Mio marito è tornato a casa… ma non era più lo stesso

Marito ritornato storto

Hai preso il pane?

Mi lanciò uno sguardo come se avessi appena parlato greco antico. Non era incomprensione, proprio no. Era più una pausa, lunga, scomoda, quella che non rientrava nei canoni della nostra normalità.

Quale pane? disse finalmente. Non domandò: affermò. Senza punto interrogativo.

Quello solito. Pane toscano, del panificio allangolo. Lo prendi sempre tu.

Appoggiò la borsa per terra e si guardò intorno in cucina, come se ci mettesse piede per la prima volta.

Non sono passato dal panificio.

Annuii spostando lo sguardo sui fornelli. Niente di che, mi rassicurai. È stanco. È stato fuori una settimana, congresso a Siena, hotel, cibo che non capisci, aria nuova. Come fai a non essere sfinito?

Però il pane lui lo prendeva sempre. Da diciassette anni, ogni volta che tornava da qualche parte, anche solo da poco fuori Firenze, si fermava sempre al panificio ragazzi di via dei Tigli e portava il pane toscano. Non era un accordo, non era nemmeno abitudine forzata. Era il suo modo di tornare a casa. Un piccolo rito che ci diceva: sono tornato.

Giravo il cucchiaio nel minestrone senza proferire parola.

Lui si chiama Ernesto. Ernesto Bianchi. Io ho cinquantotto anni, lui sessantuno. Viviamo a Prato in un appartamento di due stanze al quarto piano, comprato nel 99, quando nostra figlia Lucia era ancora piccola. Lucia ora vive a Milano, chiama la domenica. Io lavoro nella biblioteca della scuola media, Ernesto è in pensione da tre anni, ma arrotonda facendo lezioni su regolamenti di edilizia allistituto tecnico. Viviamo tranquilli, con qualche granchio solo se salta la corrente ed Ernesto bestemmia. Ecco il quadro. Quindi, non cera davvero motivo logico a spiegare cosa stesse succedendo dopo il suo ritorno.

La cena passò in silenzio. Lui mangiava preciso, lo sguardo incollato al piatto. Io aspettavo che alzasse gli occhi per snocciolare qualcosa sul congresso, sui colleghi, sullascensore dellalbergo che non funzionava, o su quanto gli mancasse una minestrina fatta bene. Raccontava sempre qualcosa, durante la nostra prima cena post-rientro.

Comera a Siena? domandai.

Così così.

Il seminario è filato via bene?

Sì.

Appoggiai il cucchiaio.

Ernesto, va tutto bene?

Alzò gli occhi. I soliti, grigi, un po affaticati.

Tutto bene. Solo stanco.

Sbarazzai la tavola, lui si rintanò in camera con lo smartphone. Da fuori sembrava tranquillo, come sempre, come se nulla fosse successo. Ma il pane non cera. E nemmeno la conversazione. Eppure mancava qualcosaltro, una cosa senza nome.

La prima notte la attribuii alla stanchezza. La seconda pure.

Venerdì, al terzo giorno, ho notato la prima stranezza vera.

Stavo bevendo caffè guardando giù in cortile. Ernesto esce dal bagno, passa in cucina, si versa dellacqua. Poi prende dal mobile la scatola della pasta e la apre, ci annusa dentro e la ripone al suo posto. Io nulla. Ma Ernesto la pasta alluovo non la tocca. Mai. Fin dal primo giorno rideva che è roba da pranzetto triste. Per finta dicevamo che meno male che cè riso e orzo, e di pasta alluovo manco lombra.

Stavolta invece annusava la scatola. Quasi volesse provarla.

Ma ti è venuta voglia di pasta alluovo? chiesi cercando di non sembrare troppo sorpresa.

No, rispose e si ritirò in camera.

Io rimasi a fissare la scatola aperta per un po.

Sabato chiamò Lucia.

Ha già fatto ritorno papà? domandò subito.

Sì, mercoledì scorso.

Come sta?

Esitai appena un secondo.

Stanco dal viaggio. Tutto tranquillo.

Va bene. Mamma, a ottobre vengo a trovarvi, ok? Io e Paolo abbiamo ferie.

Ma certo, vi aspetto.

Non le raccontai niente. Che dovevo dirle? Che papà non ha portato il pane e annusa la pasta alluovo? Suona da ridicoli.

Ma sapevo che qualcosa non andava. Non razionalmente. Più nella pancia, dove senti odor di temporale in arrivo e non sai perché.

Domenica propongo una passeggiata. Capitava spesso andare ogni tanto al Parco delle Cascine. Ci sedevamo sempre sulla panchina vicino al laghetto, prendeva due bicchieri di cedrata dal chiosco, se era aperto, si lamentava dei dolori alla schiena, io lo tormentavo di fare ginnastica, lui rideva. Piccoli, insignificanti rituali di coppia.

Ce la facciamo una camminata al parco? chiesi.

Si scolla dal telefono.

Quale parco?

Delle Cascine. Cè bel tempo.

Ci pensò su. Anche quello era insolito. Di solito diceva subito va bene o un secondo, prendo la giacca. Non cè bisogno di pensarci.

Ok, disse dopo un po.

Andavamo in silenzio. Io osservavo, basta. Lui guardava in giro senza particolare interesse e senza neppure la solita rilassatezza della domenica. Sembrava uno che cerca di memorizzare la strada in un posto nuovo.

Allentrata del parco cera un vecchio col cane, uno di quei cocker spaniel rosso peloso e panciuto.

Guarda che Mario, gli dico. Da otto anni chiamiamo tutti i cocker panciuti così, perché la nostra ex-vicina aveva proprio un cane identico, Mario. Era una parola solo nostra, uno di quei codici di coppia.

Lui guarda il cane. Niente.

Mario, ripeto più piano.

Un bel cane, risponde. Cortese, neutro.

Alla rosa canina mi fingo intenta a osservare le bacche. Il cuore batte un po troppo svelto per essere una domenica tranquilla.

Non si ricordava Mario. O fingeva di non ricordare. Ma perché?

Al laghetto il chioschetto della cedrata era chiuso, sarà passato lestate. Ernesto si siede sulla panchina e osserva lacqua.

Si sta bene qui, dice.

Ci veniamo spesso, lo sai.

Davvero?

Mi volto verso di lui.

Ernesto, qui ci veniamo da almeno dieci anni.

Annuisce. Calmo, imperturbato.

Sì. Volevo dire solo che si sta bene.

Mi si strinse qualcosa nello stomaco. Non capii subito cosa fosse, ci arrivai solo di notte, distesa a sentire il suo respiro regolare. Non aveva detto mi ricordo o sicuro che sì. Solo volevo dire che si sta bene, come uno che acconsente a un fatto nuovo.

Quella notte non dormii più. Cè, nella psicologia, una parola per quella cosa che qualcuno a te caro diventa irriconoscibile dopo un brutto shock, come se ti avessero sostituito la persona. Non mi ricordavo come si chiamasse. Ma qui di shock non ce nerano stati, almeno che ne sapessi. Congresso di regolamenti. Siena. Non che sia una tragedia esistenziale.

Verso le tre mi alzai, bevvi un bicchiere dacqua, stetti alla finestra. Il cortile deserto, il lampione che lampeggiava ogni tanto. Guardavo fuori, e pensavo: aspetta. Magari è qualcosa che non dice. Magari ha litigato, o si sente male, o è semplicemente scocciato dalla vita. Va così, specialmente dopo i sessanta, quando il mondo ti chiede tanto e il futuro è un grande punto di domanda.

Tornai a letto. Lui dormiva di lato, rivolto verso il muro. Gli appoggiai la mano sulla schiena, leggero, come facevo sempre. Non si mosse.

Lunedì mattina, chiamo la mia amica Nina. Siamo amiche dalluniversità, lei lavora come impiegata in ambulatorio dallaltra parte della città. Nina è terra-terra, la qualità che preferisco in lei.

Nina, posso passare?

È successo qualcosa?

Non lo so. Forse niente. Vorrei solo parlare.

Fatti viva dopo le cinque che sono a casa.

A casa sua, profumo di torta appena sfornata, anche se non ha infornato nulla. Ci sediamo, té caldo. Le racconto il tutto. Del pane, della pasta alluovo, di Mario, del sì al laghetto.

Nina ascolta tutta attenta. Poi tace.

Ma dai Stefy, magari è solo depressione. O qualche problema di memoria. Oh, mica siete ragazzini.

Ha sessantun anni, Nina.

Uhm, pure quello del quinto piano è partito così a sessantadue.

Ma lui ricordava sempre tutto meglio di me. Tutti i dettagli, i nomi.

Tutto cambia prima o poi.

Non è semplice smemoratezza. Lui guarda me… Beh, lo fa normalmente, ma a volte mi pare mi osservi come una commessa al supermercato.

Nina si stacca un pezzo di crostata.

Hai dormito ultimamente?

No.

Ecco. Guarda che magari sei tu che ti stai impanicando. È stato fuori, chissà che ha combinato, e gli uomini mica raccontano tutto. Lascia passare una settimana.

Annuii. Forse ha ragione davvero.

Ma mentre tornavo a casa ripensavo a lui con la scatola della pasta, e ancora quel piccolo, minuscolo gesto mi restava piantato in gola.

Lui era in casa. Al tavolo con delle carte, scriveva. Posai i sacchetti della spesa e accesi il bollitore. Non alzò nemmeno la testa.

Sono stata da Nina.

Mm.

Mi ha dato della crostata.

Sollevò gli occhi dalla carta.

Di che?

Di cavolo verza. Quella che ami.

Uhm, non mi piace tanto la verza.

Appoggio il sacchetto piano, come al rallentatore.

Ma come? Da piccolo la adoravi. Me lo dicevi sempre. La tua mamma faceva solo quella.

Mi osserva serio.

Mamma faceva quella alle mele.

Silenzio.

Sua madre si chiamava Anna, morta dodici anni fa. Lho conosciuta bene. In cucina da lei entravo sempre. Le crostate: verza e uovo, sempre. Era la sua ricetta segreta, e ne andava fiera.

Ernesto, Anna faceva quella con la verza, lo ricordo benissimo.

Beh, può darsi rispose scrollando le spalle, tornando ai fogli.

Andai in sala e mi fermai alla finestra. Là fuori la solita strada dautunno, gente, auto parcheggiate.

Anna preparava con la verza. Ricordo il profumo, la cucina stretta, la tovaglia a quadri. Lui la ricordava meglio di me. Mi aveva raccontato quella storia mille volte con occhi che sorridevano. Non puoi dimenticare il profumo della cucina di tua madre.

Presi il cellulare e cercai Valeria, sua sorella, che ora vive a Lucca. Non sono mai stati tanto in contatto, ma ogni tanto si sentono. Chiamai.

Stefania! sempre affettuosa e con lo squillo alto. Come state?

Tutto bene, Vale. Scusami, ti volevo solo chiedere una cosa. Ti ricordi che crostata faceva vostra mamma?

Piccola pausa.

Sicuro. Con la verza e luovo, sempre. Perché?

No, niente, mi serve il ricettario. Grazie cara.

Riattaccai sentendomi sciocca. Solo per una crostata, pensai. Proprio da ridere.

È la memoria, forse. Neurologia, età, tutto insieme. Bisogna portarlo da un medico, parlargli chiaro.

A cena gli domando:

Ernesto, ti fa male la testa negli ultimi tempi?

No.

Dormi bene?

Sì.

Non vuoi fare una visita? Così, per sicurezza.

Mise giù la forchetta.

Che bisogno cè?

Per controllare la pressione. È un po che non vai.

Me la misuro da solo. È a posto.

Mi preoccupo, tutto qui.

Mi fissò un istante. Studiando.

Pensi che abbia qualcosa?

Vorrei solo controllare.

Stefania, sto bene. Lascia perdere.

Riprese a mangiare. Sapeva chiudere la conversazione, lui. Con una frase, senza urla, solo spostando il confine.

Io invece lo fissai a lungo. Tenendo la forchetta nella mano destra, strano non fosse mancino. Forse ha la schiena più curva del solito? Sto delirando, pensai. Forse sono solo io che mi spavento per un nonnulla. La gente cambia. Soprattutto magari, quando non te ne accorgi.

In bagno, mi guardo allo specchio. Una donna stanca con i capelli corti grigi, ormai stanca di tingerli, le rughe che Ernesto aveva sempre chiamato rughe di sorriso. E mi convinco: Stefania, immaginazione. Non taccorgi manco di come tiene la forchetta di solito.

Mi lavo e a letto.

Nel cuore della notte mi sveglia il silenzio. Niente sudori, proprio silenzio. Lui non cè. Il suo lato del letto freddo.

Vado in cucina. Ha la luce accesa e annota qualcosa su un quaderno. Proprio scrive, una penna bic in mano, cosa strana, perché Ernesto non scrive nulla a mano dai tempi della lira.

Ernesto?

Alza gli occhi tranquillo. Come se mi aspettasse.

Non dormo.

Che stai scrivendo?

Pensieri miei.

Posso vedere?

Pausa.

Cose personali.

Uno scambio di sguardi lungo. Le cose personali non erano mai state un tabù fra noi. Dopo diciassette anni cerano spazi e rispetto, ma questo tono non laveva mai usato.

Va bene, dico rientrando in camera.

A letto, sento che scrive ancora. Poi si alza, spegne la cucina, torna. Resta sveglio. Il mattino non cè traccia del quaderno.

Lo cerco. Non so bene perché, ma lo cerco. Niente in cucina, guardo anche nel suo comodino, lo so che non si fa, ma ormai siamo a posto così Nulla. Vecchi occhiali, una moneta da 2 euro, foglietti. Il quaderno sparito.

Se lo è portato dietro.

Vado in biblioteca. Lì almeno tutto è regolare: odore di carta, un po di polvere e calma. Metto a posto pile di libri, aiuto Eleonora, la nostra giovanissima bibliotecaria stagista. Giornata normale.

A pranzo, in magazzino, penso: comè che si capisce davvero se una persona è cambiata? Non nei dettagli, nellessenza. Che cosa succede davvero dopo diciassette anni, quando conosci lodore dei suoi vestiti, come ride, cosa lo spaventa, e poi ti trovi di fronte a qualcuno spostato di due centimetri.

Intuizione: sostituzione psicologica. Lavevo letto una volta da qualche parte. Quando il tuo caro cambia così tanto che non sembra più lui. Può essere neurologico, oppure stress. O semplicemente la vita. Dopo i cinquanta, i sessanta: i figli ormai via, il lavoro che se ne va, ti svegli fianco a fianco a uno sconosciuto.

Ma io conoscevo Ernesto. Ne ero sicura.

A cena era già a casa. Alla finestra, guardava fuori. Immobile.

Che fai, Ernesto?

Guardo.

Cosa?

Guardo e basta.

Strano, da lui soprattutto. Lui era sempre energico, pratico. Se stava fermo, parlottava tra sé o scarabocchiava numeri. Così, a fissare nel vuoto, non lavevo mai visto.

Giornata comè andata? chiesi.

Tutto uguale. Lezioni, solite cose.

Gli studenti?

I soliti.

Tiro fuori il pollo e inizio a preparare.

Raccontami qualcosa di Siena, dico voltandomi.

Su che?

Qualsiasi cosa. Dove stavi, cosa hai visto. Sei stato via sette giorni.

Pausa.

Hotel come sempre. Seminario in università. Siamo andati a vedere un cantiere fuori. Tutto qui.

Cerano colleghi di qui?

Qualcuno.

Chi?

Silenzio. Lo guardo, non mi incrocia.

Due dellistituto. E qualcun altro.

Cera il professor Rinaldi?

Rinaldi, capo dipartimento, tre anni assieme a Ernesto: parlavano di pesca, lo scorso anno sono andati sul tram a Livorno insieme. Mi aveva raccontato mille storie su Rinaldi.

Rinaldi? No, non cera.

Ma lui cè sempre.

Non questa volta.

Torno a cucinare. Boh.

Di notte, appena Ernesto si addormenta, mando un messaggio alla moglie di Rinaldi, la signora Giulia: Buonasera, tutto bene. Volevo solo sapere se il professor Rinaldi è tornato bene dal congresso a Siena?

Risponde subito: Ma no, non è andato, questanno lhanno lasciato a casa. Però tutto bene!.

Chiedo scusa per la confusione.

Non sa chi cera a Siena. O magari mente, ma perché farlo?

Vado per ipotesi. Forse ci ha litigato ed evita largomento. Forse non è stato nemmeno al congresso Magari ha passato la settimana chissà dove.

Basta. Sto delirando.

Però il pensiero non se ne va più.

Il giorno dopo trovo la scusa delle tende da cambiare e gli propongo una sortita da CasaMia, il negozio di tessuti e roba per la casa su via Bolognese. Andavamo lì ogni tanto. Ernesto odiava scegliere tende, si annoiava, mi diceva sempre prendi quelle che vuoi che io non capisco niente, e poi finivamo al bar vicino a mangiare una bomba. Era un rito.

Oggi andiamo a prendere le tende nuove? chiedo.

Dove?

Da CasaMia.

Ne servono davvero di nuove?

Queste sono anni novanta.

Alza le spalle.

Va bene.

Passiamo il pomeriggio tra velluti e cotoni, e io tiro in lungo, poi dico:

Prendiamo una bomba? Quella lì, nel bar di fianco? Ci fermiamo sempre.

Mi guarda.

Non lo so, quel bar.

Sorrido, facendo finta di nulla.

Ora te lo ricordi. Dai, seguimi.

Lo ci porto, bar Il Sorriso, insegna gialla, pane caldo nellaria. Ci bazzichiamo da ventanni.

Vedi? È quello.

Guarda il bar.

Ah, dice. Non cavevo fatto caso.

Prendiamo la bomba. Lo fisso. Tutto normale, il modo di tenerla, si preoccupa che io abbia preso il tovagliolo.

Solo una volta dà unocchiata lunga allinsegna. Come se volesse appuntare la scena.

Ernesto, dico piano, ti ricordi di me?

Si gira. Sembra sorpreso.

Che vuol dire? Sei Stefania, mia moglie.

Lo so. Ma, di noi?

Qual è il problema Stefania?

Niente. Solo che tu ultimamente sembri diverso.

Tutti cambiano, dai.

Strano, hai detto proprio ciò che pensavo due giorni fa. Solo che tu hai sempre detto: la gente non cambia mai.

Non risponde. Finisce la bomba.

Forse cambiamo anche noi, no? chiude piano.

Torniamo in tram. Io guardo fuori, e penso che avere davanti il proprio marito che non riconosci è una paura più diffusa di quanto sembri.

Giovedì, dopo che va al lavoro, mi infilo nel suo studio. Non sono una ficcanaso, ma voglio vedere. Alla scrivania, nel primo cassetto, cè il quaderno.

Lo apro. Le prime pagine bianche. Nel mezzo appunti fitti, una calligrafia minuta e ordinata, per nulla sua (lui scrive a zampa di gallina).

Leggo.

Elenchi: Stefania, moglie, 58 anni, biblioteca. Figlia Lucia, Milano. Caffè senza zucchero. Vuole cambiare tende. Nina, amica, lavora in ambulatorio. Poi: Crostata di verza dovrebbe piacere. Parco delle Cascine la domenica. Cocker Mario, battuta privata. Altro: Anna, madre. Verza o mele? Da verificare.

Resto senza fiato.

Sembrano gli appunti di uno che deve studiare vite altrui. Un archivio di dettagli per non sbagliare.

Chiudo il quaderno. Lo rimetto a posto. Torno in cucina, bevo lacqua piano. Poi di nuovo.

Le idee sono poche ma ferme. Chi è questuomo.

Abita qui da una settimana, ha la faccia di Ernesto, la sua voce, sa che io sono Stefania, ma tutto il resto lo annota. Studia come fossimo in un esame.

Telefono al lavoro, finta malattia.

Mi siedo vicino al divano a fissare il muro. Devo trovare un senso. Amnesia? Dissociazione? Può capitare, magari ha avuto una brutta esperienza là dove non lo so. Qualcosa è successo e ora ricostruisce i tasselli. Lo nasconde per vergogna o paura.

Sì, può essere.

Ma la calligrafia?

Quella no. Non è la sua. La conosco sui biglietti, sulle buste dei regali, sulle liste della spesa. Quella è di qualcuno di precisissimo, Ernesto non è mai stato così.

Può cambiare anche la calligrafia. Dopo un colpo, ma sarebbe paralizzato, invece sta bene, cammina, parla

Mi massaggio la faccia.

Lui torna alle sette. Ho preparato la cena, sfornato il pane, tirato su la casa. Devo fare qualcosa.

Sei stanca? mi chiede. Non sei andata a lavorare.

Mal di testa. Ora va meglio.

Annuisce, si lava le mani. Sera normale.

A tavola lo osservo, penso alla sostituzione interna delle persone. La sparizione non di chi se ne va, ma di chi resta e non cè più.

Ernesto.

Sì?

Raccontami qualcosa di noi. Di come ci siamo conosciuti.

Alza lo sguardo. Con calma.

Perché?

Vorrei sentire la tua versione.

Mette giù la forchetta. Ci pensa.

Ci siamo conosciuti da amici comuni, alla festa di compleanno. Avevi il vestito blu.

Aspetto. Ok, vero. Era il vestito blu. Ventitré settembre novantasette, compleanno di Silvia. Tutto giusto, fin qui.

Poi ci siamo rivisti un paio di volte continua e abbiamo iniziato a uscire insieme.

Pausa.

E poi basta, aggiunge.

Lo fisso.

E dopo?

Siamo andati a vivere insieme, Lucia è nata, abbiamo preso casa.

Ernesto, il giorno che ti sei dichiarato dove siamo andati?

Stefania

Dimmi solo quello.

Silenzio lungo.

Non ricordo ogni dettaglio, risponde. È passato tempo.

Ma mi avevi detto che non ti dimenticavi neanche un minuto. Lo avevi raccontato a tutti alle nozze dargento.

Niente risposta.

Ernesto, dove siamo andati?

Mi guarda. Occhi spenti.

Stefania, sussurra. Perché vuoi sapere certe cose adesso?

Voglio solo sapere se le ricordi.

Sono stanco. Era tanto tempo fa. Nessuno ricorda tutto.

Non è una cosa qualunque.

Per me sì.

Mi alzo e sparecchio, anche se le forchette tintinnano. Lui zitto.

Siamo stati sulla Sieve, vicino a Firenzuola. Con il treno fino a San Piero, bus e poi a piedi. Ci siamo persi, lui mi ha preso in braccio per non bagnarmi le scarpe in un fiumiciattolo, e lì mi ha chiesto di sposarlo. Lo ricordava sempre con gioia. Lo raccontava a tutti.

Chi sta seduto davanti a me non sa questa cosa.

La notte mando un messaggio lunghissimo a Nina. Racconto del quaderno, della calligrafia, della Sieve.

Risponde alle una: Stefania. Medico. Subito. Potrebbe essere qualsiasi cosa da lui o anche da te. Richiamami domani.

Metto via il cell. Lui respira accanto, tranquillo. Guardo in alto.

Lì, al buio, penso che talvolta le persone spariscono, restando accanto.

Venerdì mattina ho deciso. Glielo dico in faccia. Gli spiego del quaderno, della telefonata a Valeria, del messaggio a Giulia, che Rinaldi non è andato a Siena. Che voglio risposte. Che non sono sua nemica, ma ho bisogno di capire.

È già in cucina, sorseggia il tè.

Ernesto.

Sì?

Dobbiamo parlare.

Si volta, mi guarda a lungo.

Lo so, dice.

Mi fermo.

Sai cosa?

Che hai capito qualcosa. Ho visto che hai frugato nello studio.

Silenzio. Non chiedo scusa. Sto ferma.

Siediti.

Ci sediamo. Tiene la tazza con due mani. Fissandola.

È difficile da spiegare, inizia lui.

Prova.

Quello che credi beh, in parte è vero.

In che senso?

Non mi ricordo tutto. Alcune cose grandi. Importanti.

La Sieve, dico.

Alza lo sguardo.

Cosa?

Ti sei dichiarato sulla Sieve. Ricordi?

Un piccolo spasmo sul viso.

No.

Mario?

Pausa.

No.

Tua madre? Anna?

Ricordo il viso, la voce. Ma dettagli no.

Restiamo lì in silenzio.

Da quanto va avanti?

Non lo so. Un po.

Non me ne hai parlato.

Non sapevo come.

Segni tutto, per non sbagliare.

Sì.

La penna è diversa.

Pausa. Posa la tazza.

Lo so.

Come si spiega?

Ma nulla. Fissa il tavolo. Aspetto.

Ernesto. Guardami negli occhi.

Lo fa. Occhi grigi, i suoi.

Sei Ernesto? Il mio Ernesto?

Per la prima volta, qualcosa di autentico: tristezza forse, paura, sicuramente spaesamento.

Stefania, dice piano. Non so come risponderti.

Lo fisso. Mani strette sulla tazza. Le rughe alla bocca sempre uguali. I capelli grigi sulle tempie.

Almeno questa risposta è sincera?

La più onesta che posso.

Fuori piove, la classica pioggerellina di Prato. Sento le gocce sul davanzale.

E ora che faccio? chiedo, a voce bassa.

Non lo so, confessa. E mi sembra vero.

Vado a preparare il caffè. Amaro. Rimango alla finestra.

Dietro di me, sento che anche lui si alza, si avvicina.

Stefania.

Sì?

La tua voce la ricordo da sempre. Il modo in cui parli, le pause. Quello sì.

Non mi volto.

Non basta.

Lo so.

Fuori la pioggia scroscia. Un clacson, poi silenzio.

Mi servirà tempo, dico.

Va bene.

Non so come andrà.

Capisco.

Mi volto. Mi guarda, come se volesse dire una cosa sola, enorme, che non riesce.

Dimmi solo una cosa.

Che cosa?

Vuoi davvero restare?

Aspetta qualche secondo. Piove, fitto sui vetri.

Sì. Voglio stare qui.

Lo fisso. Questuomo guarda come Ernesto, annota tutto come fosse scuola, ma tiene la tazza tra le mani esattamente come lui.

Allora vai a prendere il pane, dico. Toscano. Al panificio ragazzi.

Annuisce. Prende la giacca. Va verso la porta. Si ferma.

Stefania.

Sì?

La Sieve. Me la racconti, un giorno?

Lo guardo a lungo.

Vediamo, rispondo.

La porta si chiude. Resto con la tazza in mano davanti alla finestra, ascoltando i suoi passi sulle scale. Quarto piano. Sedici scalini. Li ho sempre contati.

Sedici.

Lo vedo dal vetro. Va verso i portici, si stringe nel giubbotto. Pioggia, normalissimo giorno grigio.

Svolta allangolo, verso il panificio.

Tengo la tazza, vuota dentro, come se dentro ora ci fosse solo silenzio, nessun sollievo, ma neanche la voglia di raccontare storie che non convincono più.

Il telefono vibra. Nina.

Come va? chiede lei subito.

Non so.

Ne avete parlato?

Sì.

E?

Guardo dal vetro. Allangolo, ormai non cè più nessuno.

Nina, vivresti con qualcuno che non sa chi è?

Pausa.

Lha detto lui?

Più o meno.

Stefania, medico. Subito. Non si può andare avanti a chiacchiere e caffè.

Lo so.

E ora?

Poso la tazza.

Non lo so. È andato a prendere il pane.

Quale pane?

Toscano, dal panificio.

Nina tace.

Stefania, mi preoccupi.

Tutto a posto, Nina. Dopo ti richiamo.

Rimetto giù il telefono. Un sorso di caffè. Freddo ormai, ma buono lo stesso.

Sedici scalini.

Dopo venti minuti sento il portone. Poi scalini. Sedici.

Rimango ferma.

Chiave nella toppa.

Ecco, dice dal corridoio. Toscano. Era lultimo.

Mi volto. Sta sulla soglia della cucina con il pane in pugno, fradicio di pioggia e la frangia attaccata alla fronte.

Mettilo sul tavolo, dico.

Lui lo appoggia.

Ci guardiamo.

Lo vuoi un tè? chiedo.

Volentieri.

Metto su lacqua. Lui appende la giacca, si siede. Silenzio; non pesante, non scomodo. Solo silenzio.

Stefania, fa piano. Mi racconti la Sieve?

Lacqua nel bollitore comincia a cantare.

Non adesso, dico. Forse, più avanti.

Va bene.

Il bollitore fischia.

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