Al Giorgio non rimase più la moglie. Non riuscì a lasciarsi alle spalle gli ultimi parti.
Che pianga o che non pianga, rimangono cinque ragazzi. Il più grande, Marco Bianchi, ha nove anni. Matteo Bianchi, sette. I gemelli Sergio e Lorenzo hanno quattro ognuno. E la più piccola, appena tre mesi, Ginevra, la figlia tanto attesa
Non si può piangere quando i bambini chiedono da mangiare. E se si accascia, a mezzanotte resta in cucina, a fumare
Allinizio Giorgio, da solo, girava come poteva. La suocera è venuta a dare una mano, un po di sollievo. Non cerano più parenti. Voleva portare via Sergio con Lorenzo, così sarà più facile per te. Poi, da un qualche ospedale, arrivarono due persone.
Proponevano di mandare tutti i bambini allinternato. Giorgio non voleva cedere nessuno. Come si può dare via i propri figli? Come vivere poi? È difficile, è chiaro, ma che fare? Crescono piano, e un giorno saranno grandi.
I più grandi a volte riuscivano a controllare i compiti. Con Ginevra cera più confusione, ovvio. Qui intervenivano anche Luca e il piccolo Andrea, per dare una mano.
E la bambina infermiera di casalinghe, Nina Bianchi, veniva spesso, si prendeva cura. Una volta promise a Giorgio di mandargli una bambinaia. Era difficile per un uomo con un neonato. È una ragazza bella, laboriosa. Lavora come bambinaia in ospedale.
I suoi figli, in verità, non aveva, perché non era ancora sposata. Ma aiutava a crescere fratelli e sorelle, da una grande famiglia del villaggio vicino. Così entrò in casa di Giorgio Lucia Rossi.
Bassa, robusta, viso rotondo, con una treccia lunga fino alla vita. Silenziosa, non diceva una parola di più. E tutto cambiò nella casa di Giorgio. La casa brillò, fu pulita, lavata, risplendente.
Rimise a posto i vestiti dei bambini, li lavò di nuovo. Si occupava di Ginevra, cucinava e arrostiva. Scuole e asili notarono subito il cambiamento: i bimbi erano puliti, ordinati, i bottoni non più cuciti con filo nero su bianco, i gomiti non più sporchi.
Una notte Ginevra si ammalò, febbricitò. Il dottore disse che si riprenderà, basta curarla. Nina rimase sveglia la notte intera, senza mai sdraiarsi, accudiva la piccola. E piano, senza che nessuno se ne accorgesse, rimase nella casa di Giorgio
I più piccoli cominciarono a chiamarla mamma, desideravano laffetto materno. Lucia non risparmiava tenerezza. Lodi, accarezzava la testa, abbracciava. E i bambini
I più grandi, Marco e Matteo, allinizio non sapevano come chiamarla. Poi la chiamarono semplicemente Lucia. Né bambinaia né madre, solo Lucia, per ricordare che avevano una madre vera E per letà, la vedevano quasi come una madre di seconda mano.
I parenti di Lucia si opponevano.
Dove ti metti questa pelle al collo? I ragazzi sono pochi in paese?
I ragazzi ci sono, rispose, ma mi dispiace per Giorgio E i bambini hanno imparato a cercare
Così vissero. Quindici anni passarono quasi invisibili I figli andavano a scuola, crescevano. Non tutto era liscio a volte succedeva anche un piccolo danno. Giorgio si arrabbiava, afferrava la cintura. Lucia lo tirava indietro, aspetta, padre, prima devi capire
Litigate, poi si facevano pace, succedeva. Nessuno più chiamava Lucia del villaggio. La chiamavano Lucia Bianchi, con rispetto. Marco, questanno, era già sposato, aspettava il primogenito.
I giovani vivevano separati, Marco lavorava nella cooperativa agricola. Non era lultimo meccanizzatore, ma ogni anno riceveva un diploma o un premio. Matteo finiva gli studi in città, e Lucia ne era fiera: sarà un ingegnere il mio ragazzo.
Facevano tutto insieme scherzavano da bambini, si sostenevano, se serviva. Ginevra passò alla nona classe, anche lei orgoglio di Lucia. Cantava, danzava, nessuna festa passava senza di lei.
Giorgio, ancora, pensava a quanto Nina Bianchi avesse scelto per lui una moglie Quellestate Lucia sentì qualcosa di strano nel suo corpo, un malessere. Letà, non era mai stata malata, ma improvvisamente la vista si offuscò, un peso al petto
Giorgio la cacciò dal salotto al portico con la sua sigaretta; lei stava male. Allinizio pensò passerà, ma no. Dovette andare dal dottore.
Rientrò a casa silenziosa, pensierosa. Ignorò le domande di Giorgio, diceva tutto bene.
Ma la sera, quando tutti dormivano, chiamò Giorgio sul portico.
Siediti, papà, dobbiamo parlare Sai cosa mi ha detto il medico? Avrò un bambino È troppo tardi per fare qualcosa, dobbiamo disse, coprendo il volto con le mani. Che vergogna
Giorgio rimase sbalordito. Dopo tutti questi anni senza figli doveva averne ancora!
Ma che vergogna, mamma, i più grandi sono quasi sparsi, forse ci separeremo? Vedi, la natura ha sistemato tutto! Prepariamoci!
Come lo dici ai bambini? Diranno che sei vecchia, ma
Ma quanti anni ho? Trentanove, non è ancora così!
Non so più cosa fare, che fare Vergogna
Va bene, lo dirò io. Domani lo dirò a tutti, così tutti si raduneranno.
E lo fece. Appena tutti si sedettero a tavola, disse: Miei cari figli, presto avrete un fratello o una sorella. Così sia.
Lucia abbassò la testa, il piatto sembrava contenere qualcosa di rosso, arrossò fino alle lacrime.
Marco, che quel fine settimana era ospite con la sua giovane moglie, rise a crepapelle.
Che bello, mamma! Brava! Proprio così, dammi anche i miei! Sarà più divertente crescere insieme!
Sergio esultò:
Sì, mamma! Un fratellino!
Lorenzo si oppose:
No una femmina. Abbiamo troppi maschi, una principessa darà equilibrio
Ginevra solo lo guardò.
Hai coccolato? Certo, una bambina, mamma! Le farò nastri, compreremo vestiti belli! esclamò entusiasta.
Vestiti pensi a una bambola? intervenne Matteo. Crescere un bambino è anche educarlo, disse serio.
Lo faremo, affermò Giorgio.
E Lucia continuava a coprirsi il ventre che si gonfiava, a volte con una sciarpa, a volte con un mantello, come se il caldo la rinfrescasse.
I mesi scivolarono via inosservati. Finalmente il primogenito di Marco nacque, un bambino! Matteo partì per completare gli studi al suo istituto, le vacanze finirono. Sergio e Lorenzo si iscrissero al tecnico agrario.
E lanno scolastico di Ginevra iniziò. La casa divenne silenziosa, vuota. Ginevra era a scuola, con le amiche, e qualche ragazzo la accompagnava ai corsi di danza domenicali.
Lucia non dormiva, aspettava Ginevra. Allimprovviso un dolore acuto, così forte che il suo sguardo si oscurò.
Giorgio, chiamò debolmente, Giorgio, credo che è iniziato
Il padre impallidì, i piedi non entrarono più negli stivali.
Aspetta, mamma, subito, chiama l’ambulanza! gridò Ginevra. E subito capì, corse verso la porta.
Due minuti dopo, un ragazzo arrivò al portone.
Mamma, Tolomeo porterà lauto, chiederà al papà, aspetta!
Tolomeo, dunque, pensò, e un altro forte dolore colpì il basso ventre.
Oh, mamma! Che succede!
Cinque minuti più tardi, entrò il ragazzo che la accompagnava.
Il papà lo porterà, disse a Ginevra. Vuoi andare?
Io andrò, strappò la giacca dallappendiabiti di Giorgio. Non temere, Lucia, sono con te
Quella notte Giorgio rimase sul portico della casa di maternità, a fumare una sigaretta dopo laltra. Allalba le porte si aprirono, sbucò una bambinaia non più giovane.
Siedi, papà? Fumi? Ora dovrai fumare meno È la prima volta o cosa?
Ho cinque bambini, rispose Giorgio, confuso.
Sei ricco! Non cinque, ma sette! La tua bella ha partorito due!
Ddue? balbettò Giorgio.
Un maschietto e una femminuccia! Il maschietto è chiassoso, rise la bambinaia. E la bambina è una bellezza! Torna a casa, papà. Domani vieni, riposerà ancora poco. I bambini devono prendere peso. Porta quello che serve, capito?
Sì, annuì Giorgio, stordito.
Alla dimissione tutta la famiglia si radunò. Per loccasione anche tre studenti scesero dalle lezioni e arrivarono. Linfermiera portò solennemente due fasciati, uno legato con nastro azzurro, laltro con rosa. Dietro, Lucia sembrava imbarazzata.
Giorgio prese uno, laltro non sapeva come prendere.
Due è scomodo ho dimenticato come, si arrossò.
Il secondo fasciato lo prese Marco:
Prendi, papà non è la prima volta!
Che bella! guardò dentro Ginevra. Sorellina, mia bellezza!
Dando fiori e torta allinfermiera, parlando del loro futuro, si diressero verso il bus della cooperativa, il direttore aveva riservato il mezzo per un evento così importante.
Mamma, è tutto per noi! sorrise Marco.
E Lucia teneva in braccio uno dei pacchetti, sorridendo piano ai suoi pensieri. Cresceremo bene, mormorò, Dio voglia. Guardò Giorgio che stringeva laltro pacchetto.
Cresceremo, si corresse, naturalmente, noi
Bambini, si rivolse ai piccoli, che nome daremo a loro?
E subito tutti cominciarono a suggerire nomi che amavano o che ricordavano qualcuno.
Il conducente del bus, amico di Giorgio, sentiva il chiacchiericcio alle loro spalle e pensava: Non è forse una madre per loro, questi cinque.
(Questo sogno si chiudeva in uneco di risate, di odori di pane e di sigarette, di luci che si mescolavano al crepuscolo di un villaggio italiano.)La mattina successiva il sole si levò timido sopra le colline, e il profumo del pane appena sfornato avvolse la casa come un abbraccio. Il piccolo gruppo si sistemò intorno al tavolo di legno, dove i biscotti di miele e le tazze di caffè caldo attendevano pazienti. Giorgio, con il viso segnato ma gli occhi ancora pieni di speranza, guardò i due neonati avvolti in coperte di lino, e sentì una dolcezza che non conosceva da anni.
Lì, accanto a lui, Lucia accarezzò delicatamente la testa del maschietto, mentre le lacrime di gioia le rigavano le guance. Finalmente, sussurrò, la nostra famiglia è completa. Marco, il più grande, si alzò e, con voce ferma, propose di organizzare una festa per accogliere i nuovi arrivati. Matteo, con il suo spirito pratico, promise di costruire una cuccia di legno per il piccolo, mentre Lorenzo, ormai più maturo, dichiarò che avrebbe insegnato ai bambini a leggere le stelle. Sergio, con il suo sorriso contagioso, promise di diventare il fratello più protettivo. Ginevra, ormai adolescente, guardò il fratellino con occhi curiosi e disse: Ti racconterò le storie che mi ha raccontato nonna, così non ti perderai mai.
Il villaggio intero fu avvolto dallatmosfera di festa: le donne intoneranno canti tradizionali, gli uomini suoneranno la fisarmonica, e le luci di lanterne appese ai rami degli alberi disegneranno ombre danzanti sulla piazza. Quando il bus tornò carico di gente, tutti portarono doni: latte, formaggi, giocattoli di legno intagliati a mano. Il suono dei riso dei bambini riempì laria, e il campanile suonò lora della sera, segnando il nuovo inizio.
Nel tramonto, Giorgio si sedette di nuovo sul portico, ma questa volta la sigaretta era solo un ricordo. Accanto a lui, Lucia posò la testa sulla sua spalla, e i due condivisero un silenzioso consenso: il passato era una ferita che aveva insegnato loro a valorizzare ogni battito di cuore. Con il vento che accarezzava le colline, un pensiero attraversò la sua mente: la vita, con tutti i suoi alti e bassi, è un filo intrecciato di speranze, perdite e rinascite.
E così, sotto il cielo stellato, la famiglia Bianchi, più numerosa e più unita che mai, guardò avanti verso un futuro incerto ma luminoso, consapevole che lamore, quando è coltivato con pazienza, può fiorire anche nei giardini più impervi.






