Mi sono travestita da domestica, acqua sporca sul viso, ridevano. Ma ignoravano il registratore.

Mi sono travestita da domestica, acqua sporca sul viso, ridevano. Ma ignoravano il registratore.

Mi chiusi nel bagno di servizio con una borsa di plastica.

Dentro c’era un grembiule sbiadito, un foulard scuro, occhiali spessi.

Li avevo comprati in un negozio di seconda mano vicino al mercato di via Fillungo.

La cerniera della borsa si bloccò, e per un momento pensai di mollare tutto.

Poi mi tornò in mente quella telefonata.

Tre settimane prima, una sera dopo cena, ero uscita sul terrazzo per innaffiare il limone.

La finestra della cucina era socchiusa.

Sentii una voce: Marianna.

Parlava al telefono, in vivavoce.

“La vecchia è sempre incollata a suo figlio,” diceva.

“Devo solo arrivare al matrimonio,” continuò.

“Poi, con la scusa della salute, la faccio mettere sotto tutela e mi prendo tutto.”

Non respirai nemmeno.

L’annaffiatoio restò fermo a mezz’aria.

L’acqua gocciolava sulle mie scarpe.

Che cosa avevo appena sentito?

Nel giro di un’ora, Marianna mi ordinò di portare al piano di sopra sei scatole di bomboniere.

Obbedii senza una parola.

Dentro di me, qualcosa si era già rotto.

Decisi che dovevo sapere tutto.

Chi era davvero Marianna, la futura moglie di mio figlio?

Pensai al matrimonio, ormai vicino.

Pensai a mio figlio, innamorato e cieco.

Avrei dovuto fermarlo con un sospetto, senza prove?

No, serviva altro.

Serviva vederla con i suoi occhi, non con le mie parole.

Così nacque l’idea del travestimento.

Mi presentai in casa sua come nuova domestica, mandata da un’agenzia inventata.

Marianna non mi riconobbe nemmeno per un istante.

Mi parlò con disprezzo, come si parla a un oggetto.

“Lavami bene i pavimenti, non come l’ultima incapace,” disse.

Le sue amiche arrivarono per il tè del pomeriggio.

Ridevano, parlavano forte, mi ignoravano.

Una di loro mi versò apposta un secchio d’acqua sporca sul grembiule.

L’acqua sporca mi arrivò sul viso, gelida.

Risero ancora più forte.

“Guarda come si spaventa la vecchietta,” disse un’altra.

Io chinai la testa e continuai a strofinare.

Dentro la tasca del grembiule, il registratore girava.

Marianna, eccitata dal vino, parlò di nuovo del piano.

“Appena sposata, la convinco che ha bisogno di cure,” disse.

“Un paio di mesi, e la casa sarà mia,” aggiunse.

Le amiche brindarono, soddisfatte.

Io stringevo lo straccio come se stringessi la rabbia.

Finii il turno, uscii, mi cambiai in macchina.

Le mani mi tremavano sul volante.

Che cosa avrei detto a mio figlio?

Ascoltai la registrazione due volte, per essere sicura.

Poi composi il suo numero, con il cuore a pezzi.

“Devo mostrarti una cosa,” dissi soltanto.

Mio figlio annullò le nozze una settimana dopo.

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