Non c’è nulla di più terribile al mondo…
“Dai, tutto bene per Filippo. Lo dimetto per l’asilo.” La dottoressa porse a Laura il certificato. “Non ammalarti più, Filippo.”
Il bambino annuì e guardò la mamma.
“Andiamo.” Laura gli prese la mano e, alla porta, si voltò. “Arrivederci.”
“Arrivederci,” ripetò Filippo dietro di lei.
Nel corridoio, Laura lo fece sedere su una sedia e andò a prendere i cappotti. Filippo faceva dondolare le gambe allegramente e osservava curiosamente gli altri bambini. Si infilarono i giubbotti, e Laura gli annodò la sciarpa.
“Domani torni all’asilo. Ti è mancato?” gli chiese.
“Certo!” rispose Filippo con entusiasmo.
Uscirono dall’ambulatorio pediatrico e si incamminarono per la strada innevata verso la fermata dell’autobus.
“Mamma! Eh, mamma…” Filippo strattonò la mano di Laura, che era persa nei suoi pensieri.
“Cosa?” chiese lei, riportandosi alla realtà, mentre rifletteva che domani finalmente sarebbe tornata al lavoro e la vita sarebbe ripresa il suo corso normale.
Segui lo sguardo del figlio e vide una donna con un passeggino aperto. Dentro c’era un bambino della stessa età di Filippo, con la bocca semiaperta da cui colava un filo di saliva e lo sguardo vuoto. Laura distolse subito gli occhi.
“Mamma, perché quel bambino è nel passeggino? È già grande,” chiese Filippo sottovoce.
“È malato,” rispose lei.
“Ma tu non mi hai portato nel passeggino quando stavo male io,” insistette il bambino.
“Andiamo, sbrighiamoci. È un tipo di malattia diversa,” disse Laura, dando un’ultima occhiata alla donna che si allontanava col passeggino e trascinò il figlio verso la fermata.
Dopo la nascita di Filippo, non riusciva a guardare i bambini malati senza sentirsi travolgere dalla compassione, immedesimandosi nel dolore delle madri che li accudivano da sole. I mariti spesso non reggevano e se ne andavano. Fortunata chi aveva parenti vicini.
E lei? Ce l’avrebbe fatta? Avrebbe sopportato quel peso insostenibile? O avrebbe abbandonato il bambino in ospedale? Suo Filippo? Mai. Nemmeno pensarci le faceva paura.
Mentre tornavano a casa sull’autobus, Laura ripensò a quei giorni…
***
Era una donna bella e spensierata. Aveva avuto storie con uomini, ma non si era ancora sposata, figuriamoci pensare ai figli. Ma il tempo passava, le amiche si erano tutte sposate, alcune più di una volta, e qualcuna aveva già figli alle elementari. Parenti e conoscenti, ogni volta che la incontravano, le chiedevano: “Non ti sei ancora sposata?”, facendo facce stupite quando rispondeva di no.
Col tempo, anche lei cominciò a desiderare una famiglia, dei figli. Si sentiva pronta a fare da mangiare per il marito, a occuparsi di un neonato, a fare passeggiate col passeggino come tutte le altre mamme. Ma gli uomini che le piacevano erano già sposati o, dopo un matrimonio fallito, non volevano impegnarsi. E quelli a cui piaceva lei, a lei non interessavano. La solita storia degli amori mancati.
Poi un giorno incontrò lui. Non era il suo tipo, non corrispondeva all’uomo dei suoi sogni. Ma le amiche e la mamma insistevano: “Se non ti sposi ora, non ti sposerai mai. Hai trentatré anni, è ora di fare un figlio.” Ma lei non faceva la difficile: le cose semplicemente non andavano come voleva.
Il futuro marito parlava d’amore, di figli, di progetti, le fece una proposta romantica. E Laura accettò. Dopo un matrimonio fastoso, rimase incinta quasi subito. Perché aspettare? A trentatré anni il tempo stringeva.
Camminava per strada sorridendo, ammirando gli altri bambini, entrando nei negozi di abbigliamento per neonati a guardare vestitini e scarpine. A volte posava una mano sul ventre, come per proteggere quella nuova vita che già amava profondamente. Sperava fosse una femmina.
Appena finita la nausea mattutina, cominciarono gli incubi. Sognava di perdere il bambino per strada o di ritrovare il passeggino vuoto. Lui c’era, poi spariva. Urlava, piangeva, ma non lo trovava. Altre volte si svegliava e scopriva che il ventre era piatto, il bambino svanito… Ma c’era stato!
Si svegliava col cuore in gola, toccava la pancia gonfia ma stentava a tranquillizzarsi. Aveva paura di addormentarsi, di sognare ancora.
“È normale, capita. L’ansia in gravidanza è comprensibile,” la rassicurava il ginecologo.
Un giorno si accorse che il bambino non si muoveva più. Passò la sera e la notte in attesa di un calcetto, e alla mattina corse in ospedale. La mandarono a fare un’ecografia.
“Perché non dice niente?” chiese quasi piangendo, notando lo sguardo preoccupato del medico sullo schermo. “Che succede?”
“Tranquilla, mamma, il cuoricino batte. Senti.” Premette un pulsante, e Laura udì il rapido battito del suo piccolo. “Sta solo dormendo profondamente, non riesco a svegliarlo.”
“Lui? Un maschio?” chiese sorpresa Laura.
“Sì. Non lo sapeva?”
Quando finalmente sentì un lieve calcetto, sospirò sollevata.
“È vivo! Si è svegliato!” rise sommessamente.
Più si avvicinava il parto, più aveva paura. Camminava lentamente, con fatica, la schiena le doleva in modo insopportabile.
“È un feto grande. Nascerà un gigante,” la tranquillizzavano i medici.
“Ce la farò a partorirlo?” si preoccupò Laura.
“E dove vuoi che vada?” rise l’ostetrica durante una visita.
“Ma sono una primipara attempata, come dite voi?” insistette Laura.
“Si partorisce anche a quarant’anni e più. Non preoccuparti.”
“Posso fare un cesareo?” chiese cautamente.
“Perché? Non ci sono indicazioni. Ce la farai benissimo.”
“Ho sogni terribili. Non è solo paura… Sembrerò pazza, ma ho un brutto presentimento.”
“Non fissarti. Tutte hanno paura. Andrà tutto bene,” la liquidò il medico.
“Ma se…” Laura insisteva per il cesareo.
“Bene. Hai scelto dove partorire?”
“Posso scegliere l’ospedale ma non come partorire?” Dentro di lei montava l’irritazione.
“Dovrai parlare con la primaria. Spiegale le tue paure. Ma stai tranquilla, l’ansia fa male al bambino.”
Laura si calmò momentaneamente. Il giorno dopo si recò in ospedale. Nell’atrio, davanti all’ufficio della primaria, c’erano altre donne incinte con mariti o madri. Si sentì a disagio. Chiamò il marito e gli chiese di raggiungerla.
Una ragazza uscì dall’ufficio e la fece entrare.
“Buongiorno…” Laura cercò di spiegare le sue paure, i presentimenti, gli incubi.
La primaria, severa e poco incline ai sorrisi, l’ascoltò attentamente e sfogliò la cartella.
“Niente indica la necessità di un cesareo. Ieri una donna di quarantadue anni ha partorito naturalmente. Sei giovane e sana, ce la farai.”
“Posso pagare l’intervento. Quanto costa?” insistette Laura.
“Non inventare problemi,” la redarguì la primariaDopo aver sceso l’autobus, tenendo stretta la mano di Filippo mentre tornavano a casa, Laura capì che ogni rischio corso, ogni lotta sostenuta, ogni lacrima versata erano valse la pena solo per vedere quel sorriso.




