«Mia moglie è di legno, ho già trovato l’acquirente per il suo appartamento», – ridacchiò il marito al telefonoMentre la porta cigolante dell’edificio si chiudeva, sentì la voce della moglie intarsiata rispondere con un suono di legno che lo fece rabbrividire.

No, Marco, e che farà lei? La mia moglie è di legno, non le importa nulla. Non ti preoccupare, ho già trovato lacquirente per il suo appartamento.

Rimasi immobile nel corridoio, due sacchetti pieni in entrambe le mani. Le chiavi ancora tintinnavano nel mazzo: non avevo nemmeno chiuso la porta a chiave. Dentro i sacchi cerano patate, cipolle, cosce di pollo, grano saraceno in offerta e tre yogurt per Costante solo bianco, senza zucchero. Già mi chiedevano in testa se avrei scongelato la carne in tempo o se lavrei lanciata sulla padella ancora gelata, trasformandola in vapore anziché in arrosto.

Vittorio stava con le spalle al portone, il cellulare premuto allorecchio, mescolando qualcosa in una tazzina il suo caffè istantaneo con tre cucchiai di zucchero. Non faceva mai il piatto.

Non se ne accorgerà, proseguì, facendo schizzare qualche goccia dal bicchiere. Ti mando i documenti per il trasferimento, li firmi. Lei mi crede. Di legno. Nessuna emozione, né carattere. La collaboratrice domestica è gratis.

Rise. Riconobbi subito quella risata: quella che lanciava con gli amici nel garage, mentre io lavavo i piatti dopo le loro serate. Quella stessa che sentivo quando Costante da bambino cadeva dalla bicicletta e io correvo con lalcolico, mentre Vittorio stava lì a dire: «E allora, chi è la gallina? Che si rialzi da solo».

Il fruscio nei miei orecchi era come la pressione prima di un temporale. Le dita si aggrapparono alle maniglie dei sacchi, la pellicola plastica si incastrò nella pelle finché non comparvero striature bianche. Deposi lentamente la spesa sul pavimento, presi il cellulare e avviai la registrazione.

Dalla cucina arrivava un mormorio: Vittorio discuteva col suo amico Sergio di esche da pesca e del viaggio di domani al lago. Era sempre così: prima sputava veleno, poi passava alle chiacchiere leggere, come se nulla fosse accaduto, come se io fossi davvero di legno.

Avvicinai il telefono alla fessura della porta socchiusa e rimasi lì, immobile, finché non salutò Sergio e promise di «pulire laccordo la prossima settimana».

Poi Vittorio chiuse la chiamata, sbuffò, e si diresse a calci verso il frigorifero. Spensi la registrazione, infissi il cellulare in tasca, afferrai i sacchi e scivolai silenziosa oltre la cucina, nella stanza. Chiusi la porta e mi appoggiai al telaio.

Una fitta di freddo mi bruciò il petto volevo urlare o ululare come un cane ferito. Ventiquattro anni di matrimonio. Costante, la scuola, luniversità, i suoi debiti che pagavo con i miei stipendi extra. Sua madre, che accompagnavo in ospedale tre volte a settimana fino alla sua morte. I suoi calzini, le polpette, leterno «Amore, dove è la mia camicia blu?». E ora io, di legno. E lacquirente era già pronto.

Mi sedetti sul letto, fissai le mie mani. Su di esse la polvere di grano saraceno. Guardai lanello nuziale sottile, consumato. Laveva regalato quando vivevamo ancora in un dormitorio e mangiavamo spaghetti al sugo di pomodoro. Mi venne voglia di strapparlo e gettarlo fuori dalla finestra, ma non lo feci. Inspirai profondamente, come mi insegnò la mamma: «Lidia, se ti hanno ferita, conta fino a dieci prima di decidere».

Contai fino a venti. Poi mi alzai, mi sciacquai il viso con acqua gelida e tirai fuori dal cassetto un vecchio taccuino. Trovo il numero del CAF dove avevo annotato la pratica per la pensione di invalidità della mamma.

Allaltro capo della linea suonava una voce femminile: spiegava che il blocco delle operazioni di registrazione si poteva disporre online, ma era meglio presentarsi di persona. Risposi che sarei andata subito, senza indugio.

Erano circa le tre. Vittorio ruggiva in cucina probabilmente friggeva le uova. Uscii nel corridoio, indossai il cappotto.

Dove vai? chiese senza voltarsi. La padella sfrigolava.

A comprare il pane. Per cena non cè nemmeno una briciola.

Ah, prendi anche le sigarette per me.

Scesi. Lascensore tremava. Non per la paura, ma per la consapevolezza di quello che stavo facendo. Ventiquattro anni senza agire senza il suo permesso. Anche il colore delle pareti lo sceglievamo insieme, poi lui diceva: «Il beige è noioso, doveva essere verde». E io tacevo.

Il CAF era deserto. Una giovane alla finestra osservava i documenti.

È sicura di voler bloccare tutto? Senza la sua presenza personale, nessuno, nemmeno con delega, potrà vendere, regalare o scambiare lappartamento.

Sicura.

Lei batté i tasti. Dopo quindici minuti uscii con la carta in mano, la infilai nella tasca interna del cappotto, dove riposava il cellulare con la registrazione.

Ritornai a casa con una baguette e un pacchetto delle sue sigarette preferite. Vittorio era sul divano, a guardare un film dazione. Passai in cucina, accesi il bollitore. Sul fornello rimanevano i residui bruciati delluovo. Li lavai, per abitudine.

Verso le sette bussò alla porta. Vittorio si alzò di scatto, togliendosi la maglietta.

È per me, amore. Metti il bollitore, sta per arrivare un ospite.

Annuii.

Nel corridoio entrò un uomo sulla cinquantina, in un cappotto elegante, con una cartellina. Vittorio si agitò, sorrise.

Le presento Orazio Bianchi, agente immobiliare. Riguardo alla questione dellappartamento.

Uscii dalla cucina, asciugandomi le mani con il tovagliolo. Guardai Vittorio, il suo volto compiaciuto.

Vittorio, ricordi che oggi pomeriggio hai parlato con Sergio?

Si fermò. Il sorriso scivolò via come carta staccata.

Cosa? Eh qualcosa è successo, ma

Mi hai chiamato moglie di legno. Hai detto di aver trovato un acquirente per il mio appartamento e che io non saprei nulla.

Il silenzio cadde pesante. Lagente immobiliare si spostò da un piede allaltro. Vittorio, pallido, vide le guance tingersi di macchie.

Che stai dicendo, Lidia? iniziò, ma alzai la mano.

Basta. Ho sentito tutto. Ascolti.

Premetti il cellulare, attivai la registrazione. La sua voce riempì la stanza: «Moglie di legno acquirente trovato lei mi crede collaboratrice domestica gratis»

Lagente si allontanò verso la porta.

Signor Bianchi, ci sono delle complicazioni

Vittorio mi fissava come se fossi una straniera.

Hai registrato? Hai spiato? sibillò.

Stavo lì, con i sacchi della spesa che compravo con il mio stipendio, per far mangiare a Costante e alla sua ragazza. E tu, in quel momento, trattavi la mia casa. La mia, Vittorio. Non la nostra. È di mia madre.

Fece un passo verso di me, ma io continuai, calma:

Oggi sono stata al CAF e ho bloccato qualsiasi azione sullappartamento senza la mia presenza. Quindi il tuo acquirente indicai Orazio dovrà cercare altrove. Questo immobile non è più in vendita.

Lagente, visibilmente spaventato, esclamò:

Credo che sia meglio andarmene. Signor Bianchi, ci sentiamo. Mi scusi.

Sparì dietro la porta.

Rimasi sola con Vittorio, che stava al centro della stanza, ansimando come un pesce fuori dallacqua.

Che hai combinato? Hai rovinato tutto! Avevamo dei piani!

Erano i tuoi piani. Io avevo la fede. E tu lhai bruciata, chiamandomi di legno. Il legno brucia, Vittorio. E io sono andata in fiamme.

Crollò sul divano, si coprì il volto con le mani.

Lidia, perdonami. È stato un errore. È stato Sergio a spingermi

Sergio, sorrisetti. Sempre qualcuno da incolpare. Mai te stesso, che da ventiquattro anni hai vissuto alla mia spesa, bevuto il mio tè, dormito nei miei lenzuoli, considerandomi solo un mobile.

Togliei lanello, lo posai sul tavolino.

Domani avvierò la separazione. Lappartamento resterà mio è leredità di mia madre, non hai alcun diritto. Raccoglierai le tue cose entro una settimana. Spiegherò a Costante che è ormai adulto.

Lidia

Non parlare. Non capisci quanto sia leggera ora. Per la prima volta in anni non devo pensare a cosa cucinare. So solo che ho una casa. E ho me stessa.

Rimasi nella camera da letto, chiusi la porta. Il cellulare vibrò: un messaggio di una amica: «Allora, comè andata la giornata?»

Risposi: «Perfetta. Ho smesso di essere di legno».

Al mattino mi svegliai alle sette. Invece di correre a mettere il bollitore per Vittorio, mi vestii, presi il mio accappatoio e preparai un caffè per me. Macinato, con cannella. Vittorio beveva solo caffè istantaneo. Io, da sempre, preferivo il caffè a chicchi.

Uscì dalla stanza, il volto segnato, guardò la mia caffettiera.

E a me?

A te, Vittorio, tocca trovare una nuova collaboratrice domestica. I legni a volte si animano.

Bevvi un sorso: il caffè era ardente. Le mani tremavano ancora, la tazza sfiorò i denti. Ma era il caffè più buono della mia vita, perché lavevo fatto solo per me.

Bussarono alla porta. Posai la tazza, andai ad aprire. Sulla soglia cera di nuovo Orazio Bianchi, senza la cartellina, con lo stesso cappotto elegante ma con unespressione smarrita.

Mi scuso per lorario, signora. Il suo marito ieri ha detto che lappartamento era suo, ma non sapevo Vorrei offrirle i miei servizi, come proprietaria. Se decidesse di vendere o comprare, la aiuterò. Onestamente. Senza complicazioni.

Rimasi immobile, lo osservai. Vittorio apparve dalla cucina, il viso contrito.

Che ci fai qui? sbottò.

Lavoro, rispose Orazio, con tono calmo. Ho ora un nuovo cliente.

Mi porse il biglietto. Lo ruotai fra le dita, lo guardai, poi fissai Vittorio, la sua frustrazione impotente, e lagente con il suo sorriso da venditore.

Sa, signor Bianchi, ci penserò. Ma non oggi. Oggi ho dei piani: compro un gatto. E forse una nuova padella.

Lagente annuì, si congedò e se ne andò. Vittorio brontolò e scomparve in una stanza. Io chiusi la porta, mi appoggiai al telaio e risi, quasi senza suono. Per la prima volta in anni ridevo al mattino, nella mia stessa ingresso.

Finivo il caffè con un sorriso. Pensai al nome del gatto: Marta, in onore di quella che visse con noi da bambina, finché papà non la diede ai vicini «pelo ovunque». Ora avrei la mia Marta. E nessuno potrà più dire che il pelo è un problema.

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«Mia moglie è di legno, ho già trovato l’acquirente per il suo appartamento», – ridacchiò il marito al telefonoMentre la porta cigolante dell’edificio si chiudeva, sentì la voce della moglie intarsiata rispondere con un suono di legno che lo fece rabbrividire.