Viveva da solo da anni.
Da quando la moglie se ne era andata, la solitudine lo aveva avvolto come un mantello scuro.
Tutto intorno era diventato grigio.
Niente gli dava più gioia.
Né il sole del mattino, né il tè forte, né i vecchi film di una volta.
Solo il lavoro lo teneva ancorato alla vita.
Finché ne aveva la forza, andava in ufficio.
A casa il silenzio era insopportabile.
Quel silenzio gli rimbombava nelle orecchie.
I giorni erano tutti uguali, come fotocopie.
Mattina, autobus, lavoro, casa, ombre sui muri.
Figlio e figlia si facevano vedere sempre meno.
Telefonavano in modo freddo, distaccato.
Poi smisero anche di chiamare.
Camminava per ore per le strade.
Cercava nei volti dei passanti qualcosa di familiare.
Non temeva la vecchiaia.
Temeva di morire solo.
Sentiva che qualcosa in lui si spegneva.
Pensava spesso alla moglie.
Avrebbe voluto chiederle scusa.
Non trovava il coraggio di fare il numero.
L’amava ancora, in silenzio.
Rimpiangeva le parole non dette.
Un giorno sua figlia si presentò alla porta.
Si rallegrò come un bambino.
Preparò la torta preferita di lei.
Fece il tè, tirò fuori gli album di foto.
Voleva ricordare i tempi belli.
Ma lei non era venuta per questo.
“Papà” disse con freddezza “vivi solo in quattro stanze.”
“Non è giusto. Vendi e comprati un bilocale.”
“Dammi la differenza in soldi.”
Lui pensò a uno scherzo.
Nei suoi occhi non c’era ironia.
“Non vendo niente. Qui c’è la vostra cameretta.”
“Qui ho vissuto con la mamma.”
“Hai già vissuto abbastanza!” sbottò lei.
“Ho più bisogno io di quei soldi.”
“Sei solo, che ti serve tanto spazio?”
“Quando tornerai?” chiese lui, con voce rotta.
Lei si mise le scarpe, indifferente.
“Ai tuoi funerali” rispose.
La porta sbatté con uno scatto secco.
Lui rimase immobile, poi si accasciò a terra.
Il dolore nel petto colpiva come un martello.
Restò così tre giorni, senza mangiare.
Poi chiamò il figlio, Luca.
“Luca, vieni, sto male” implorò.
Il figlio ascoltò, poi disse: “Papà, non serve tutto quello spazio.”
“Vorrei un’auto, potresti aiutarmi.”
“Verrei, se vendessi l’appartamento.”
Cadde il silenzio, quello che svuota l’anima.
Chiuse la chiamata.
Capì di non avere più figli.
Solo estranei con il suo sangue nelle vene.
Il giorno dopo, in farmacia, incontrò il fratello di sua moglie.
“Anna?” chiese. “Come sta?”
“È in Italia” rispose l’uomo. “Ha sposato un italiano.”
“Ha trovato la sua felicità” disse, con un filo di voce.
Quelle parole bruciavano come brace.
Tornò a casa nel silenzio di sempre.
Si sedette alla finestra, da solo.
Guardò le mani vuote, stanche.
Pensò a tutta la vita data per niente.
Nessuno bussò quella sera.
Nessuno bussò mai più.