Non osare cantare

Non provare a cantare
Sorridi nel modo giusto.

Nina non capisce subito che quelle parole sono rivolte a lei. Sta fissando le sue mani, adagiate sulle ginocchia sopra un vestito blu notte che non avrebbe mai scelto: troppo stretto sulle spalle, troppo lucido, troppo estraneo.

Nina. Ti ho detto che sorridi nel modo sbagliato. Troppo tesa. La gente lo percepisce.

Gennaro parla a mezza voce, senza voltarsi. Guarda la sala dove già si stanno sistemando gli ospiti per lanniversario della sua azienda. Venti anni di attività. Una grande festa. Una serata importante. Il ruolo di Nina è stato delineato prima, come una clausola di contratto: sedere al suo fianco, avere un aspetto decoroso, non dire nulla di troppo, non bere più di un calice, non rivolgersi ai partner se non autorizzata.

Scusa, dice lei.

Non scusarti, correggiti.

Il ristorante è uno di quei posti dove il denaro si avverte fisicamente. Non ostentato, ma chiaramente percepibile: nella pesantezza delle tovaglie, nelle luci soffuse dei lampadari, nelleleganza silenziosa dei camerieri che sembrano fluttuare nellaria. Nina è già stata qui qualche volta e ogni volta la sensazione è la stessa: si sente fuori posto. Non come moglie di un uomo daffari, ma come persona. Come donna con un nome, una storia, qualcosa dentro che un tempo la definiva.

Ha compiuto da poco cinquantasei anni. Ventotto passati con Gennaro Borghi. Si sono conosciuti mentre lei terminava il conservatorio. Era brillante, piena di voce, innamorata di Puccini e Verdi. Lui, giovane imprenditore, occhi accesi e la convinzione che il mondo si potesse comprare o plasmare a piacimento. La guardava come se lei fosse quel mondo. Poi si è capito che desiderava solo cambiarle forma.

Gennaro, posso andare da Laura? È seduta laggiù da sola.

Laura aspetterà. Non hai nulla da fare al tavolo dei Carli.

Ma la conosco da ventanni.

Nina. Il tono non è arrabbiato, solo stanco, tipico di chi spiega sempre la stessa cosa a un bambino. Stasera è importante. Siediti e sorridi.

Lei sorride. Il sorriso giusto. Quello delle istruzioni.

La sala si riempie piano di gente. Collaboratori, clienti, funzionari, loro mogli. Tutti agghindati, vivaci ma misurati, chiacchierano di ciò che si deve dire in occasioni così. Nina ascolta frammenti di conversazione e si accorge che non ricorda lultima volta in cui ha parlato di qualcosa che lappassionasse sul serio. La musica, la fuga, il perché il secondo concerto di Rachmaninov la travolga ogni volta che lo sente per radio.

A casa, la radio non si accende quasi mai. Gennaro odia la classica. Le dice che gli mette i nervi a fior di pelle.

Al tavolo vicino, una donna in abito rosso ride forte a una battuta. Una risata vera, roca, spontanea. Nina la guarda con una punta di invidia. Non per il vestito, né perché è più giovane o più bella. Solo perché ride con la naturalezza di chi sente di averne diritto. Senza chiedere permesso a nessuno.

La cena procede. Brindisi, applausi, discorsi sui ventanni di successi e su un futuro radioso. Gennaro tiene il suo breve e incisivo, come sempre. Gli applausi scrosciano. Sa tenere pubblico, è vero. Nina applaude con gli altri e si sorprende a pensare che anche lei, forse, ne era capace un tempo: dominare una sala. Stare davanti al pubblico, cantare fino a farlo trattenere il fiato.

Lultima volta che ha cantato in pubblico è stato ventiquattro anni fa, a una serata al conservatorio. Quella sera, Gennaro è venuto a prenderla in anticipo: era arrivata una telefonata di lavoro.

Dopo il dessert, lanimatore annuncia un piccolo concorso di talenti un intrattenimento leggero: chi vuole può salire sulla pedana a mostrare il proprio talento, raccontare una barzelletta, fare un gioco di prestigio, cantare. Gennaro storce il naso.

Che volgarità, sussurra.

Nina tace. Osserva il palco. Lì cè un microfono. Vicino, un pianista giovane dal viso aperto che ha già suonato diverse melodie di sottofondo. Nina lha notato dallinizio: dita lunghe, un movimento della testa che segue sempre il ritmo, anche pianissimo.

Salgono due persone. Il primo racconta una battuta, il secondo suona larmonica. Gli applausi sono gentili, senza entusiasmo. Poi lanimatore invita ancora. La sala si fa più silenziosa.

Qualcosa si muove dentro Nina. Non uno scossone, ma come una porta chiusa che finalmente cede a una lieve spinta. Posa il tovagliolo sul tavolo. Si alza.

Dove vai? chiede Gennaro.

In bagno.

Non va in bagno, ma dallanimatore. Gli sussurra qualcosa. Lui solleva un sopracciglio sorpreso, poi annuisce. Lei si avvicina al pianista, sussurra anchessa qualcosa. Lui annuisce subito, negli occhi si accende la curiosità.

Quando il suo nome viene annunciato, Gennaro impiega qualche secondo a realizzare. Poi capisce. Nina vede il suo volto di sfuggita mentre si avvia al palco, e si sforza di non guardarlo. Guarda il microfono.

Tre gradini per salire. Davanti a lei la sala è piena di estranei, uomini in giacca, donne eleganti. Molti sono distratti, parlano tra loro. Qualcuno la osserva con gentile attesa: cosaltro ci aspetta?

Nina fa un cenno al pianista.

Lui attacca i primi accordi e la sala si ferma, sorpresa dalla melodia: niente canzonette, nessun brano leggero. È Rachmaninov. Vocalizzo. Una delle arie più difficili e belle, che Nina aveva affrontato alla laurea in conservatorio. Senza parole. Solo voce e musica.

Inizia a cantare. Per un attimo stenta a credere sia la sua stessa voce: non è morta, non ha ceduto agli anni del silenzio, è ancora qui. Diversa, più profonda, ma viva. Autentica.

La sala si ammutolisce al terzo passaggio. Non piano, ma improvvisamente: le conversazioni si fermano, i bicchieri restano sospesi, tutti si voltano. Nina non se ne accorge quasi. Canta pensando soltanto al respiro, alla tenuta del fraseggio, a non lasciarsi distrarre dal pensiero di Gennaro, dal suo volto, da quello che verrà.

Poi non importa più nulla. Cè solo questo.

Alla fine, per qualche secondo resta silenzio. Poi parte un lungo applauso. Qualcuno si alza. Non tutti insieme, ma si alzano. Applaudono davvero, senza convenevoli. La donna in rosso grida brava. Il pianista la guarda dal basso come se avesse appena assistito a qualcosa di raro.

Nina scende dal palco. Le gambe tremano appena. Il cuore batte, ma regolare. Cammina verso il tavolo e intravede Gennaro.

Lui non applaude.

Siediti, dice.

Si siede.

Capisci quello che hai appena fatto?

Ho cantato.

Non fare la spiritosa. Il tono è gelido. Ti sei esibita senza il mio permesso. Capisci come apparirà?

In che senso?

Sembri una moglie a cui non basta lattenzione. Solleva il calice e lo posa lentamente. Torniamo a casa. Tra dieci minuti.

Ma Gennaro, la serata

Tra dieci minuti, Nina.

Tre persone le si avvicinano subito dopo. La donna in rosso, Teresa, le stringe la mano e le dice: Meravigliosa, da dove viene? Un uomo anziano con la barba da professore le fa solo: Magnifica. Chi era il suo maestro? Laura Carli, lamica di sempre, si precipita e la abbraccia. Profuma di casa, e per un attimo Nina rischia di scoppiare a piangere lì.

Nina, dove sei stata tutto questo tempo? Dio mio, cantavi come

Laura, dobbiamo andare, Gennaro la interrompe comparendo di colpo. Le prende il braccio, non forte, in modo persino dolce, ma con la pressione tale da sentirla. Scusate, Nina ha mal di testa da stamattina. Dobbiamo proprio andare.

In macchina, il silenzio è totale, più pesante di qualsiasi parola. Nina guarda fuori il notturno di Milano, le luci, le vetrine. Dentro di sé sente uno strano senso di calma, non gioia né paura, ma una terza cosa: è come se avesse appena ricordato il suo nome.

A casa, Gennaro si toglie la giacca, la appende e si gira verso di lei:

Ecco come stanno le cose, dice. So che ti annoi. Capisco che vuoi qualcosa per te. Ma devi renderti conto che esistono limiti. Cè ciò che è appropriato e ciò che non lo è. Stasera mi hai messo in imbarazzo davanti a persone fondamentali per il mio lavoro.

Ho cantato. La gente ha applaudito.

Ti sei messa in mostra a una cena aziendale. Capisci la differenza?

No, risponde Nina, stupita dalla calma della sua voce. Spiegami.

Lui la fissa a lungo. Poi dice:

Hai tutto. Casa, benessere, rispetto. Non capisco cosa ti manchi. E onestamente, non voglio più saperlo.

Io invece lo so. Mi manco io.

Che vuol dire?

Lo sai benissimo.

Nina va in camera e chiude la porta. Si sdraia vestita, fissando il soffitto bianco, regolare come la loro vita in superficie. Sente Gennaro che gira per casa, apre e chiude armadi. Poi silenzio.

Lei non dorme. Pensa. Ricorda di quando, quindici anni prima, aveva accettato di lasciare il lavoro alla scuola di musica, dove insegnava canto. Gennaro aveva detto che non era adatto alla sua posizione sociale, che pagavano troppo poco, che non aveva senso. Lei aveva acconsentito, sperando di reinventarsi. Ma a ogni tentativo, Gennaro trovava una ragione per cui non fosse il caso.

Non lha mai colpita. Mai urlato. Solo spiegato, con infinita tranquillità, cosa fosse giusto e cosa no. E in ventotto anni, Nina si è abituata tanto ai suoi discorsi da smettere di sentire la propria voce. Anche solo dentro di sé.

Fino a ieri sera.

Al mattino, mentre lui è in doccia, lei prende una vecchia borsa dalla soffitta. Ci mette i documenti, il diploma del conservatorio ritrovato nel fondo di un cassetto, alcune foto. Il cellulare. Contanti che aveva messo via negli ultimi tre anni senza sapere bene per cosa. Ora lo sa.

Si veste semplice. Jeans, maglione, giacca. Quando Gennaro esce dal bagno, è già alla porta con la borsa a tracolla.

Dove vai?

Me ne vado.

Pausa lunga.

Non dire sciocchezze.

Non sto dicendo sciocchezze. Vado via.

Nina. Si asciuga le mani, la guarda come se si sentisse esasperato per una crisi altrui. Sei agitata. Rilassati. Parliamo con calma stasera.

Abbiamo già parlato.

Non hai soldi. Non hai lavoro. Dove pensi di andare?

Troverò un modo.

Nina, sei buffa. Hai cinquantacinque anni. Dove vuoi

Lei apre la porta ed esce. Sente la sua voce dietro, ma non distingue più le parole. Lascensore sembra non arrivare mai. Nina scruta il suo riflesso sulle porte dacciaio: stropicciato, sfocato. Quasi abbozza un sorriso a se stessa.

Cammina per la città. Cammina e respira. È autunno, freddo secco, odore di foglie e caffè da una torrefazione vicina. Entra, prende un bicchiere, si siede alla vetrina. Chiama lunica persona a cui può rivolgersi in quel momento.

Laura, ho bisogno di aiuto.

Santa Maria, che succede?

Ho lasciato Gennaro.

Silenzio. Poi:

Dove sei?

Laura vive sola in un trilocale in periferia. I figli via da anni, il marito defunto. Apre la porta, vede Nina con una sola borsa, non fa domande. Semplicemente si scansa e dice:

Vieni, il tè è già sul fuoco.

Restano in cucina fino a notte inoltrata. Nina racconta, Laura ascolta senza giudicare. Ogni tanto aggiunge tè. Quando tutto è detto, Laura dice:

Sei andata via. È questo che conta. Il resto si risolve.

Gennaro bloccherà i conti. Probabilmente lha già fatto.

Davvero?

Ha minacciato. Già lanno scorso, dopo una lite, aveva detto: se provi a lasciarmi, vedrai.

Vedremo chi la spunta, dice Laura stringendo le labbra.

Gennaro non tarda a farsi vivo. Nella giornata, il telefono di Nina squilla di continuo: prima lui, poi la sua segretaria, poi la madre di Nina, che Gennaro ha già avvisato come si deve. La madre piange al telefono, dice che Gennaro le ha raccontato di un esaurimento dopo la festa aziendale, che Nina ha lasciato casa in condizioni preoccupanti e serve aiuto.

Mamma, non sono in crisi.

Nina, lui si sta preoccupando tanto. Ha detto che ti sei comportata stranamente, che dovresti vedere un dottore

Mamma, ho solo cantato sul palco. Non è un crollo.

Dice che è stato fuori luogo, che lhai messo in imbarazzo

Mamma. Sto bene. Sono da Laura. Ti richiamo domani.

I conti sono davvero bloccati. Nina lo capisce cercando di prelevare al bancomat: tentativo negato. I soldi messi via finiscono in fretta, Laura si rifiuta di chiederle affitto, ma non potrà durare a lungo.

Dopo tre giorni, Gennaro le manda le sue cose. Non di persona: due uomini sconosciuti arrivano con sacchetti pieni. Nina li apre sulluscio: vestiti estivi a ottobre, scarpe con tacco, suppellettili inutili. Nessun abito pesante. Nessun libro. Un messaggio, anche quello.

Il giorno dopo, la madre la chiama dicendo che Gennaro è passato da lei. Le ha parlato a lungo, spiegandole che Nina è sempre stata fragile, che lui ha fatto di tutto e lei non ha mai apprezzato. Che si preoccupa molto, ma forse serve uno specialista. La madre ascolta. Ha sempre ascoltato chi sa parlare calmo e convincente.

Nina, forse è il caso che torniate insieme, discutete

Mamma, blocca i miei conti, sparge voci che sono pazza. Capisci cosa vuol dire?

Silenzio.

È un uomo, Ninuccia. Così fanno quando si sentono feriti.

Nina riattacca e resta a lungo alla finestra. Poi tira fuori dalla borsa il diploma. Copertina blu notte, lettere dorate: Nina Borghi. Diplomata in canto lirico. Non lo toccava da almeno quindici anni.

La mattina dopo telefona al conservatorio. Chiede di Arcadio Bellini, il suo vecchio maestro. Ha paura che sia morto, invece cè ancora. Le danno il suo numero.

Maestro Bellini? Sono Nina Borghi. Si ricorda di me?

Pausa lunga.

Borghi Dal quarto anno?

Sì.

Mi ricordo certo. Che fine ha fatto, Nina? Non lho più sentita.

Ero sparita, Maestro. Ora ho bisogno di aiuto.

Si vedono due giorni dopo, al terzo piano del conservatorio, nella stessa aula di allora. Bellini è uguale a come lo ricordava: piccolo, asciutto, occhi fieri, le mani sempre giunte sulle ginocchia. La guarda e dice:

È invecchiata.

Anche lei.

È naturale. Sorride. Canti.

Così, subito?

Perché aspettare?

Nina canta. Allinizio insicura, i polmoni non la sostengono, la voce trema sugli acuti. Bellini ascolta senza interrompere. Alla fine resta in silenzio. Poi dice:

Voce cè. Tecnica scarsa. Respiro da allenare. Ma la voce cè. È quello che serve, Nina. Il resto si lavora.

Quanto ci vorrà?

Dipende da lei. Se lavora bene, in due-tre mesi potrà presentarsi sul serio. Pausa. Perché ha smesso?

Mi sono sposata.

E suo marito le ha vietato di cantare?

Non proprio. È successo, poco per volta.

Lui la fissa a lungo.

Capito. Poco per volta, ripete. Va bene, Borghi. Lavoriamo.

Da allora si allenano ogni giorno. Nina arriva alle nove, va via verso le due, a volte più tardi. La voce torna piano, incerta: ci sono giorni in cui tutto fila, altri in cui sembra di ripartire da zero. Bellini è severo, nessuno sconto per letà o per gli anni di silenzio. La voce non ha età. Cè la tecnica e cè la volontà. Il resto sono scuse.

Laura trova a Nina un lavoretto: dirige un corso corale per anziani al centro culturale. Pagano poco, ma sono soldi suoi. Lezioni tre volte a settimana, le piace. Donne di sessanta, settantanni che cantano solo per il piacere. Vederle è una medicina.

Gennaro intanto non si ferma. Circolano voci tra i conoscenti: racconta di strane infatuazioni di Nina per qualche maestro, di instabilità mentale, delle sue lunghe sofferenze prima di lasciarla andare. Cambia versione a seconda di chi ascolta, ma la sostanza resta: lei è matta, lui la vittima. Qualcuno ci crede, qualcuno finge di non sentire. La madre chiama raramente, parla con cautela.

Hai pensato al futuro? Alla casa?

Ci penso, mamma.

Dice che è pronto a discutere serenamente se torni.

Non tornerò.

Ninuccia, potreste trovare un accordo la separazione, la spartizione

Mamma, mi ha bloccato i soldi e diffonde che sono instabile. Con gente così non si tratta: si chiude. E basta.

La madre sospira e cambia argomento. Nina non le sarrabbia. Lei viene da unaltra epoca, con altri valori di matrimonio e di sacrificio. Non puoi prendertela con chi non parla una lingua mai imparata.

Dopo un mese, Bellini la chiama da parte a fine lezione e le dice, senza distogliere lo sguardo dagli spartiti:

Tra due mesi cè un grande concerto di beneficenza in città. Programma lirico, cercano solisti. Potrei proporre lei.

Nina resta interdetta.

Maestro, non canto in pubblico da ventiquattro anni.

Lo so.

Il pubblico sarà importante?

Sarà in diretta su TeleLombardia. Fondi per lospedale pediatrico. Sì, pubblico importante.

Nina riflette.

Ci penso.

Si decida in fretta. Non possono aspettare.

Accetta due giorni dopo. Bellini annuisce, come se sapesse già la risposta.

Le sei settimane successive sono le più intense dai tempi della scuola. Lavorano sul programma: arie dopera, alcuni brani cameristici, e nel finale, per volere di Bellini, ancora Rachmaninov, ma un pezzo diverso, più lungo e arduo. Nina crolla spesso esausta sul divano di Laura, senza cenare. Ma è una stanchezza diversa, attiva.

Laura la segue come una madre chioccia: le serve cibo, la sgrida se lavora troppo. Nina ride, dice che va bene così. In questi mesi si sono fatte più vicine che mai; la condivisione vera azzera le distanze.

Tre settimane prima del concerto, arrivano le prime seccature. Il direttore artistico del concerto la chiama nervoso: Ci sono dei dubbi sulla sua presenza. Non spiega. Nina lo mette allangolo.

Lha chiamata Gennaro Borghi?

Pausa lunga.

Non posso commentare.

Ho capito.

Nina avvisa Bellini. Lui ascolta e dice conciso:

Venga domani. Parlerò io con loro.

Lei resta. Ma la storia non finisce. Una settimana prima, Laura la chiama allarmata durante una prova:

Nina, qui sono venuti due uomini. Dicono di essere inviati da Gennaro. Chiedevano se vivi qui.

Che hai detto?

Che non conosco nessuna Nina. Sono ancora giù. Stai attenta.

Nina sente un gelo allaltezza dello stomaco. Non è paura, solo consapevolezza: Gennaro non mollerà facilmente. È abituato a possedere tutto. Il suo abbandono non è dolore personale, ma disturbo dellordine naturale delle cose.

Racconta tutto a Bellini. Lui si sfila gli occhiali, li pulisce lentamente, poi li rimette su.

Quindi vorrà impedire il concerto.

Probabile.

Ha paura?

Nina ci pensa onestamente.

No. Non più. Ho finito di avere paura.

Bene. Pausa. Al concerto ci sarà Vittorio Salvini.

Chi è?

Un produttore molto noto. Ho chiesto di venire. Ha sentito parlare di lei dopo quella sera al ristorante, uno dei suoi ha fatto la spia. Vuole ascoltarla. Si impegni, Borghi.

Nina lo fissa.

Lha fatto tutto per me?

In quarantanni di insegnamento, ho avuto tre studenti col vero talento. Una è emigrata e ha fatto carriera. Unaltra è morta giovane. La terza si è sposata ed è sparita. Ho sempre pensato a quella terza. Sono felice che si sia ritrovata.

La sera del concerto è grigia. Nina arriva alla filarmonica due ore prima, attraversa il palco vuoto, ascolta il silenzio della sala che aspetta ottocento persone. Le piace questattesa, quando la sala vuota aspetta solo lei.

A unora dallinizio, lassistente le sussurra:

Signora Borghi, fuori ci sono due tipi. Dicono di essere del marito, chiedono di vederla.

Non è mio marito. È il mio ex.

Dicono di avere un documento medico per ricoverarla.

Nina resta zitta un attimo.

Possono dire quel che vogliono. Io canto. Se vogliono, fateli entrare: magari ascoltano qualcosa di buono.

Lassistente è esitante. Nina guarda dritto.

Questo è il mio momento. Nessuno lo fermerà. Chiaro?

Sì, ma

Chiami Bellini.

Bellini sistema tutto anche questa volta. Nina non sa come, ma i due restano fuori. Poco prima dellinizio, intravede nella hall un uomo che non conosce, alto, cappotto elegante. Bellini parla con lui. Questo è quasi di certo Salvini.

Nina entra in scena come terza del programma. Sala piena. Telecamera laterale. Indossa un semplice abito scuro, scelto da lei. Nessun fronzolo. Dritta davanti al microfono, guarda la sala.

E canta.

Il primo brano scivola via naturale, quasi gioioso. Il secondo è più impegnativo: rischia di perdere il filo, ma tiene. Al terzo, la sala e le telecamere svaniscono, resta solo la musica. Solo lì, solo allora, Nina sente davvero di appartenere a quel posto. Di essere finalmente tornata a se stessa.

Col Rachmaninov, piomba un silenzio speciale: quello in cui il pubblico davvero ascolta. Nina canta sentendo crescere dentro la stessa sensazione di chi, guarito a lungo, scopre che il cielo è ancora azzurro. Che non è cambiato, che ha solo atteso.

Mentre termina lultima frase, nella porta laterale compare Gennaro.

Lei lo vede di sfuggita. Cammina verso il palco, parla concitato con la sicurezza, fa gesti ampi. Il volto tirato, rosso. Qualcun altro lo segue.

Nina porta il brano a fine, fino allultima nota. Senza cedere.

La sala si alza in piedi.

Gennaro si blocca a metà corridoio. Davanti a lui ora cè Salvini, alto, elegante, che gli parla con calma, pochi gesti. Nina vede Gennaro controbattere, poi la sua faccia cambiare. Qualcosa si spezza in lui: non in modo teatrale, ma netto e silenzioso, come chi capisce di non contare più nulla.

Poi si gira ed esce.

Dietro le quinte, Salvini stringe la mano a Nina. Dice solo:

Ho sentito parlare di lei. Ora l’ho sentita. Abbiamo molto di cui parlare.

Cosa?

Un contratto. Concerti. Prima qui, poi in Europa. Ho sale che sognano proprio la sua voce. Sorriso appena accennato. E nessuno più la disturberà. Glielo prometto.

Bellini la osserva da lontano, annuisce. Come se avesse già detto tutto.

Nina parla davvero con la madre solo dopo. Va da lei, si siedono in cucina, la madre le fissa la mano, lunga pausa. Poi dice:

Ti ho vista in TV, al concerto.

Sì?

Laura mi ha telefonato, ho acceso. La madre giocherella con la tovaglia. Non sapevo che cantassi così.

Mi hai sentita al conservatorio.

Era tanto tempo fa. Ero tua mamma, preoccupata. In televisione eri solo tu. Alza lo sguardo. Nina, perdonami.

Di che?

Ho dato ragione a lui, non a te. Era così convincente. Tu tacevi. Ho creduto che se tacevi, fosse tutto a posto. Ho sbagliato.

Nina le prende la mano.

Hai capito tutto. Solo dopo. Va bene così.

Non sei arrabbiata?

No.

La madre piange piano, senza singhiozzi, solo lacrime. Nina la tiene stretta e pensa che perdonare non vuol dire fingere che non sia successo nulla: è scegliere cosa portare con sé, cosa lasciare.

È passato un anno.

Nina è dietro le quinte di una sala da concerto di Vienna, ascolta il pubblico accomodarsi. Rumori noti e insieme nuovi: il fruscio degli abiti, le voci, i colpetti di tosse. Sala piccola e antica, con le pareti ornate e le finestre alte. Fuori nevica.

Ora la vita di Nina è così: un appartamento in affitto a Vienna, piccolo ma suo. Un contratto con Salvini che le permette di esibirsi e mantenersi. La valigia sempre pronta per le trasferte. Bellini la chiama ogni settimana, a volte fanno lezione su Skype. La madre le fa visita ogni tanto, si stupisce di come Nina faccia tutto.

Di Gennaro sente poco, per caso: il suo business vacilla dopo quello scandalo, alcuni soci si allontanano. Dopo sei mesi si risposa con una giovane donna, sconosciuta ai più. Nina sente la notizia, ci riflette e prova solo stanchezza. Nessuna soddisfazione, nessun dolore, solo consapevolezza: certi uomini non cambiano. Cercano solo unaltra persona arrendevole.

Povera quella donna. Ma ora non è più la sua storia.

La sua storia è altra cosa. Ci sono ore di voli, discussioni coi direttori dorchestra su tempo e stile, storie imbarazzanti in lingue straniere, le notti da sola in hotel. Ma anche altro: la mattina aprendo la finestra in una città sconosciuta, lapplauso che è suo, il diritto di scegliersi un vestito, di chiamare chi vuole, di chiudere la porta sapendo che nessuno la correggerà più.

A volte pensa agli anni persi. Non con rabbia, ma con onestà. Ventotto anni. Sono tanti. Poteva cantare tutto quel tempo. Essere una persona diversa. O magari la stessa di ora, ma prima.

Ma pensare a quello che poteva essere è la cosa più inutile del mondo. E lei lo sa.

Lei esiste ora. La voce cè ora. La scena cè ora.

Lassistente la richiama dietro il sipario:

Signora Borghi, tre minuti.

Arrivo.

Nina si sistema labito, semplice e scuro, scelto da lei. Fa due esercizi di respiro, chiude gli occhi.

Le torna in mente il volto di Gennaro in quel ristorante, un anno fa. Sorridi nel modo sbagliato. Lei che risponde: Scusa. Lei che siede con il sorriso impostato, senza più sentire la propria voce.

Ora sorride davvero. Non quello giusto. Il suo.

E va verso il palco.

La sala si fa silenziosa.

E lei canta.

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