Non voglio una figlia paralizzata… disse mia nuora e se ne andò senza voltarsi. Non poteva nemmeno immaginare cosa sarebbe accaduto dopo.
In un piccolo paesino della campagna toscana, viveva un semplice vecchio. Nei fine settimana si concedeva un bicchiere di vino bianco. Aveva un sogno che lo teneva vivo: voleva tanto un cane, ma non uno qualsiasi desiderava proprio un mastino italiano di razza pura. Era disposto ad andare persino nel Sud Italia, comprare quel cane e portarselo a casa senza badare a spese.
Tutti in paese lo chiamavano Nazzareno, forse era il suo nome o forse un soprannome; nessuno ricordava con precisione, ma lui non correggeva mai nessuno. Nazzareno, seduto sulla panchina davanti casa dopo aver lavorato nellorto, ricordava i tempi passati. Spesso i giovani si fermavano vicino a lui ad ascoltare i vecchi racconti su come si viveva nel paese tanti anni fa.
Aveva perso la moglie da diversi anni. Si chiamava Ginevra, ed aveva sempre avuto problemi di cuore. I medici le avevano vietato di avere figli, ma lei desiderava ardentemente diventare madre. Alla fine, diede a Nazzareno un bel maschietto, e la malattia la peggiorò. Nazzareno amava Ginevra profondamente; per lei faceva ogni cosa, persino andare lui al supermercato a prendere il latte, perché Non puoi sollevare pesi! Te lo hanno vietato i dottori! diceva.
Si prendeva cura del bambino, preparava da mangiare. Ginevra si lamentava spesso: Non mi mettere in imbarazzo! Le donne mi prenderebbero in giro! Non faccio nulla in casa, è tutto sulle tue spalle!. Ma non era vero: le altre donne del paese la invidiavano. Eh, Ginevra! Facci avere Nazzareno in prestito almeno per un giorno, vivremmo come te!. Lei sorrideva, e così con il sorriso se ne andò. Una mattina, Nazzareno la trovò fredda nel letto; pianse come un bambino per tre giorni, poi si dedicò interamente a suo figlio.
Il ragazzino cominciava a passare letà difficile dei quattordici anni. Dopo il servizio militare si sposò giovane e rimase a vivere nella città dove aveva prestato servizio. Così Nazzareno rimase solo. Eppure non si abbatteva amava chiacchierare con i ragazzi sulle sedie davanti casa.
Nacque una bambina al figlio, e Nazzareno aspettò sempre che la nuova famiglia andasse a trovarlo, ma non venivano mai. Sempre per lavoro, o mancava il tempo, o qualche altra scusa. La nipotina la vedeva solo nelle fotografie.
Poi, un giorno, i paesani notarono che Nazzareno era cupo, quasi inebetito. Non sorrideva né scherzava, e non si sedeva più nemmeno sulla sua panchina. Iniziarono a chiedere cosa fosse successo e venne fuori che aveva ricevuto un telegramma: sua nuora li informava che erano rimasti coinvolti in un incidente dauto. Sua nipote era grave in ospedale, e suo figlio, il suo unico figlio, era morto.
La sfortuna fatta persona, povero Nazzareno! dicevano tutti in paese, ma che parole possono aiutare in un dolore così grande? Nazzareno accettava le condoglianze, ma non trovava sollievo. Più che per il figlio, che ormai nessuno poteva restituirgli, soffriva per la nipotina, una giovane ragazza di quindici anni che ora giaceva in coma in ospedale. La sua anima era tormentata.
La nuora, però, sparì. Non scriveva lettere, non rispondeva al telefono. Come poteva sapere come stava sua nipote? Non laveva mai conosciuta di persona, ma la amava comunque: dalle foto, la ragazza somigliava proprio a Ginevra da giovane.
Nazzareno era pronto a partire per la città dove viveva suo figlio, quando, proprio la notte prima della partenza, davanti casa arrivò unauto. Dallauto scesero dei portantini. Quasi senza bussare, entrò una donna. Il vecchio capì solo dopo che era la moglie del figlio defunto. Dopo di lei portarono dentro sua nipote, posandola alla meno peggio sul divano. Se ne andarono subito.
È paralizzata totalmente. Io una figlia così non la voglio. Ho ancora tempo per sposarmi di nuovo e fare un figlio sano! disse la nuora.
Ma io non sono un dottore! riuscì appena a rispondere Nazzareno.
Non serve un medico, nessuno può aiutarla. Serve solo una badante. Se non volete stare dietro a lei, seppellitela viva, tanto io non rovinerò la mia vita. Io non sono una badante! sbatté la porta e se ne andò.
Non sei neppure una madre, a quanto pare! urlò dietro Nazzareno.
Ora capiva perché suo figlio non era mai venuto in visita con la famiglia; con una moglie del genere, non si va in casa daltri, ma al mercato a litigare! E come aveva fatto suo figlio a sposare quella donna? Nessuno lo sa, e ora è troppo tardi per chiederglielo. Se avesse saputo che sua nuora avrebbe abbandonato la figlia, sarebbe morto di disperazione. Così rimasero Nazzareno e la nipotina, solo loro due.
La ragazza era veramente paralizzata completamente, ma Nazzareno non era nuovo alla fatica di occuparsi degli altri. Ora aveva di nuovo uno scopo nella vita: lobiettivo era curare la nipote.
I medici si erano arresi e lavevano dimessa dallospedale. Nemmeno capivano come fosse sopravvissuta allincidente, con traumi praticamente incompatibili con la vita. Rimanevano solo rimedi della tradizione popolare. Ma la vecchia guaritrice viveva molto distante. Era impossibile portare una ragazza paralizzata da lei, né la donna faceva visite a domicilio, ormai era troppo vecchia. Non si sapeva come fare.
Quasi ogni settimana Nazzareno andava dalla guaritrice per prendere erbe e infusi per la nipote. Passò più di un anno, e la ragazza non muoveva né le mani né le gambe, giaceva come un pezzo di legno sotto le coperte. Non riusciva nemmeno a parlare, solo qualche verso indistinto.
A volte il vecchio notava una lacrima scendere sulla guancia della ragazza. In quei momenti il cuore di Nazzareno si spezzava. Pensava che la nipote soffrisse per la mancanza della madre e del padre. Parlava con lei a lungo, le leggeva libri, ma lei non poteva rispondere. Era dura per entrambi.
Una sera capitò qualcosa di inaspettato. Il nonno, come sempre, era accanto al letto dell’inferma, quando entrò una comitiva di ragazzi ubriachi. Nazzareno, distratto, aveva dimenticato di chiudere la porta. Tornando dalla discoteca, avevano visto la luce alla finestra. Sapevano che lì viveva una ragazza paralizzata. Uno propose di entrare per divertirsi, dal momento che lei, essendo paralizzata, non avrebbe potuto opporsi a nulla
Eh, nonno, spogliaci la nipotina, aprile le gambe! Ora tiriamo a sorte chi tocca per primo comandò quello più ubriaco.
Abbiate pietà! Ha solo quindici anni! tentò di protestare il vecchio.
Aspetta, prima mi lavo i denti! disse Nazzareno, correndo veloce in cucina, aprì il sottoscala e urlò: Acuista!.
Da lì saltò fuori un mastino italiano gigantesco. Saltò sui ragazzi, azzannando pantaloni e minacciando di fare peggio. A quello più aggressivo stava quasi per rendere eunuco. Agli altri strappò i pantaloni sulle chiappe. Così scapparono in paese a sederi nudi, tra le risate degli abitanti, e il mastino li rincorse per tutta la strada fuori città.
Nazzareno tornò nella stanza e la nipote, seduta sul letto, gridava verso la finestra:
Acuista! Acuista! Dai nonno, tienilo che non scappi!
A quel punto il vecchio si lasciò andare alle lacrime. Da allora la nipote cominciò a migliorare. In poco tempo tornò a muoversi, e presto anche a camminare. Forse erano gli infusi della guaritrice, forse fu lo shock causato dal cane, fatto sta che la ragazza riprese anche a parlare, e non smise più. Era tornata a vivere. E il mastino? Vi chiederete dove laveva preso LAcuista era il cane di suo figlio, ma dopo la tragedia la nuora si era liberata sia della figlia che del cane.
La nuora lo aveva portato insieme alla ragazza, senza lasciare detto niente. Quando lasciò la casa di Nazzareno, questi andò a chiudere il cancello dietro di lei e trovò il cane lì, magrissimo, con gli occhi tristi e veri lacrimoni sul muso. Nazzareno neppure sapeva che suo figlio avesse un cane! Non ebbe cuore di lasciarlo fuori, lo portò dentro.
Il cane si rivelò subito fedele e protettivo; quella sera, per il caldo, era rimasto in cantina lì Nazzareno lo teneva nei giorni torridi e lo faceva uscire solo allimbrunire. Quella sera non aveva ancora aperto la porta. Se Acuista fosse stato libero, quei delinquenti non sarebbero mai riusciti ad entrare.
La nipote poi confessò al nonno che quando piangeva, sentiva la nostalgia del cane. Il nonno, abituato a tenerlo in giardino, non la lasciava nella stanza con lui, e la ragazza non riusciva a comunicare il suo desiderio.
Acuista, dopo aver cacciato i teppisti, tornò a casa e leccò con gioia la faccia della sua giovane padroncina. Anche lui aveva sofferto la sua mancanza. Così restammo in tre: io, la mia nipote Federica e Acuista. Della madre della ragazza non abbiamo più saputo nulla.
Questesperienza mi ha insegnato che, anche quando tutto sembra perduto, la vita offre ancora sorprese, e il vero affetto vale più di qualsiasi altra cosa si possa desiderare. Bisogna tenere duro, perseverare, e aprire il cuore perché la vera famiglia può nascere anche dalle circostanze più dolorose.



