Mia madre mi ha buttato fuori di casa perché preferiva il suo nuovo marito. Sì, avete capito bene, neanche nei drammi della TV dopo pranzo!
Fino ai cinque anni ho vissuto con mio padre ed erano giorni spensierati, in cui la vita sembrava una lunga vacanza a Rimini, ma senza le zanzare. Poi mio padre se nè andato e la mamma ha smesso di cucinare le lasagne della domenica: ha deciso che doveva rifarsi una vita, e io sono rimasta a guardarla. A otto anni, è comparso il patrigno, Romano, che si è subito autoproclamato comandante in capo della casa. Ha iniziato a distribuire ordini come se fosse Mussolini in balcone e la nostra casa è diventata una caserma, non più una famiglia.
Vivevo seguendo i turni stabiliti da Romano: lavavo, cucinavo, lucidavo la sua Fiat Punto e, se mi lamentavo, lui sfoderava la scusa del sono troppo stanco dopo il lavoro. Mia madre mi trascinava nelle faccende, temendo che Romano potesse arrabbiarsi e scatenare una nuova guerra mondiale.
Quando sono diventata adolescente e ribelle perché in Italia è obbligatorio per legge ho iniziato a protestare. Tornavo dalla scuola e anziché riposarmi o mandare messaggi alle amiche, venivo spedita in cucina. Il massimo del relax era pulire la macchina di Romano o passargli il telecomando, mentre la coppia innamorata si sbriciolava taralli davanti al televisore. Se provavo a rispondere o rifiutarmi, ottenevo una sberla e la predica sulla mia totale ingratitudine: come potevo dimenticare che loro mi davano tutto cioè un letto, della pasta scotta e una lista di doveri?
Per tutto il resto, arrangiati. Volevo iscrivermi a qualche corso, magari capoeira o recitazione? Mi ridevano in faccia con la classica battuta: I soldi non crescono sugli alberi, Mariangela. Vai a lavorare!. Gli abiti me li compravano solo se pioveva grandine o avevo superato le dieci paia di calzini bucati. E ogni volta che avevo una cosa nuova, per settimane mi ricordavano quanto fosse stato sacrificato per quella maglietta presa ai saldi.
A diciottanni, dopo il diploma, la mamma ha annunciato come se niente fosse che era ora che trovassi il mio appartamento a Bologna e che luniversità non faceva per me: Meglio lavorare subito, tanto ormai nessuno ti mantiene qui!. Viva lincoraggiamento materno.
Nel nostro paesino le opportunità di lavoro sono quelle che sono: o barista da zio Franco o venditrice di panini in stazione. Io ancora speravo che si pentissero e mi vedessero studiare, invece mamma era tutto un quando te ne vai?. Così, invece di studiare per la maturità, sono finita a servire caffè dalle dieci a mezzanotte, guadagnando così poco che non riuscivo neanche a permettermi una pizza il sabato sera. Ho risparmiato giusto per laffitto di due mesi e, neanche a dirlo, agli esami non ho brillato. Niente università pubblica per me, perché la tassa discrizione me la potevo sognare, altro che Erasmus.
Ho lasciato il bar in estate e mi sono messa a cercare qualcosa di più dignitoso: nel frattempo, la mamma e Romano ogni giorno aumentavano la pressione: Allora, hai trovato casa? e alla fine, mi hanno letteralmente lasciato i miei scatoloni sul pianerottolo.
Ho provato anche a lavorare in una drogheria, ma dopo tre giorni sono finita dal dottore, intossicata dai prodotti chimici. Quando sono tornata, avevano già assunto unaltra ragazzabenvenuti nel magico mondo del precariato italiano! E via di lavoretti sottopagati che non ti lasciano manco il tempo di respirare.
Il colpo grosso è arrivato a luglio: era il mio compleanno e, nel bel mezzo della mia personale crisi, arriva la zia Lucia in visita. Non avevo raccontato niente a nessuno, ma lei, da vera italiana, non si è arresa di fronte al mio va tutto bene. Mi sono lasciata andare a un pianto liberatorio degno di una telenovela napoletana e la zia, in un lampo, mi ha aiutato a fare le valigie e mi ha portato a casa sua. Avevo finalmente avverato il sogno della mamma: ero lontana da lei, e incredibilmente stavo meglio.
La zia Lucia mi ha aiutato a trovare un vero lavoro decente, in una libreria del paese. Così potevo studiare e mettere via qualche euro. Grazie a lei, lanno dopo ho preso la maturità e sono riuscita a entrare in ununiversità statale senza laiuto (o il freno) della famiglia. La zia mi è stata sempre accanto, anche quando la mamma tentava ancora di farmi sentire in colpa con la solita storia dellingratitudine.
Gli anni sono passati: ho finito gli studi, ho trovato finalmente un lavoro vero, di quelli che puoi raccontare alle cene di Natale senza vergogna. Ora ringrazio la zia Lucia ogni giorno per non avermi lasciato a marcire sui divanetti di Romano. La porto con me in vacanza, ci gustiamo il tiramisù migliore d’Italia e, se mi giro indietro, sorrido pensando a quanto sono fortunata a non aver mollato tutto.



