In quella casa le regole altrui avevano smesso di valere.
La porta si chiuse con un tonfo, e sentii la voce della suocera, che urlava nel corridoio al marito:
Mi ha cacciata fuori dal mio stesso appartamento!
Le mani tremavano mentre giravo la chiave nella serratura. Il cuore battere così forte sembrava volesse scappare fuori. Non potevo tirarmi indietro: difendevo il mio spazio, la mia famiglia, la mia stabilità.
Il tutto era iniziato tre mesi prima. Rosetta, la mia suocera, aveva chiamato Alessandro verso le dieci di sera. Nella sua voce cera unansia palpabile; parlava di problemi con la casa. Io ero alla cucina, dietro il lavandino, e coglievo solo frammenti della conversazione.
Mamma, certo, vieni quando vuoi, disse il marito senza neppure guardarmi. Starai un po da noi finché non si risolve tutto.
Mise giù il telefono e mi lanciò un sorriso imbarazzato.
Ginevra, la mamma verrà a stare un po con noi. Il suo ristrutturazione si è trascinata i muratori lhanno abbandonata.
Asciugai le mani sul asciugamano. Un nodo sgradevole si formò al petto, ma cercai di mantenere la calma.
Certo, amore. Quanto tempo pensi durerà il lavoro?
Duetre settimane, al più.
Il giorno dopo Rosetta arrivò con tre valigie enormi. Vedendo quel bagaglio, capii subito che non sarebbe stata una visita di pochi giorni. Si lanciò a stringere Alessandro con una passione quasi dimenticata, come se non si fossero visti da anni. Io ricevetti solo uno sguardo freddo, dallalto verso il basso.
Ginevra annuì lei con tono gelido. Spero di non intralciare troppo.
Ma no! Siamo felici di averla qui! tentai di suonare accogliente.
I primi giorni trascorsero piuttosto tranquilli. La suocera rimproverava la mia cucina, io tacevo. Spostava i vestiti negli armadi a modo suo, io sopportavo. Le dava consigli su come stirare le camicie di Alessandro, benché lui non si fosse mai lamentato della mia cura dei panni.
Figlia, lo sai che Alessandro non sopporta le carote nella minestra?
Eppure, per cinque anni di matrimonio, aveva sempre lodato la mia zuppa di verdure per il gusto e laroma.
E perché non avete ancora figli? continuava con insistenza. Alessandro ha trentadue anni! È il momento di pensare agli eredi!
Quella domanda ci feriva: da un anno tentavamo di diventare genitori senza successo, facendo esami insieme. Come spiegare tutto questo a Rosetta?
Passò il tempo promesso di tre settimane. Chiesi cautamente a Rosetta come progrediva il lavoro:
Oh, questi artigiani sospirò. Tutto è crollato: bisogna cambiare completamente le tubature, rifare limpianto elettrico ci vorrà ancora un mese, di sicuro.
Lanciai lo sguardo ad Alessandro sperando in un segno di sostegno o almeno una spiegazione, ma lui distolse lo sguardo.
Nel frattempo Rosetta si ambientava sempre di più nella nostra casa: occupò la stanza degli ospiti con tutti i suoi effetti; le sue pentole si accatastavano accanto alle mie; asciugamani e accappatoi migrarono in bagno; dettava la lista della spesa e decideva da sola cosa guardare alla televisione o quando aprire le finestre per far entrare laria.
La nuora non sa proprio gestire la casa si lamentava ad Alessandro a cena, a voce alta e sicura. A questetà io ne ho già tre che ho cresciuto e la casa lho tenuta in ordine come un orologio!
Mamma Ginevra è una buona padrona di casa provava a replicare Alessandro, ma senza entusiasmo.
La difendi perché la vuoi bene Ma io vedo solo polvere accumulata per settimane! Biancheria stropicciata! Nessun pranzo decente!
Stringevo i pugni sotto il tavolo, disperata e furiosa. Lavoravo lo stesso numero di ore di Alessandro e, al ritorno, ero esausta; cercavo di creare un rifugio accogliente per noi due. Ora tutti i miei sforzi sembravano inutili.
Dopo due mesi la mia pazienza scoppiò:
Alessandro dimmi sinceramente: quando se ne andrà tua madre? I lavori non possono durare allinfinito!
Alessandro balbettò:
Ginevra capisci sono sorti problemi seri Ledificio è molto vecchio forse lo demoliranno del tutto
Cosa?! E non me ne hai parlato prima?!
Non volevo farti preoccupare Finché tua madre resterà qui non cè pericolo, vero? Lappartamento è spazioso, ci staremo tutti.
Non è questione di metri! Lei comanda tutto a modo suo! Critica ogni mio gesto!
Ricordo ancora il peso di quelle parole, il rumore dei passi di Rosetta nei corridoi, i profumi di ricotta e basilico che mischiavano la mia cucina alle sue casseruole. E, come se fosse un eco del passato, mi chiedo ancora se avrei dovuto aprire di più la porta al vento della tradizione o chiudere le tende su quel caos.
Così, guardando indietro, capisco che la casa non era solo quattro mura, ma un campo di battaglia tra generazioni, dove le regole estranee, una volta infrante, hanno lasciato spazio a una nuova, più fragile armonia.






