Non ti darò le chiavi

– Ci rendiamo conto che ce labbiamo fatta, finalmente? chiesi a Sergio mentre restavamo immobili al centro della stanza vuota, con la chiave che mi pesava in mano. Il metallo era gelido e spesso, e lo stringevo tanto forte che i dentini mi segnavano il palmo in rosso.

– Certo che sì, rispose lui, abbracciandomi da dietro e poggiando il mento sui miei capelli. È casa nostra.

Nostra. Una parola così nuova che la pronunciai a voce alta, solo per vedere come suonava tra queste pareti ancora odoranti di pittura fresca. Io e Sergio ci eravamo trascinati per cinque anni da un affitto allaltro. Prima un monolocale microscopico vicino a casa di unamica di mia madre, a Torpignattara, poi due stanze in una vecchia casa popolare a Prenestina, poi un altro monolocale, questa volta più accettabile, ma con un proprietario che arrivava allimprovviso per controllare che cucinassimo bene la sua moka e pulissimo il forno. Cinque anni. Io quarantadue, Sergio quarantasei. Gente adulta, che ha impiegato anni di risparmi, vacanze saltate, lavori extra, e una generosa busta della mamma per il mio compleanno tondo, per riuscire finalmente a mettere piede su un pavimento che possiamo chiamare davvero nostro.

Lappartamento non era grande. Due stanze in uno stabile in cortina degli anni Settanta a Centocelle, terzo piano, finestre che davano sul cortile interno. Diceva Sergio che fosse la soluzione migliore tra tutte quelle che avevamo visto, e su questo eravamo daccordo anche se, la prima volta entrata con lagente, la vicinanza delle pareti della zona ingresso mi aveva messo un po a disagio. Cè spazio giusto per un armadio, e neppure tanto. Ma dopo ho visto la cucina. Esposta a est, illuminata dal sole ogni mattina. Mi sono subito immaginata seduta al tavolino con il caffè a guardare i piccioni che si svegliano nel cortile. E lì la decisione è stata presa.

Abbiamo traslocato a metà settembre, con la tinta ancora fresca sulle pareti e lodore persistente di vernice. Sergio portava scatoloni, io sistemavo piatti, ci azzuffavamo su dove mettere il divano e ridevamo del fatto che entrambi lo volevamo sotto la finestra, anche se ne avevamo solo una. Alla fine è finito al centro della stanza, ed è stato meglio così. La vicina di sotto, la signora Luisa, una vecchietta allegra con le mani pesanti, ha bussato portandoci una crostata di ricotta. Mi fa piacere avere giovani perbene accanto, ha detto. In quel momento ho pensato: ecco cosa significa avere qualcosa di proprio.

Ma già quella stessa sera, seduti per terra a mangiare la crostata direttamente dalla teglia perché il tavolo non era ancora da montare, Sergio sè fatto serio.

Devo chiamare mia madre, ha detto. Ci resta male se non la invitiamo allinaugurazione.

Appoggiai via il pezzo di crostata.

Sergio.

Dai, Chiara. È sempre mia madre.

Lo so. Ti chiedo solo un giorno. Un giorno che sia solo nostro.

Va bene, annuì. Un giorno nostro. Poi sabato li chiamiamo.

Era già qualcosa.

Mia suocera, la signora Giuliana Montanari, la potrei descrivere per ore senza mai riuscire a cogliere il punto. Perché il problema di Giuliana non è quel che fa, ma il modo in cui lo fa. Non alza mai la voce, non si arrabbia mai apertamente. Entra in una stanza, scruta lambiente come cercando qualcosa fuori posto, e lo trova. Poi lo fa notare con la gentilezza di chi ci tiene a darti un consiglio. Chiara, voglio solo farti notare che quella mensola è un po storta, forse non ci hai fatto caso. Certo che ci ho fatto caso. Ma il muro è quello che è. Spiegarlo a Giuliana è come spiegare al vento perché soffia in una certa direzione.

Ha settantun anni. Una vita da ragioniera capo presso la municipalizzata, abituata che lultima parola sia la sua. Con il marito, il signor Vittorio, un uomo mite dai baffi stanchi, innamorato della pesca e dei vecchi film di Sordi, parla come con un sottoposto. Non è sgarbata, è definitiva. Vittorio ha imparato da tempo a non contraddirla. E Sergio, cresciuto in quella casa, pure.

Lho capito già al terzo mese che stavamo insieme. Una domenica, a casa loro per pranzo. Giuliana aveva curato il pasto in ogni dettaglio. Mi domandò che lavoro facessi. Risposi che facevo la grafica in unagenzia pubblicitaria. Lei annuì, con aria neutra: Ah, niente di complicato allora. Non con sarcasmo. Solo come fosse unovvietà. Io zitta, addentai una polpetta. Così avrei sempre fatto: zitta, e mangiare.

Otto anni ho fatto così. Otto anni di matrimonio. E negli ultimi cinque, a ogni nostra casa affittata, Giuliana sottolineava come chi fa le cose per bene a quarantanni la casa la possiede già. Non lo diceva su di noi. Lo diceva parlando di Rosalba, la figlia della vicina, che ha avuto il coraggio di un mutuo a trentanni, brava. O del cugino Mirko, che con uno stipendio inferiore al vostro, si è preso il trilocale. Lei sapeva sempre tutto.

Ora però avevamo la nostra casa, e sabato avevamo fatto venire qualche amico. La sorella di Sergio, Paola, con il marito Lorenzo, la mia amica Laura, due colleghi di Sergio. E naturalmente Giuliana e Vittorio.

Furono i primi ad arrivare. Al suono del citofono mi sentii stringere dentro, come prima di un esame che sai di poter superare, ma mai senza tremare un po.

Sergio aprì la porta. Giuliana entrò portando sottaceto e una scatola di pastiera. Dietro, Vittorio con lo spumante e lespressione di chi sa che la serata sarà lunga.

Eccoci, disse Giuliana guardandosi intorno.

Una pausa di tre secondi, ma ormai so leggerla. Valutava lingresso. Un armadio, uno specchio, una mensolina per le chiavi. Attaccapanni scovato in saldo da MondoConvenienza dietro casa.

Ingresso piccolino, commentò infine. Senza tono. Solo un dato.

Piccolo, ma accogliente, rispose Sergio.

Eh sì. Già entrava in soggiorno.

La seguivo e vedevo la nostra casa attraverso i suoi occhi. Il divano non sotto la finestra. La libreria lievemente sbilenca, ma il pavimento delle case in cortina è sempre irregolare. Le tende beige a righe, da me scelte per dare luce; ora mi chiedevo il suo commento.

Chiare, disse. Si sporcheranno spesso.

Si lavano, replicai.

Mi guardò. Non infastidita. Solo come si guarda chi dice lovvio fuori contesto.

Certo che si lavano, Chiara. Facco solo per dire.

Vittorio si dileguò in cucina a osservare il panorama dal balcone. Per questo gli ero grata.

Alle sette la casa si riempì di voci. Laura portò un enorme mazzo di crisantemi arancioni, perfetti sul davanzale della cucina. Paola mi abbracciò forte sussurrandomi: Finalmente la vostra, sono felicissima! I colleghi di Sergio trovarono subito discussioni di pesca con Vittorio, e dopo pochi minuti erano ai fornelli a parlare di qualche laghetto vicino Castel Gandolfo, da chiamare due volte a tavola.

Giuliana sedeva immancabilmente capotavola; nessuno laveva invitata, ci andava sempre. Beviva poco, mangiava elegante, commentava ogni tanto i vicini del suo palazzo al Nomentano, o domandava prezzi della ristrutturazione annuendo da chi già conosce la risposta.

Laura raccontò una storia divertente della sua prima casa in affitto, con la caldaia che partiva solo a cazzotti. Risero tutti, anche Giuliana sorrise. Poi concludette:

Eh, certo. I giovani prendono quel che capita. Bisognava guardare meglio.

Laura smise di ridere. Le versai del vino.

Dopo il dolce, Paola e Lorenzo andarono via: cerano da riprendere i bambini dalla nonna. Salutarono anche i colleghi e Laura, che mi abbracciò forte allingresso: Resisti, mi sussurrò in un tono che mi fece capire che aveva osservato più di quanto credessi.

Restammo noi quattro. Sergio sparecchiava, io lavavo. Vittorio, con il telecomando in mano, si assopiva sul divano. Giuliana venne in cucina.

Dai, fammi aiutare, propose.

No grazie, faccio io.

Va bene, come vuoi. Si mise alla finestra, sguardo sul cortile. Poi disse: Carina la casa. Un po piccola, ma si può vivere.

Asciugai un piatto.

A me piace, dissi.

Sì, a te piace sempre quel che hai. È una bella dote, davvero, Chiara. Sergio si trova bene con te.

Non capii se fosse un complimento. Forse non lo sapeva neanche lei.

Chiara, si voltò e cambiò voce, più affilata, meno tenera. Mi dareste le chiavi?

Abbassai il piatto.

Come scusa?

Il duplicato delle chiavi. Vorrei poter venire ogni tanto. Aiutarvi. Sia tu che Sergio lavorate fino a tardi, potrei sistemare la casa di giorno, dare acqua alle piante, spolverare. Non mi costa niente, sono in pensione, ho tempo.

Restai in silenzio, contando fino a tre.

Giuliana, il pensiero è gentile, ma non serve aiuto.

In che senso non serve? Si innervosì appena. Non dico che non siete capaci, dico che posso rendermi utile. Sono cose diverse.

Ce la facciamo benissimo.

Chiara, non essere testarda. Una chiave è solo una chiave. Non sono mica unestranea, sono la madre di Sergio.

Entrò Sergio con le ultime stoviglie. Guardò me e poi sua madre. Capì latmosfera, appoggiò i piatti e rimase a osservare.

Che succede?

Niente, disse Giuliana. Ho chiesto il duplicato delle chiavi, così posso aiutarvi. È normale, Sergio. Tua zia Mirella andava sempre da tuo zio Michele, nessuno si lamentava.

Sergio mi fissò.

Che dici, Chiara?

E lì si decideva tutto. Lo seppi non con la testa, ma con lo stomaco. Otto anni a mandare giù, a non far storie. Ogni volta lasciavo andare un pezzettino di me. Otto anni sono tanti pezzetti.

No, risposi.

Giuliana sgranò gli occhi.

Cosa no?

Asciugai le mani lentamente sullo strofinaccio. Non per pensare, ma per sentire che stavo davvero in piedi, ben piantata. Che quello era il nostro pavimento. La nostra cucina.

Non ti daremo le chiavi. È casa nostra, e desideriamo che chi entra lo faccia avvisando prima. Vale per tutti.

Chiara, mi ammonì Giuliana con quella voce che usi coi bambini. Stai facendo una questione troppo grande. Parlo solo di dare una mano.

Ti credo. So che vuoi essere daiuto. Ma le chiavi non le daremo.

Sergio, si rivolse lui.

Ricorderò quel momento. Sergio tra frigo e tavolo, che passa lo sguardo da lei a me. So che dentro di lui qualcosa lotta. Ma so anche che ricorda i cinque anni di sacrifici. Le ferie mancate, le notti passate a impaginare loghi per qualche panificio in provincia. Ricorda la firma dal notaio. La chiave fredda, pesante nel mio pugno.

Mamma, disse. Chiara ha ragione. Non daremo le chiavi.

Una calma densa si stese su tutti.

Parli sul serio, osservò Giuliana.

Sì. Basta una telefonata. Saremo sempre felici di riceverti, ma senza chiavi.

Ci scrutò a lungo, poi abbassò gli occhi. Uscì chiamando Vittorio, che si alzò guardando le scarpe come fossero antiche reliquie.

Grazie della serata, disse lei, con tono misurato. E auguri ancora.

Mamma, iniziò Sergio.

Va bene, Sergio. È tardi. Andiamo.

Uscirono. Chiusi la porta e ci appoggiai la schiena. Sergio si mise accanto. Nessuno di noi parlava.

Come stai? domandò lui.

Non lo so ancora, confessai. E tu?

Nemmeno io.

Tornammo in cucina. Preparai il tè. Sergio sedette al tavolo guardandomi versare.

Dovevo dirlo prima, non oggi. Molto prima.

Lhai fatto oggi. È abbastanza.

Si offenderà.

Lo so.

Per un pezzo.

Lo so, Sergio.

Lui prese la tazza fra le mani. Fuori il cortile era buio e silenzioso. Passò un treno in lontananza.

Sei stata forte, disse. Tu hai parlato per prima.

Rimasi semplicemente lì, a sentire la tensione che si spegneva a poco a poco. Non spariva. Solo si attenuava.

I giorni dopo furono strani. Non brutti, proprio strani. Giuliana non chiamava. Di solito telefonava ogni due o tre giorni: chiedere come stavamo, raccontare pettegolezzi, ricordare i compleanni. Ora, silenzio. Sergio controllava il telefono ogni tanto, invano.

Chiama tu, suggerii una sera.

No. Prima toccherà a lei.

Era una sua scelta, non discussi.

Mi telefonò però Paola, la sorella.

Chiara, la mamma ti ha chiamata?

No.

Neanche noi ha più chiamato. Papà mi ha scritto che si sente ferita. Ma che è successo?

Le raccontai, senza inutili dettagli. Paola ascoltò in silenzio.

Ho capito. Brava.

Davvero?

Sì. Lei fece la stessa cosa quando presi casa con Lorenzo. Cedetti: diedi le chiavi. Passava anche tre giorni a settimana senza avvisare. Lorenzo impazziva. Poi una volta persi le chiavi, non feci più il duplicato. Lei si offese, quattro mesi di gelo. Ma poi, alla fine, andò meglio.

Quindi si risolverà solo più avanti?

Forse ci vorrà tempo. Ma poi

Lpoi me lo portai dentro come una lucina in fondo al corridoio.

La casa piano piano prendeva forma. Comprai un cactus enorme al mercato e lo poggiai in cucina, nel vaso di terracotta. Accanto una tazza dipinta con ricciolini che Laura mi regalò anni prima e che avevo sempre custodito gelosamente nelle case daffitto. Ora troneggiava libera. Mi meravigliava quanto poco bastasse per sentirsi bene davvero.

Sergio finalmente fissò la mensola del bagno come voleva lui, con una lampadina sopra lo specchio. Comprammo alla Luce dAutore, il negozietto di lampade allangolo, una piantana color ambra per il soggiorno. Di sera, accesa, rendeva tutta la stanza morbida, quasi irreale ma in modo dolce.

Lavoravo da casa tre giorni a settimana. La casa tutta per me. Mettevo il caffè, ascoltavo la musica che mi pareva, senza paranoie per una visita improvvisa. Un sentimento nuovo che capii solo dopo: sicurezza. Sentirsi al sicuro in casa propria non è scontato. Non lo era mai stato.

Giuliana taceva.

Una settimana, poi due. Una domenica Sergio andò a trovare i suoi da solo, senza dirlo prima. Mi raccontò al rientro che la madre era glaciale, poche parole, e che Vittorio aveva chiacchierato di pesca, visibilmente alleggerito dallassenza di tensioni familiari.

Come stava lei?

Offesa. Ma fiera. Sai come fa: non urla, non piange. Si limita a fare quella faccia.

Che faccia?

Così, mimò: mento alto, occhi un po sfuggenti, angoli della bocca in basso.

Scoppiai a ridere. Poi smisi, sembrava fuori luogo.

È difficile per te?

Sì, ammise. Ma non tornerei indietro. Se avessi detto prendi pure le chiavi, poi non mi sarei rispettato.

Disse queste parole senza enfasi. Per questo gli credetti davvero.

Passarono altri due mesi. Giuliana cominciò a chiamare Sergio la domenica sera, brevemente, mai un accenno alla casa o alle chiavi. Solo salute, un po di cronaca da pensionati. Sergio rispondeva secco e poi sembrava sollevato ogni volta che il discorso finiva.

Pensavo spesso a Giuliana. Non con rabbia. Ma con una nuova comprensione: tutta la sua vita era stata quella di essere la capofamiglia, a lavoro e in casa, gestendo e organizzando tutto. Aveva cresciuto quasi da sola Sergio e Paola, era riuscita a prendere casa al Nomentano nei tempi difficili. Il controllo era il suo modo di amare. Non ne conosceva altri.

Non la giustificavo. Solo la capivo. Sono due cose diverse.

Laura, la mia confidente, chiedeva sempre di mia suocera. Ci incontravamo ogni due settimane al bar Tazza di Rame in zona Pigneto, non per il caffè, ma per la calma. Lei sempre cappuccino e cornetto, io americano e, se in stagione, qualcosa con la zucca. In novembre la crema di zucca era il massimo per il freddo.

È ancora offesa? domandò Laura, scaldandosi la tazza tra le mani.

Sì, risposi.

E tu?

Fa male, non perché sia pentita. Ma questa assenza pesa. A volte penso che avrei potuto dirlo con più tatto.

Ma con altre parole non avresti reso il messaggio.

Forse.

Non hai sbagliato. Hai solo detto no.

A volte il no è pesantissimo, però.

Laura sta zitta un attimo.

Ti ricordi quella proprietaria che passava senza avviso?

Ricordai. Unanziana minuta che veniva sempre di mercoledì, ma anche quando le andava. Entrava, guardava il bagno, la cucina. Una volta mi trovò in accappatoio poco dopo la doccia, lei si piantò davanti a me come per dire che la casa era sua. Perché lo era. Io ero nessuno.

Mi sentivo male, risposi.

Ecco. Ora sei finalmente davvero a casa.

Aveva ragione.

Dicembre portò il freddo e il buio presto. Con Sergio addobbammo un piccolo abete, vero, profumato di resina, preso al mercato. Le decorazioni, trascinate per anni da casa a casa in una scatola segnata Natale col pennarello, erano sempre le stesse. Cera Babbo Natale di vetro, col naso sbeccato, comprato con il mio primo stipendio. Lo appendevo sempre per primo.

A capodanno niente ospiti. Solo noi due, film vecchi, mandarini e qualche esperimento culinario mio. A mezzanotte brindisi alla finestra. Otto gradi sotto zero. Chiudemmo in fretta ridendo dal gelo.

È stato un anno bello, disse Sergio.

Nonostante tutto?

Proprio per questo.

Aveva ragione. È stato bello perché difficile, affrontato insieme.

Lotto gennaio Giuliana telefonò. A me.

Vidi il suo nome e spesi qualche secondo solo a fissare il display. Poi risposi.

Chiara, disse. Usava il mio nome intero quando voleva essere seria.

Giuliana.

Auguri di anno nuovo, un po in ritardo.

Grazie, anche a lei.

Pausa.

Come state?

Bene, ci ambientiamo.

Albero lavete fatto?

Certo, vero.

Meglio così, il vero dura di più.

Ancora silenzio. Guardavo il cactus sul davanzale, più verde di sempre.

Chiara, disse, con una sfumatura che non riconoscevo. Non era tenerezza, era quasi uno sforzo, come se facesse qualcosa di difficile senza volerlo mostrare. Mi piacerebbe venire a trovarvi. Qualche volta. Se non vi disturba.

Vi aspettiamo. Basta una telefonata.

Certo. Chiamo io.

Bene.

Tutto qui. Saluta Sergio.

Lo farò.

Riattaccò. Rimasi immobile venti secondi. Poi mi alzai, bevvi un bicchiere dacqua, lentamente.

Lo raccontai a Sergio la sera, quando tornò dal lavoro.

Tha chiamato? si sedette guardandomi con lespressione di chi non sa se aspettarsi una fregatura.

Ha chiamato, vuole venire, dice che avviserà.

Tutto qui?

Sì.

Rimase senza parole.

Così, eh.

Così.

Sospirò. Né di sollievo, né di ansia. Solo il respiro di chi sente che la storia è girata, anche se di poco.

Sei contenta?

Non lo so ancora. Vediamo come andrà. Questo non è un finale, Sergio. È solo il passo nuovo.

È vero. Il passo nuovo.

Chiamò a fine gennaio. Di venerdì sera. Noi eravamo in casa.

Sergio, possiamo venire domenica? Se non abbiamo fastidio.

Chiedo a Chiara.

Mi guardò. Annuii.

Va bene, mamma. Alluna.

Ok. Porto una torta di mele, ti piace.

Molto.

Domenica arrivarono. Giuliana nel solito cappotto, sciarpa blu. Vittorio portava la torta, ben avvolta.

In corridoio un po dimbarazzo. Giuliana guardò intorno, pronta forse alla critica, ma invece solo si tolse le scarpe e si accomodò in soggiorno.

Avete già smontato lalberello, notò indicando langolo dove stava.

Sì, ieri.

Peccato, il vero resta bello a lungo.

Bevemmo tè. Vittorio raccontava dei suoi acciacchi, nulla di grave. Giuliana mi chiese del lavoro. Parlai di un nuovo logo per una piccola pasticceria, tre proposte, la cliente aveva scelto la più strana ma perfetta. Giuliana ascoltava. Non per cortesia, per vero interesse.

Vuol dire che il tuo lavoro conta, concluse. Se una persona può davvero scegliere.

Sì, risposi.

Bene allora.

Dopo chiedette a Vittorio di guardare il cortile dalla cucina, di cui aveva visto la foto. Sergio li accompagnò, di nuovo a discutere di pesca.

Restammo io e Giuliana in salotto. Lei osservava la lampada.

Fa una bella luce osservò. Calda.

A noi piace molto.

Tacque qualche secondo.

Chiara, non sarei mai venuta tutti i giorni, lo sai vero?

La guardai. Lei fissava la lampada.

Magari non sempre, dissi.

Un accenno di sorriso, non offeso, quasi come chi si sente visto per la prima volta.

Non ti chiederò più le chiavi disse. Solo così, per saperlo.

Lo so.

Va bene. Sorseggiò il tè. Che tipo di tè è?

“Prato di Montagna” mi inventai, è fatto da una piccola ditta locale. Lho scoperto per caso, buonissimo.

Scrivimi la marca, poi.

Lo farò.

Fuori il cielo era latteo, la luce di gennaio che dissolve tutti i contorni. Il cactus sempre verde, la tazza coi ricci accanto. Giuliana seduta sul nostro divano, col nostro tè. Né bene, né male, solo quello che era.

A febbraio chiamò di nuovo. Giovedì sera: può venire sabato? Certo, la accogliemmo. Arrivò con la marmellata fatta in casa e Vittorio con un pesce confezionato dalla sua ultima uscita.

Dopo, sparecchiando insieme, Sergio mi disse che non se laspettava così rapida a tornare. Pensava occorresse più tempo, o qualche nuovo stratagemma.

Magari ci prova ancora, ipotizzai.

Forse, convenne lui. Per ora no.

Per ora va bene.

Lavavamo piatti. Fuori nel cortile la sera, luci accese. Un ragazzo portava un cane lanoso a passeggio, si infilava nel ghiaccio, starnutiva.

Che pensi che succederà? chiese Sergio.

Senza smettere di asciugare posate, guardai il piatto nuovo. Bianco con bordo blu, scelto insieme il primo mese.

Non lo so. Vedremo.

Fuori il cane trovò qualcosa nel ghiaccio e scodinzolò, il padrone lo accarezzò. Proseguirono, lasciando il riflesso dei lampioni sul manto bianco.

Sergio, dissi.

Sì?

Niente. Solo così.

Lui sorrise. Io posai il piatto sulla mensola. La nostra mensola, nella nostra cucina, nella nostra casa.

Si diventa davvero padroni di casa quando si è padroni anche dei propri confini.

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Non ti darò le chiavi