Mi hanno confinato in una casa di riposo per rubarmi la villa, ma hanno dimenticato che l’azienda per cui lavoravano era anch’essa miaScoprì così che, con un astuto contratto di gestione, poteva trasformare l’asilo in un lussuoso centro benessere sotto il suo nome.

Pioveva a dirotto, come se il cielo volesse lavare ogni angolo di Napoli. Lasfalto luccicava sotto i lampioni e piccoli ruscelli scorrevano lungo le grondaie, trascinando foglie, mozziconi di sigaretta e la polvere dei giorni passati. Dentro la mia Alfa Romeo, il riscaldamento lavorava in silenzio, avvolgendomi in un caldo accogliente. La musica leggera che usciva dalla radio mi faceva sentire al riparo dalla tempesta, quasi fosse una bolla intorno a me.

Era un pomeriggio qualunque di mercoledì, tornavo dal lavoro dopo una riunione che era andata meglio del previsto. Sul sedile del passeggero cera una cartellina piena di documenti e in testa una lista di cose da fare. Ma tutto si è fermato allimprovviso quando, allangolo di Via Toledo, ho scorto una piccola figura accovacciata sotto la pioggia.

Non doveva avere più di otto anni. I capelli scuri erano appiccicati al viso dallacqua, e la giacca che indossava era così sottile che sembrava di carta. Stringeva fra le mani un mazzo di fiori appassiti, avvolti in una busta di plastica trasparente già accartocciata. Le scarpe di tela erano completamente inzuppate.

Ho rallentato e, senza pensarci troppo, mi sono fermato accanto al marciapiede. Lho guardata qualche secondo. Avrei potuto passare oltre, come fanno molti, ma il modo in cui stringeva i fiori al petto, come se fossero lunico tesoro, mi ha fermato.

Ho spento il motore e aperto la portiera. Il vento freddo mi ha colpito subito, accompagnato dal tamburellare incessante della pioggia. Mi sono avvicinato.

Ehi, signore! ha gridato lei sopra il rumore dellacuarela. Non vuole dei fiori per sua moglie? Sono proprio belli li vendo a buon prezzo.

La sua voce era flebile, ma cercava di suonare allegra.

Le ho tolto il cappotto e glielo ho messo sulle spalle. Era enorme per il suo piccolo corpo, ma almeno la copriva.

Tienilo le ho detto, porgendole anche il mio ombrello. Altrimenti ti ammali così.

Mi ha guardato come se gli avessi appena dato un diamante.

No, signore la mamma dice di non accettare regali da sconosciuti.

La tua mamma ha ragione ho risposto, ma questo non è un regalo. È un prestito finché lavori.

Ha esitato, poi ha accettato lombrello.

Quanti fiori hai? le ho chiesto.

Ventimila mazzi, signore, mille euro luno ma li lascio a ottocento perché sono un po rovinati dalla pioggia.

Ho tirato fuori il portafoglio e le ho allungato centottanta euro.

Li prendo tutti.

Ha aperto la bocca come per dire qualcosa, ma non è uscita parola.

Tutti? Ma che cosa farai con così tanti fiori?

Li distribuirò ho risposto. Alla gente che passa di qua. Così tutti avranno una giornata più bella.

Un sorriso timido è sbocciato sul suo volto.

Mia mamma non ci crederà.

Dove sta tua mamma?

A casa a badare al fratellino. Sta male. Per questo sono uscita io, così lei non si bagna.

Un nodo si è stretto nello stomaco.

Tieni il cappotto e lombrello. E ora, corri a casa. Tua mamma deve essere preoccupata.

Lei ha abbracciato i soldi al petto, ha fatto un paio di passi e, prima di svoltare langolo, ha gridato:

Grazie, signore! Che Dio la benedica!

Lho vista allontanarsi, ora protetta dal mio ombrello rosso. Sono tornato alla macchina tutta inzuppata, ma con una sensazione strana: un misto di tristezza, tenerezza e una leggera speranza.

Ho riacceso il riscaldamento. Il profumo dei fiori ha riempito labitacolo, e mentre cominciavo a distribuire i mazzi ai passanti, ho sentito che qualcosa era cambiato in me, anche se non sapevo ancora bene cosa.

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Mi hanno confinato in una casa di riposo per rubarmi la villa, ma hanno dimenticato che l’azienda per cui lavoravano era anch’essa miaScoprì così che, con un astuto contratto di gestione, poteva trasformare l’asilo in un lussuoso centro benessere sotto il suo nome.