuttosto in un’auto. Non sarà mai troppo.»
Ornella era rimasta immobile, la bocca semiaperta, le spalle cadute. Guardava alternativamente le chiavi e zio Bruno.
«Un trilocale?… Via Garibaldi?… Centonovantamila euro in contanti? Ma… parla sul serio? Da dove le vengono tanti soldi?»
Zio Bruno si era girato verso di lei tranquillo, con un leggero sorriso.
«Dalle mie vacche e dai miei campi, signora Castellani, semplicemente.»
Non c’era nella sua voce né derisione né rancore.
«Ho un’azienda agricola, lavoro su diversi comuni della provincia. La terra ama chi si impegna. Quando si lavora onestamente, prima o poi ripaga generosamente. Ecco tutto il segreto.»
Poi si era rivolto a Marisa e le aveva dato un colpetto affettuoso sulla spalla.
«Solo che i tuoi genitori sono seduti vicino alla cucina. C’è un bello spiffero lì. Dì ai camerieri di avvicinare il loro tavolo al vostro. Altrimenti non vi vediamo, e non sentiremo nemmeno bene i discorsi.»
Fabio si era alzato così di scatto da rischiare di rovesciare la sedia, e si era messo lui stesso a spostare i tavoli, senza aspettare il personale del ristorante. Aveva portato i piatti, aiutato i camerieri, scusandosi in continuazione con Walter e Gabriella.
Ornella era rimasta in silenzio. Le guance le si erano arrossate, e le dita giravano nervose l’anello. Fino alla fine della serata non aveva più parlato del «suo ambiente», del suo status, o della «gente semplice».
La dottoressa Serrano se n’era andata poco dopo, con la scusa di un forte mal di testa.
Marisa e Fabio si erano trasferiti nell’appartamento di via Garibaldi già il giorno dopo il matrimonio. Fabio passava le serate a misurare le pareti del salotto per capire dove metterci il divano.
Ornella era venuta a trovare gli sposi solo una settimana dopo. Aveva attraversato l’appartamento con le scarpe da strada, passando un dito sul bordo della finestra in cerca di polvere.
«Certo, le finestre danno sulla strada», aveva osservato con un sorriso acido. «In estate sarà un baccano insopportabile.»
Marisa non aveva risposto. Aveva solo pensato alle chiavi di zio Bruno, e a quanto fosse leggero, finalmente, respirare in una casa propria.