Nascosta nella dispensa, al ritorno di Luca, Veronica resta immobile ascoltando la sua telefonataMentre la voce dell’interlocutore svela un segreto di famiglia che Veronica non aveva mai osato immaginare, il suo cuore inizia a battere all’impazzata.

Ludovica si infilò dietro la porta della dispensa un attimo prima che il lucchetto si girasse.

Si appoggiò alla mensola piena di barattoli, afferrò la maniglia dallinterno e la trascinò verso di sé, lasciando solo una fessura larga quanto un dito.

Respirava con voce rauca, stringendo la bocca con la mano, perché nel corridoio regnava un silenzio assoluto: qualunque suono sarebbe rimbombato per tutta la casa.

La porta dingresso si spalancò.

Carlo tossì, fece un passo nellatrio. Attraverso la stretta fenditura Ludovica vide le sue braccia: due sacchetti di spesa bianchi, stracolmi, le maniglie di corda affondate nelle dita.

Mamma! gridò. Sei a casa?

Ludovica strinse la mano ancora più forte.

***

Fino a quel momento Ludovica era sola da cinque anni. Quando la malattia lo colpì allimprovviso, come spesso accade a chi nasconde il proprio dolore, il cuore non lo reggeva più.

Il primo anno senza di lui fu il più pesante: non era il lutto a spezzarla, lei sapeva reggersi, ma il silenzio nella casa la portava ai limiti. Carlo rideva davanti alla televisione così forte che nella cucina si sentiva ogni singola parola.

In bagno cantava a squarciagola, scombussolava parole e melodie senza alcuna timidezza. Ora, con la porta del bagno chiusa, non si udiva più nulla se non il ronzio del tubo, un suono che a Ludovica sembrava un boato.

La figlia Ginevra arrivò da Bologna nei primi giorni. Rimase due settimane: puliva, cucinava, la notte si accoccolava accanto alla madre sul letto, semplicemente presente, senza pretendere parole.

Era un dono prezioso.

Il figlio, invece, non si fece vedere né allora né più tardi. Luca non era più da undici anni, e Ludovica aveva smesso da tempo di spiegare ad alta voce il perché, anche se dentro continuava a rileggerlo come un disco graffiato.

La sua partenza era stata dolorosa e contorta, come accade quando la verità resta sepolta per troppo tempo. Luca era sempre stato difficile: irritabile, impulsivo, incline a crisi per qualsiasi motivo.

a scuola a malapena reggeva il passo, al sesto anno dovette ripetere e ne uscì con tre voti mediocri. Sua sorella Matilde era il suo opposto: tranquilla, diligente, sempre con i voti alti.

Luca odiava Matilde, rispondeva sgarbatamente alle osservazioni, e Carlo a tratti perdeva la pazienza, anche se cercava di contenersi.

Quando Luca compì diciannove anni, Carlo lo mandò in estate dalla madre, la signora Claudia, in un borgo vicino a Rieti, sperando che il lavoro nei campi lo facesse respirare aria più pulita, lontano dalla vita frenetica della città.

Claudia era una donna dura come il ferro, non era abituata a trattenere la lingua e non la riteneva necessaria. Quando Luca combinava qualcosa nel giardino, lei gli sbatté sul petto:

E cosa ti aspetti da me, codardo?

Luca tornò a Roma lo stesso giorno, posò la valigia nellatrio, si diresse in cucina, si sedette e chiese a bassa voce, quasi senza intonazione:

È vero?

Ludovica guardò Carlo. Carlo la guardò.

Era da tempo che avrebbero dovuto dirglielo, ma rimandavano sempre, convinti che non fosse ancora il momento, che il ragazzo dovesse ancora crescere un po.

È vero, disse Ludovica. Ti abbiamo preso da casa quando eri ancora un neonato, con otto mesi. Hai pianto così forte da far vibrare le pareti, ma quando ci hai visto, ti sei fermato e mi hai fissato.

Allora le dicevo a Carlo: è nostro, non cè più niente da fare.

Luca si alzò e andò nella sua stanza. Lui e Carlo rimasero in cucina fino a mezzanotte, a parlare di tutto tranne di quello che non sapevano dire.

Pochi giorni dopo Luca sparì. Portò con sé i soldi che lui e Carlo avevano messo da parte per la sua camera nello stucco, pensando a una sorpresa per lautunno.

Lui fu il primo a fare la sua sorpresa.

Carlo ne parlava a malapena. La sera rimaneva a guardare fuori dalla finestra.

Ludovica vedeva che lui soffriva, ma non osava fare domande: Carlo aveva un suo modo di affrontare il dolore, attraverso il silenzio, e lei lo rispettava. Qualche anno dopo il suo cuore non ebbe più battiti.

Luca riapparve allinizio di aprile. Bussò delicatamente, senza suonare il campanello, quasi incerto che gli aprissero.

Ludovica aprì la porta e rimase lì per alcuni secondi a fissarlo: un uomo di trentanni, barba incolta, leggermente gobbo, con un sacchetto di mandarini in mano.

Mamma, disse. Scusami. Ho agito da stupido.

Con tono da ragazzino.

Lei rimase immobile, incerta su cosa fare.

Voglio rimediare, aggiunse. Se mi dai una possibilità.

Lo abbracciò sulla soglia. Lui ricambiò in modo goffo, con quel passo incerto che hanno chi non ha più abbracciato da tempo.

A cena raccontò di come avesse lavorato come cuoco in tutta Italia, da Palermo a Catania, iniziando da piccole taverne e arrivando a ristoranti di alto livello. Era davvero bravo.

Ludovica lo osservava mentre tagliava una gallina, pensando che la vita fosse davvero strana: una persona sparisce per undici anni e poi ritorna a cucinare polpette per te.

Lui rimase a vivere. Occupò la sua vecchia stanza, sistemò le cose sugli scaffali, al mattino preparava porridge o uova strapazzate.

Ludovica chiamava Ginevra ogni sera.

È tornato, vero? Ginevra rimase in silenzio al telefono. E come sta?

Bene. Educato. Cucinare bene.

Mamma, sei sicura che sia tutto a posto? Sono passati undici anni, dopotutto.

Ginevra, è mio figlio. Non sei una estranea.

Telefonò a parenti in tutta Italia, raccontando a tutti: Luca è tornato, Luca è a casa. La cugina di Bari urlava al telefono che non cè fumo senza fuoco e che nessuno ritorna da una vita di vagabondaggi.

Ludovica rispondeva che non serve a chiacchierare, che era tutto a posto.

Circa due settimane dopo notò che si stava stancando più di prima. Di sera la testa sembrava avvolta da una nuvola di cotone, al mattino era confusa.

Pensò fosse la primavera: avvitaminosi, pressione altalenante, letà di sessantanni rende la salute inaffidabile, non cera nulla di preciso a cui lamentarsi. Limportante era che il figlio fosse lì.

Ginevra le chiedeva di sera come stesse la salute. Ludovica rispondeva che era normale, un po stanca, ma che sarebbe passata.

Forse dovresti andare dal dottore?

No, non andrò a correre da ogni piccolo affaticamento al pronto soccorso. Ci vogliono due settimane per un appuntamento, e passerà da sola.

Non passò. La nausea aumentava, la testa a pranzo diventava pesante.

Ludovica prendeva vitamine, faceva tè al rosa canina e cercava di non fissarsi.

Quella notte si svegliò molto presto, prima delle sei. Fuori un cielo grigio di aprile, nessuno per strada.

La bocca le era così secca che a malapena riuscì a deglutire, indossò le pantofole e andò in cucina a prendere acqua. Il corridoio era al buio: conosceva lappartamento a memoria, ogni svolta.

Non arrivò in cucina prima di fermarsi.

Luca era al fuoco. Una sola fiamma ardeva sotto una pentola di farina. Teneva un piccolo sacchetto di plastica con una polvere sconosciuta e ne versava il contenuto nella pentola, poi mescolava con cura.

Ludovica indietreggiò nel corridoio, arrivò in camera da letto, si sdraiò sul letto e tirò su la coperta.

Stava a fissare il soffitto con gli occhi aperti. Dopo qualche minuto la porta della camera scricchiolò. Chiuse gli occhi, respirò lentamente, fingeva di dormire, sentendo Luca osservare dal rivolo della porta.

Si alzò, chiuse la porta.

Il campanello dellingresso suonò.

Ludovica aprì gli occhi.

Il sole dellalba filtrava fuori. Contava mentalmente le date: quando iniziò a sentirsi male, quando arrivò la nausea, quando quella stanchezza di piombo la colpì. Tornava indietro nel tempo, arrivava al giorno in cui Luca si era sistemato e aveva preso in mano la cucina.

Si vestì, decise di andare a trovare la vicina Tamara al terzo piano, una donna di buon senso, che non faceva chiacchiere inutili e sapeva gestire le cose senza lacrime. Era quasi pronta a uscire, quando il lucchetto girò.

Non ebbe nemmeno il tempo di capire come fosse finita nella dispensa.

Attraversò la fessura, vide Luca prendere il telefono e avvicinarlo allorecchio.

Pronto. Sì, sono a casa. Pausa. No, la vecchia è sparita, non la trovo. Si girò per il corridoio. Non ti agitare, dico.

Lui era quasi al capolinea. Pensava fosse solo avvitaminosi o pressione. Sbuffò. Quando finirà, svuoteremo lappartamento in fretta, è una cosa facile, e verrò subito da te.

Sopravvivremo!

Ludovica rimase immobile, la mano sulla bocca, guardava la fessura verso il figlio.

Accidenti, ho dimenticato di andare in farmacia, disse irritato. Devo di nuovo farmi una doccia. Sbottò. Va bene, tornerò presto, aspetta.

La porta sbatté. I passi sullandrone si spensero.

Ludovica uscì dalla dispensa e rimase al centro dellingresso. Stette lì a fissare la sua giacca sullappendiabiti, gli stivali sullo stipite, le chiavi della serratura superiore sullo scaffale.

Il lucchetto inferiore apriva solo con la sua chiave, non ne aveva fatto copie per nessuno.

Raccolse la sua borsa in venti minuti: documenti, carta didentità, una piccola foto di Carlo in una cornice.

Chiamò Ginevra.

Mamma, che fai così presto? Ginevra sbadigliò al telefono.

Sto pensando, Ginevra. Prenderò il treno e verrò da te.

Mi sono mancata.

Vieni, certo. Quando?

Oggi.

Oggi?! Ginevra si svegliò del tutto. E Luca? Che ne dice, lo porti anche lui? Voglio finalmente rivedere mio fratello.

Luca è al lavoro, lontano dalla città. Non è qui. Vengo da sola.

Allora mandami il numero del treno, ci incontriamo.

Ludovica chiuse il telefono. Mise dentro la borsa di Luca gli oggetti raccolti in un mese: alcune magliette, un rasoio, un libro consumato, li sistemò ordinatamente e chiuse la zip.

Depose la borsa sul pianerottolo dingresso.

Tirò fuori dalla tasca un foglio e una penna a sfera, scrisse lentamente e con chiarezza:

«Luca. Ti amo, ti ho sempre amato e credo lo amerò ancora, anche se non lhai meritato. Per questo non andrò alla polizia. Ma non voglio più vederti. Mai più. Mamma.»

Piegò il foglio e lo posò sopra la borsa.

Uscì. Chiuse la porta con il lucchetto inferiore usando la sua chiave, la rimise in tasca.

Raggiunse la stazione della metropolitana Viale Giustiniano in autobus, scese nella metropolitana, salì su un treno e non guardò gli annunci sopra le porte, ma il suo riflesso nel vetro scuro.

Il treno si mosse, partì.

Il viaggio verso la stazione di Termini fu breve, con cambio a Repubblica. Sul binario era vuoto e riverberante.

Acquistò un biglietto per Bologna su un treno diurno, si sistemò su una panchina nella sala dattesa, accanto a un uomo che nutriva i piccioni con briciole di pane. I piccioni si spingevano e si spostavano tra loro.

Ludovica pensava che doveva ancora raccontare tutto a Ginevra. Non oggi, non appena varcata la soglia, ma prima. Ginevra era sveglia, capirebbe e non si lamenterebbe invano.

Cercava di non pensare a Luca, ma era difficile.

Ginevra la incontrò al binario di Bologna, corse quasi a troppi passi e la abbracciò subito, forte, prima ancora di parlare. Ludovica si appoggiò allavambraccio della figlia e chiuse gli occhi.

Mamma, sussurrò Ginevra. Cosa è successo?

Te lo dirò più tardi, rispose Ludovica. Prima torniamo a casa.

Camminarono insieme lungo il binario; Ginevra portava la sua borsa. Un sole mattutino timido illuminava il paesaggio.

Ludovica camminava pensando che, a Roma, nella dispensa, sullo scaffale più alto, ci fosse ancora un barattolo di marmellata di ciliegie, chiuso da quellestate di agosto scorso, risparmiato per linverno, mai aperto.

Che rimanga lì. Non è nella marmellata cheE così, con il ricordo di quella marmellata di ciliegie, Ludovica trovò finalmente la serenità.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

14 + fifteen =

Nascosta nella dispensa, al ritorno di Luca, Veronica resta immobile ascoltando la sua telefonataMentre la voce dell’interlocutore svela un segreto di famiglia che Veronica non aveva mai osato immaginare, il suo cuore inizia a battere all’impazzata.