Il ricordo di quella sera, avvolto da una nostalgia che solo gli anni possono dare, si dipinge ancora nella mia mente come se fosse una vecchia fotografia ingiallita. Era il pomeriggio di fine luglio, quando Massimo Petrocelli aveva appena parcheggiato la sua Fiat 500 davanti al condominio di via dei Santi, a Roma. Appena varcata la soglia dellingresso, latmosfera familiare lo accolse: le pantofole pronte ad accoglierlo, il profumo invitante della cena che già si levava dalla cucina, la casa ordinata, i fiori freschi sistemati in un vaso di ceramica.
Il suo umore, però, non fu scosso né dal semplice fatto che la moglie fosse a casa, né da quella che per una donna della sua età avrebbe potuto sembrare una giornata di noia. Che cosa può fare una signora di mezza età tutto il giorno?, pensava, immaginandosi la solita routine di impastare focacce e lavorare a maglia le calze. Unesagerazione, certo, ma la sostanza era lì.
Marina, con il sorriso consueto, lo accolse:
Stanco? Ho preparato i tortini, con cavolo e mele, proprio come ti piacciono.
Il suo sguardo, però, si fece pesante sotto lintensità di Massimo. Indossava quel classico vestito da casa, i capelli nascosti sotto una sciarpa leggera, e laria di chi ha trascorso tutta la vita tra fornelli e pentole. I suoi occhi, delicatamente truccati, il luccichio sulle labbra una consuetudine che a lui sembrava quasi volgare, un modo di “colorare” la vecchiaia.
Con un tono più brusco di quanto fosse giusto, Massimo le lanciò:
A questa età il trucco è unillusione! Non ti sta bene.
Marina rimase immobile, le labbra tremarono, ma non si precipitò a coprire la tavola. Meglio così: i tortini rimanevano sotto il canovaccio, il tè pronto a scaldare le mani di chi lo voleva.
Dopo la doccia e la cena, la gentilezza tornò a farsi strada dentro di lui, così come i ricordi del giorno. Massimo, avvolto nel suo accappatoio di spugna, si sistemò nella poltrona che sembrava fatta apposta per lui e fece finta di leggere. Come gli aveva detto la nuova collaboratrice quel pomeriggio:
È un uomo affascinante, anche un po intrigante.
Allepoca, Massimo aveva cinquantasei anni ed era a capo del dipartimento legale di una grande azienda milanese. Sotto di lui cerano un neolaureato e tre donne quarantenne. Unaltra collega era in maternità; al suo posto era stata assunta Arianna, una giovane donna appena uscita dalluniversità.
Il giorno dellassunzione, Massimo era fuori per un viaggio di lavoro e incontrò Arianna per la prima volta. La invitò nel suo ufficio per un colloquio. Entrò una fragranza di profumo leggero, una ventata di freschezza giovanile. Il viso era incorniciato da riccioli biondi, gli occhi azzurri irradiavano sicurezza, le labbra succose e un neo sul guancia le conferivano unaria di innocenza. Davvero ha solo trentanni?, si chiese Massimo, non le concederei nemmeno venticinque!
Arianna era divorziata, madre di un bambino di otto anni, il piccolo Luca. Senza capire bene il perché, Massimo pensò: Bene!
Mentre parlavano, lui, un po goffo, le spiegò che ora avrebbe avuto un vecchio capo. Arianna, con uno sguardo lungo e un sorriso appena accennato, rispose con parole che lo lasciarono perplesso e che ancora oggi gli tornano in mente.
La moglie, Marina, entrò nella stanza con il suo consueto tè alla camomilla. Massimo, un po irritato, mormorò: Sempre fuori luogo.
Eppure, sorseggiando il tè, un pensiero accese una scintilla di gelosia: Che cosa può fare ora una giovane donna come Arianna?. Il cuore di Massimo sentì la punta di un sentimento dimenticato.
***
Dopo il lavoro, Arianna passò al supermercato di via Bologna, comprò formaggio, pane e un po di kefir. Tornò a casa senza un sorriso, quasi meccanica, e abbracciò il figlio Luca che la salutò correndo. Il padre, Massimo, era occupato nella sua piccola officina sul balcone, mentre Marina preparava la cena. Dopo aver sistemato la spesa, fu subito presa da un forte mal di testa, una scusa che mascherava una profonda tristezza.
Arianna, da quando si era separata dal padre di Luca qualche anno prima, lottava per sentirsi una madre dignitosa. Tutti gli uomini adeguati erano già sposati e desideravano relazioni leggere. Così, quando la sua vita sembrava stabilirsi un appartamento in affitto, due anni di felicità, persino un contratto di affitto stipulato per comodità un giorno, al profumo di qualcosa fritto, Massimo le comunicò che era necessario non solo separarsi, ma anche farle perdere il lavoro.
Arianna dovette trovare un altro alloggio. Tornò a vivere con i genitori e Luca. La madre, con affetto materno, la consolava, mentre il padre insisteva che il figlio dovesse crescere con la madre, non solo con i nonni.
Marina, la moglie di Massimo, da tempo notava la crisi di mezza età del marito. Sembrava che, pur avendo tutto, mancasse lessenziale. Temeva di diventare quella di cui il marito avrebbe bisogno, così cercava di alleviare la tensione cucinando i piatti preferiti, mantenendo un aspetto curato e evitando conversazioni profonde, anche se le mancavano.
Il desiderio di cambiamento spinse così Massimo e Arianna a una rapida storia damore. Solo due settimane dopo il suo ingresso in azienda, la invitò a pranzo e la portò a casa in auto. Un tocco di mano, un sorriso rosato, e Arianna rispose con un lieve rossore.
Non voglio separarmi. Vieni a casa mia in campagna?, sussurrò Massimo con voce flebile. Arianna annuì, e lauto partì a tutta velocità.
Il venerdì, Massimo finiva il lavoro unora prima, ma la sera, intorno alle nove, Marina gli mandava un SMS: Domani ne parleremo. Massimo non immaginava quanto fosse preciso quel messaggio, una promessa di una conversazione che non avrebbe potuto più evitare. Marina sapeva che, dopo trentadue anni di matrimonio, non si poteva più bruciare dun fuoco così intenso.
Il marito era ormai una parte di sé stessa, perdere lui significava perdere un frammento di sé. Anche se si lamentava, borbottava o mostrava la tipica mascolinità, rimaneva sul suo amato bracciolo, cenava, respirava vicino a lei.
Marina, alla ricerca di parole che potessero fermare il crollo della sua vita, non riuscì a dormire. Così, in preda alla disperazione, aprì lalbum di nozze, le foto di quando erano giovani e il futuro sembrava ancora davanti a loro. Che bellezza aveva allora! Molti avrebbero voluto averla al loro fianco. Forse, se avesse rivisto quei frammenti di felicità, capito che non tutto è destinato a finire.
Ma il ritorno di Massimo avvenne solo domenica, e il pensiero di Arianna svanì. Un nuovo Massimo, senza imbarazzo o vergogna, era pronto ad accogliere il cambiamento, a parlare con tono deciso, senza tollerare opposizioni.
Da quel momento, Marina si sentì libera. Domani avrebbe presentato le dimissioni. Il figlio, con la sua famiglia, doveva trasferirsi da lei. La casa di due camere, che legalmente apparteneva a Massimo, era ereditata. Un trasferimento in un appartamento più grande con la madre non avrebbe peggiorato le condizioni della giovane famiglia, e la macchina rimaneva a Massimo. Il terreno di villeggiatura, però, rimaneva suo per potervi riposare.
Marina capiva di apparire trista e poco attraente, ma le lacrime le annebbiavano la voce. Implorava di fermare tutto, di pensare alla salute, anche solo alla propria. Quel gesto la fece infuriare: Non trascinarmi nella tua vecchiaia!.
Non era giusto dire che Arianna avesse amato Massimo e accettato la sua proposta di matrimonio nella prima notte sulla campagna. Il fascino di una donna sposata la attrasse, ma anche il rifiuto del suo amante la fece riflettere. Voleva una vita stabile, qualcosa che Massimo poteva offrire, non il peggiore dei destini.
Nonostante i sessantanni, non sembrava un nonno. Era slanciato, quasi giovanile, a capo del dipartimento, intelligente e cortese. A letto mostrava passione, non egoismo. La sua vita sembrava priva di povertà, furti o truffe, solo qualche dubbio legato alletà.
Col passare di un anno, Arianna si sentì delusa. Ancora si considerava una giovane, bramava avventure, concerti, parchi acquatici, spiagge sabbiose, serate con le amiche. La sua giovinezza le permetteva di combinare tutto con la vita familiare; persino Luca, che ora viveva con lei, non le impediva di essere attiva.
Massimo, abituato a risolvere questioni legali in pochi minuti, a casa si mostrava stanco, desideroso di silenzio e rispetto. Accoglieva ospiti, teatro e persino la spiaggia, ma con moderazione. Non rifiutava lintimità, ma la chiudeva entro le nove di sera.
Il suo stomaco delicato non tollerava fritti, salumi o prodotti confezionati. La precedente moglie lo aveva nutrito così; a volte lui stesso ne rimpiangeva il sapore. Arianna cucinava pensando al figlio, senza capire perché un semplice arrosto di maiale potesse farle male.
Non teneva una lista di pillole, credendo che un adulto le potesse comprare e ricordare da solo. Così parte della sua vita passava senza di lui. Portava Luca con sé, partecipava a attività con amiche, e letà di Massimo le sembrava un invito a correre più veloce.
Alla fine, lasciò lufficio legale, perché la direzione lo trovava poco etico, e si trasferì in uno studio notarile. Un sospiro di sollievo: non dover vedere ogni giorno il volto di un uomo che le ricordava un padre.
Il rispetto era il sentimento che Arianna nutriva per Massimo. Forse era poco, forse bastava per una coppia felice. Avvicinandosi al suo sessantesimo compleanno, sperava in una festa grandiosa, ma Massimo riservò un tavolo in un piccolo ristorante di Trastevere, dove era solito andare. Sembrava annoiato, ma era naturale per la sua età. Arianna non si preoccupò.
Gli amici, le coppie con cui aveva condiviso cene, erano tutti a distanza; la famiglia era lontana, e il suo matrimonio con una ragazza giovane non gli dava conforto. Luca non era più parte della sua vita, ma il padre ha il diritto di decidere per sé, anche se lidea di gestire la sua vita lo faceva sorridere.
Il primo anno con Arianna fu come una luna di miele: usciva con lei, la incoraggiava a spendere (senza stravizzarsi), a frequentare amiche, a fare fitness. Sopportava concerti rumorosi e film folli. Alla fine, gli concesse a lei e al figlio la piena proprietà del suo appartamento, e più tardi cedette anche la quota della loro vecchia villa.
Arianna, per difendere i suoi interessi, chiese a Marina di cedere la sua metà di una grande casa. Minacciò di venderla a chiunque volesse, e Massimo, con i soldi, comprò la proprietà, giustificando che lì cera un fiume e un bosco, ideale per il bambino. Così, per lestate, i genitori di Arianna e il nipote viverono al podere, senza disturbare Massimo, che non amava avere un figlio di unaltra moglie rumoroso in casa.
La famiglia di Marina vendette il loro trilocale e si spostò in un monolocale; il figlio trovò un bilocale e Marina si sistemò da sola. A Massimo non importava più come vivessero.
Il giorno del suo sessantesimo compleanno, la gente gli augurò salute, felicità e amore. Lui non sentì più quel brivido di prima. Con gli anni, la sua insoddisfazione divenne familiare. Amava ancora la giovane moglie, ma non riusciva a starle dietro. Lei viveva a modo suo, senza pretese, senza concessi, e questo lo irritava.
Se solo avesse la stessa anima della mia ex moglie! Che potesse portare il tè alla camomilla, coprirmi con una coperta quando mi addormentavo. Così pensava, mentre Arianna lo guardava danzare nella sala, i suoi occhi brillavano di felicità.
Uscì dal ristorante, cercando di gettare via la malinconia, ma i colleghi si avvicinarono. In preda a un’irrequietezza che non riusciva più a contenere, corse verso il taxi accanto al marciapiede, chiedendo di sbrigarsi. Prima o dopo, avrebbe raggiunto il luogo dove solo lui contava, dove lo aspettavano senza giudizi.
Chiamò il figlio e, quasi supplicando, gli chiese lindirizzo di Marina. Il ragazzo, con voce stanca, gli spiegò la situazione: Mamma può stare da sola, non serve un uomo. Il padre, con un filo di voce, rispose: Non lo so, piccolo.
Il figlio gli dette un nuovo indirizzo. Il tassista, su sua richiesta, si fermò. Massimo scese, non voleva più parlare con Marina davanti a testimoni. Guardò lorologio: erano quasi le nove. Il campanello suonò, ma la voce che rispose non fu quella di Marina, bensì un tono maschile, quasi rauco.
Che cosa le succede? Sta bene? chiese Massimo, preoccupato.
Sono un uomo, tra laltro! E lei è il signor Bianchi, non è vero? rise il nuovo interlocutore.
Il signor Bianchi, lex collega di Marina, gli rispose con sarcasmo: Lamore vecchio non arrugginisce? No, diventa dargento. Le porte non si aprirono, e la scena rimase un ricordo amaro, unultima nota di unepopea che il tempo ha già smorzato.






