Otto anni di nulla
Il telefono ha squillato alle sette e mezza del mattino, proprio mentre guardavo lacqua bollire sul fornello. Era una vecchia cucina a gas, con griglie di ghisa incrostate di un grasso estraneo che non riuscivo mai a togliere del tutto. Ogni mattina quel grasso mi ricordava che questa casa non era mia, che qui avevano vissuto altri, con i loro ragù, le loro abitudini, le loro vite.
Sul display compariva: Caterina.
Ho risposto.
Non hai ancora risposto al suo messaggio, ha esordito mia figlia, saltando i convenevoli.
Buongiorno, Caterina mia.
Mamma, sono seria. Mi ha scritto ieri sera. Dice che non lo prendi in considerazione.
Lacqua ha iniziato a bollire. Ho spento la fiamma e calato il sacchetto del tè nella pentola. Tè economico, in bustine, di quelli che vendono al supermercato in scatole da quaranta. Una volta bevevo solo quello in foglie, che Vito ordinava da una piccola drogheria a Brera.
Che dica quello che vuole, ho risposto, senza cambiare tono.
Mamma, ti rendi conto? Vivi in quel buco a Lambrate, magari pieno di scarafaggi, da sola, fra poco avrai sessantanni
Ne ho cinquantotto.
Ecco, quasi sessanta! Sei andata via da una persona normale, da una casa nel centro, dalla vita giusta. Per cosa?
Ho guardato fuori. Il cielo era grigio, di novembre, un platano spoglio, un pezzo della palazzina di fronte con intonaco giallo che si stava staccando. Da qualche parte là sotto è passato un tram. Le rotaie qui sono vecchissime, il tram faceva così tanto rumore che le prime due notti non dormivo.
Poi, ci ho fatto labitudine.
Caterina, sto facendo tardi al lavoro.
Non vuoi mai parlarne davvero!
Voglio, ma non ora e non così. Puoi venire sabato? Ti preparo una minestra.
In quel tuo antro io non ci vengo.
Antro. Anche Caterina ormai usava quella parola. Sicuramente laveva sentita da mia sorella Teresa.
Va bene, ho detto calma. Parleremo dopo.
Mamma
Ti voglio bene, Cate. Ciao.
Ho posato il telefono sul tavolo. Ho preso la pentola, travasato il tè nel bicchiere di vetro spesso che avevo trovato nel mobile della cucina, insieme a pentole che non avevo mai visto prima. Un bicchiere da osteria, di quelli che non vedevo da almeno trentanni. Ho bevuto un sorso: caldo, un po amarognolo, con un leggero retrogusto di carta.
Lho finito in piedi, fissando il platano fuori dal vetro.
Poi mi sono vestita ed ero già in strada.
***
Lingresso del palazzo sapeva di umido e gatti. Al terzo piano abitava un gatto che non avevo mai visto ma di cui sentivo i miagolii durante la notte. Niente ascensore. Quattro rampe fino a terra, passando davanti ai vecchi cassette della posta dalle porte divelte e a una slitta, lasciata lì forse dallultimo inverno.
Fuori cerano cinque gradi, non di più. Mi sono stretta nel cappotto avanzando verso la metropolitana. Lambrate non avevo ancora imparato a conoscerlo a fondo: mezzo anno e ancora confondevo certe stradine. Casoretto, Ortica, Città Studi. Diverso dal centro: più silenzio, vie larghe, alberi. La gente camminava veloce, senza guardarsi, come ovunque a Milano, ma qui mancava quellurgenza nevrotica che mi irritava tanto.
Sono passata al supermercato vicino casa: kefir e mezzo filone di pane. La cassiera, una ragazza con ombretto verde, non ha nemmeno alzato gli occhi. Ho contato gli spiccioli, infilato tutto nella borsa e sono uscita.
Nel metrò era caldo, rumoroso. Stretta al corrimano, pensavo al progetto. Ieri, con Domenico, abbiamo finito il primo rilievo; oggi avremmo dovuto occuparci della soletta del seminterrato, che sembra reggersi più per miracolo che per scienza ingegneristica.
Ledificio era una villa del tardo Settecento, vicino a Porta Romana: la casa principale più due ali e una rimessa per carrozze trasformata in magazzino mille volte. Proprietari cambiati, la Repubblica ne aveva fatto un deposito, poi niente, ventanni abbandonata. Ora ci sono i soldi, le persone giuste, e un gruppo di progetto. Io sono responsabile del restauro, Domenico segue la parte strutturale.
Un vero lavoro. Non come gli ultimi anni con Vito, quando facevo solo piccole ristrutturazioni per non restare ferma. Questo era vero, grande, con la storia dentro.
***
Domenico era già li quando sono arrivata. In mezzo al salone al piano terra, la solita giacca grigia, metro a nastro in mano, fissava il soffitto.
Buongiorno, ho detto entrando.
Guarda qua, invece di salutare, mi ha mostrato il punto dove lintonaco sera staccato, lasciando a nudo i mattoni. Ho capito perché qui il soffitto cede. La trave sopra è spezzata per tutta la lunghezza. Qui, più che restauro, serve quasi una ricostruzione.
Spezzata o solo separata per i cerchi annuali?
Vieni a vedere.
Siamo saliti al piano superiore, dove la scala scricchiava anche se da poco l’avevano puntellata. Mi tenevo al corrimano sentendo lodore di legno vecchio, secco e vagamente dolce, misto a polvere. Puzza di tempo andato. Dellesistenza di altri mescolata nei muri.
Quel profumo lho sempre amato.
Domenico mi ha indicato la trave. Mi sono accovacciata, ho acceso una piccola torcia e illuminato la fessura.
Non è separazione per gli anelli, ho detto. Vedi come va? Danno meccanico. Qui qualcosa di pesante era poggiato.
Probabile, magari una macchina.
O più di una. Era un deposito.
Domenico si è inginocchiato accanto a me. Guardavamo la trave, sentendo il vento nelle finestre sfondate.
Si cambia, ha detto.
Si cambia con la stessa tecnica. Ieri ho trovato nei documenti darchivio le specifiche del legno. Sarà stato pino locale, ma stagionato bene.
Trovarlo adesso
Conosco un fornitore in Piemonte, ci avevo lavorato per la basilica di San Barnaba. Li chiamo.
Domenico ha annuito. Si è rialzato, spolverandosi le ginocchia. Era alto, leggermente gobbo, con labitudine di ascoltare con la testa inclinata, come assorto. Sbagliato: ascoltava davvero, e con attenzione. In quattro mesi di lavoro insieme, mi ci ero abituata.
Vuoi un tè? Ho portato il termos.
Volentieri.
In corridoio ha tirato fuori due bicchieri di plastica e versato.
Stamattina ha esordito, poi si è interrotto e mi ha guardata.
Che cosa?
Non lo so. Sembri concentratissima oggi.
Ho sorriso.
Vuol dire che stamattina mi ha chiamato o mia figlia o mia sorella.
Non ha chiesto altro. Mi ha passato il bicchiere.
Non era come quello in bustina.
***
Con Teresa ci siamo viste domenica. È arrivata senza avvisare, ha suonato da sotto: “Apri, ho con me una torta.” Le ho aperto.
Teresa ha tre anni più di me, vive a Porta Venezia con il marito Giovanni, lavora da commercialista per una ditta edile: idee ferme, radicate, difficili da smuovere. Ha osservato casa, con l’espressione che le conosco da sempre: un misto di compassione e soddisfazione.
Dio mio, ha detto. Questo bagno sembra uno sgabuzzino.
È un bagno.
Le piastrelle sono rotte.
Teresa, la torta?
Certo. È andata in cucina, ha posato la torta sul tavolo, un altro sguardo in giro. Ma spiegami, dimmi tu: c’era una casa in centro, tre camere, parquet, soffitti alti. Uno per bene. Ti maltrattava?
No.
Ti tradiva?
Non lo so. Forse sì, e a quel punto non importava più.
E allora? Sei andata via. Sei impazzita?
Ho tirato fuori i piattini.
Teresa, lasciamo perdere.
Lasciare perdere cosa? Sono tua sorella! Parlargli o no? Caterina mi telefona in lacrime. Vito mi chiama per sapere se so qualcosa di te. Un bravuomo.
Lo è. Per qualcun’altra. Taglia la torta, va.
Sempre così tu. Taglia la torta. Non vuoi parlare.
Te lho spiegato. Più volte.
Non mi hai spiegato niente! Stavo male. Stiamo male tutti, pensi che con Giovanni sia tutto facile? Non scappo mica io!
Non è un appartamento condiviso. Sto qui da sola.
Sola! si è accesa Teresa. Hai cinquantotto anni, sei sola in questo buco, lavori per pochi euro, e dici che va tutto bene?
Ho guardato mia sorella. Stava lì, di fronte, morbida, grande, col solito maglione beige, con negli occhi una reale incomprensione. Impossibile arrabbiarsi.
Tesoro, ho mormorato. Senza di te non sopravvivrei, ha ribattuto lei.
Ho scrollato la testa: Sopravviverò, ma a modo mio.
Ma che dici?
Niente. Stavo scherzando. Ho tagliato la torta. Con cosa lhai fatta?
Verza. Mi fissava ancora. Lena, tutto ok? Vai almeno da una psicologa?
Vado.
E che dice?
Che sto facendo la scelta giusta.
Sì, sono pagate per questo.
Abbiamo bevuto il tè con la torta di verza. Mi ha raccontato dei mal di schiena di Giovanni, dei vicini che hanno preso un cane che abbaia tutto il giorno. Io ascoltavo. Fuori il cielo si faceva viola oltre il platano.
Prima di uscire si è fermata sulla porta.
Gli scriverai almeno, ha detto. Ci tiene.
Guarderò.
Ma sapevo che non lavrei fatto.
***
Con Vito abbiamo vissuto insieme otto anni. Non sposati: non voleva “firme inutili”, il che dice già tanto, anche se lho capito troppo tardi.
I primi due anni erano diversi. O almeno io lo credevo. Era attento, mi portava fuori, in trattoria, a teatro. Siamo andati a Firenze, a Praga. Mi diceva che ero intelligente, mi faceva i complimenti per il gusto. Poi è cambiato, a poco a poco, come una crepa che si allarga nellintonaco.
Iniziò con le banalità. Una sera, per la sua cena aziendale, mi ero messa un abito verde che adoravo. Mi guardò in ingresso e disse: “Sei sicura?” Solo quello. Mi cambia la serata. Mi sono rimessa il nero.
Poi vennero i commenti su come cucinavo, su come parlavo con i suoi amici, sul fatto che passavo troppo tempo sul lavoro per risultati così piccoli. Sempre con quel tono gentile, come a farmi un favore mettendomi davanti allovvio.
Lena, lo sai che il restauro è una strada per chi non ha ambizioni, no?
Le mie ambizioni ce le ho.
Ma dai. Sorriso bonario. Sei brava. Ma normale. Non è un difetto. Non tutti bisogna essere fenomeni.
Non trovavo mai niente da rispondere. Restavo in silenzio, in unaltra stanza a fissare il muro, cercando di capire perché quelle parole, dette con gentilezza, mi facevano così male.
Mai un urlo, mai uno schiaffo. Faceva altro: mi convinceva, giorno per giorno, pazientemente, che senza di lui ero niente. Il mio lavoro inutile, le amiche insignificanti, i miei gusti provinciali. Dovevo essergli grata.
Mentre cucinavo minestrone mi chiedevo se avevo salato bene. Quando chiamavo unamica pensavo se non lo facessi troppo spesso. Andando a una riunione, dubitavo di essere troppo sicura. Nella testa, sempre la sua voce.
Poi, quella sera.
Eravamo a cena da amici suoi, Sergio e Natalia, in un bellappartamento sui Navigli. Si parlava di nuovi complessi abitativi, io ho espresso un mio parere dicendo che il progetto del prospetto era povero, tipico esempio di sviluppatore che risparmia sullarchitetto. Detto tranquilla.
Vito mi ha guardato attraverso il tavolo, con quel sorrisetto.
Lena è una specialista, disse a Sergio. Ci sono però, sai, chi la pratica davvero e chi in teoria. Lena, più teorica. Da anni non fa niente di grosso.
Per un attimo in tavola calò il silenzio. Natalia mi guardò. Sergio prese un bicchiere.
Io ho sorriso.
Ho finito la cena. Bevuto il vino. Conversato. Tornata a casa. In macchina, lui raccontava gli affari di Sergio. Io guardavo la Milano notturna dal finestrino e avevo dentro un pensiero limpido: non ce la faccio più.
Non “lui è cattivo”, non “sono infelice”. Solo: basta, non posso più. Come un muro, davanti.
Sono andata via tre mesi dopo. Ho cercato casa, questa qui, in Lambrate. Due viaggi in macchina per spostare tutto. Vito era in trasferta. Ho lasciato le chiavi e un biglietto sul tavolo: “Scusa.”
Chissà perché. Non lo so nemmeno adesso.
***
Novembre a Lambrate ha qualcosa di suo. Il parco vicino: mi capita, la sera, di passarci invece di andare dritta a casa. Nessuna foglia, le stradine bagnate, silenzio e odore di corteccia umida, unaria che sembra quasi un bicchier dacqua fresca.
A casa era freddo. Il riscaldamento nei vecchi stabili andava a intermittenza, i radiatori arrugginiti scaldavano troppo o niente. Il rubinetto perdeva. Ho chiamato più volte il proprietario, lui prometteva un idraulico. Che non veniva mai.
Alla fine ho preso una guarnizione nuova al Brico e lho cambiata da sola: quaranta minuti, due unghie spezzate, parolaccia a denti stretti quando la chiave inglese è scivolata e mi sono fatta male al braccio. Poi, lacqua ha smesso di gocciolare.
Una soddisfazione buffa, ma sincera.
La sera lavoravo sul tavolo di cucina. Aprivo le mappe e i rilievi, accendevo la lampada verde che mi ero portata dietro, quella che Vito detestava (“rovina larredamento”) e che tenevo chiusa in ripostiglio in centro. Qui era in mostra.
Il lavoro con la villa procedeva, lento: prima rilievi, poi documenti darchivio, analisi dei danni, la strategia. Amavo questi ritmi lenti in cui non si poteva barare: il muro regge o no. La mattonella vive o è polvere. La storia cè o è inventata.
AllArchivio di Milano ho trovato diversi documenti: nellOttocento era della famiglia Bianchi, poi passata alla figlia, che ci aveva aperto una piccola scuola privata. Fine, rivoluzione, deposito. La figlia si chiamava Speranza. In una foto archiviata ho visto una donna sulla cinquantina, schiena dritta, lo sguardo di chi sembra sapere cose che il fotografo non sa.
Lho guardata a lungo.
Poi sono tornata alle piante e alle sezioni.
***
Un giorno Domenico mi ha chiesto come ero arrivata al restauro.
Eravamo in auto, prima di andare allarchivio, mentre lui scaldava il motore. Fuori cadeva la prima neve, incerta.
Negli anni Novanta facevo edilizia nuova, gli ho raccontato. Progettavo condomini, uffici. Si guadagnava bene, cera tanto lavoro. Poi, un giorno, per caso sono capitata a vedere il restauro di una chiesetta in Brianza. Da lì, ho capito.
Capito cosa?
Che volevo fare quello. Che era più importante.
È rimasto zitto.
È raro, ha detto dopo. Capire cosa è importante.
Vale anche per te?
Non subito: ci ho messo tempo. Poi ho cambiato strada.
Lho guardato. Fissava il vetro coperto di neve.
E poi?
Poi questo. Un cenno del capo verso la villa invisibile da lì E va bene così.
In macchina cera odore di pelle e un leggero aroma di caffè dalla sua tazza.
Siamo partiti per larchivio.
***
Vito si è presentato di mercoledì.
Non me lo aspettavo. Ha suonato alle otto di sera mentre consultavo delle planimetrie, mangiando yogurt greco dal barattolo. Il campanello era quello vecchio, trillante, lo stesso per tutti in palazzo.
Pensavo fosse il padrone di casa o un vicino.
Era Vito, nel suo cappotto di cashmere, piccolo mazzo di crisantemi. Non mi erano mai piaciuti. In otto anni non lo aveva capito.
Ciao, mi ha detto.
Sono rimasta zitta per tre secondi.
Come hai trovato lindirizzo?
Caterina.
Caterina, me lo sono annotata mentalmente per dopo.
Che vuoi? ho chiesto.
Parlare. Sorriso che conosco bene. Posso entrare?
Ho riflettuto un attimo. Mi sono scostata dalla porta.
Entrando, si è guardato un po attorno. Ho visto i suoi occhi posarsi sulla minuscola entrata, sulle pareti scrostate, sullattaccapanni storto, i miei stivali vicino alluscio.
Qui vivi, ha detto. Non domanda: affermazione.
Vivo.
Lena Ha allungato la mano. Ho tolto la mia. Nessuna offesa, solo si è cambiato bouquet di mano. Senti. Capisco che avevi bisogno di tempo. Sono passati sei mesi. Ti basta.
Basta cosa?
…Stare sola. Fare una pausa. Chiamala come ti pare. Si è spostato in cucina, ha osservato i disegni. Lavori ancora?
Lavoro.
Che progetto è?
Restauro villa tra Porta Romana e Brenta.
Bene, ha detto, con il tono condiscendente di sempre. Fa bene a te.
Fa bene anche agli altri. È del Settecento.
Appoggia i crisantemi sui disegni. Li sposto.
Lena, dice. Lo capisci cosa stai facendo? Vivi qui. Fa un gesto. In questo.
Lo so.
Vorrei che tornassi.
Lho fissato. Oggettivamente era un belluomo, sessantacinque anni, ma sembrava più giovane. Elegante. Il cappotto calzava perfetto.
Perché? ho domandato.
Perplesso. Questa domanda non se lera aspettata.
Cosa vuoi dire?
Vuoi che torni. Ma perché?
…Mi manchi.
Cosa, di me?
Lena, che ragionamento è?
Uno normale. Tu dici che ti manco. Io chiedo cosa, precisamente.
Mi ha fissato. Sguardo leggermente infastidito, coperto di pazienza.
Mi manchi, come persona. Otto anni insieme.
Me li ricordo.
E quindi basta? Te ne vai così?
No. Me ne sono andata in otto anni. Ma tu non lo hai visto.
Non capisco.
Lo so.
Spiegami.
Già spiegato. La voce era calma, persino per me una sorpresa. Sei mesi fa sarei scoppiata o avrei biascicato scuse. Ricordi quella cena da Sergio e Natalia?
Quale cena?
Dicesti che ero una teorica, che non lavoravo su nulla di grande. Davanti a loro.
Ci ha pensato.
Avrò scherzato. Non ricordo. Ma era una battuta.
Forse. Solo che era una battuta di tante. E io le ricordo tutte.
Sei troppo sensibile.
Può darsi.
Non volevo ferirti.
Ma mi sono sentita male lo stesso.
Per una sciocchezza.
Per otto anni di sciocchezze.
Tace. Poi di nuovo guarda intorno. Nota il bicchiere da osteria vicino ai fornelli. La vecchia lampada col paralume verde.
Stai bene qui? con leggero scetticismo. Davvero?
Ho pensato, non per lui, per me.
Dipende. A volte è dura. A volte sola. I termosifoni funzionano male. Ma qui sto meglio che di là.
Unillusione.
Forse. Ma è mia.
Afferra il cappotto dallo schienale. Mi guarda unultima volta: negli occhi qualcosa di vero, non da negoziatore.
Lena, non sono uno sconosciuto.
No, ho detto. Ma non sei più nemmeno casa. Vai, Vito.
Aspetta un attimo. Poi va nel corridoio. Si infila il bavero. Apre la porta.
Te ne pentirai, dice.
Non una minaccia. Più quasi rammarico.
Può darsi, rispondo.
La porta si chiude. Resto nel corridoio a fissare il rivestimento di finta pelle, lo spioncino. Ritorno in cucina. Metto i crisantemi in un vaso improvvisato un barattolo vuoto. Sempre meglio che buttarli.
Torno a immergermi nei progetti.
Fuori, un tram sferraglia. Ancora, poi ancora, poi calma.
Mi accorgo che non ci faccio più caso.
***
La presentazione della proposta era fissata per metà dicembre. Anticipo: il committente voleva capire cosa salvare, cosa rifare, cosa inserire di nuovo. Mi ero preparata bene. Domenico anche. La sera, ci sentivamo, discutevamo.
Una sera abbiamo litigato sulla soletta del seminterrato: quarantacinque minuti di discussione, poi ci siamo resi conto che avevamo ragione entrambi, da punti di vista diversi: io sullaspetto, lui sulla struttura.
Severa, mi fa lui, senza giudicare.
Sul lavoro.
E sul lavoro va bene.
Nientaltro. Eppure, mi sono sorpresa a sorridere spegnendo il telefono.
***
Tre giorni prima della presentazione mi ha chiamato Caterina. Di sera stavolta.
Mamma, voce diversa, non quella dei mesi scorsi. Posso venire?
Vieni.
Caterina è arrivata con una bottiglia di vino e laria di chi ha deciso qualcosa ma fatica a dirlo. Mi somigliava da giovane: zigomi, mani. Trentadue anni, designer, conviveva in zona Porta Genova.
In cucina, ho versato il vino nei bicchieri normali uno solo da vino buono, e riservato agli ospiti; lei ha detto che da bicchiere va bene uguale.
Ti ha chiamato dopo essere venuto? ha chiesto.
No. Ogni tanto manda messaggi.
Cosa scrive?
Cose varie. Non sempre rispondo.
Ha rigirato il bicchiere.
Gli ho dato io lindirizzo. Sei arrabbiata?
No.
Pensavo non so cosa pensavo. Che parlaste e
Abbiamo parlato. Niente. Se nè andato.
Silenzio. Poi, fissando il bicchiere:
Mamma, io in tutto questo tempo ero con lui. Capisci?
Sì.
Mi ripetevo che tu che dovevi tornare alla vita di sempre. Lui mi faceva pena, sembrava solo, perso.
Sa sembrare.
Sì. Mi guarda negli occhi. Lho capito da poco. Mi ha chiamata dopo essere stato qui. Ha detto che sei sempre stata un po fuori di testa. Che ti ha tollerata. Che in fondo ti ha fatto un favore, otto anni.
Ho annuito.
Sono parole sue.
Mamma. Per la prima volta come da anni non mi guardava così, senza quel velo di fastidio. Stavi male?
Tanto.
Perché non me lo hai detto?
Ci ho pensato.
Forse perché non sapevo come spiegarlo. Se non ti picchiano, non ti tradiscono, non ti cacciano, è difficile renderlo chiaro. Specialmente a una figlia che lo vedeva solo al meglio.
Caterina si è alzata, mi ha abbracciata di scatto. Sono rimasta un secondo immobile, poi ho ricambiato. La sua testa, calda, profumava di quel solito shampoo alla pera della sua adolescenza.
Non sei stupida, mi ha sussurrato. Zia Teresa sbaglia.
Ho riso piano.
Buono sapersi.
Abbiamo finito il vino. Lei osservava i rilievi, chiedeva della villa. Le ho mostrato la foto di Speranza Bianchi. “Le somigli,” mi ha detto. Ho riguardato la foto. Forse sì.
È andata via verso mezzanotte, promettendo di tornare sabato.
Ho lavato i bicchieri. Riposto i disegni. Sono rimasta un momento alla finestra.
Il tram ormai non passava più. Il cortile era silenzioso, la luce dei lampioni blu. Solo una finestra accesa in tutta la palazzina di fronte, con una figura che si muoveva.
Ho pensato che avrei dovuto chiamare Domenico per chiedere un dettaglio sulla soletta. Ma era tardi. Ne avremmo parlato domani.
***
La presentazione si è tenuta nella sala conferenze dello studio. Il committente serio, con uno stuolo di avvocati e un consulente sui beni culturali dalla domanda precisa, spesso scomoda. Ho risposto io. Domenico interveniva sulle strutture. Una volta hanno chiesto le tempistiche della sostituzione delle travi: ho risposto onestamente che, se il legno giusto arrivava in tempo, ce lavremmo fatta; altrimenti cera rischio di tre settimane di slittamento. Il consulente ha fatto una smorfia. Ho aggiunto: Preferisco dirlo ora, che dover spiegare il ritardo dopo.
Ha annuito. Quella frase, in qualche modo, lo convinceva più di tutto.
Poi eravamo in corridoio. Domenico con la cartella dei disegni.
Ci daranno lok, ha detto.
Lo penso anchio.
Mi ha guardata. La gente passava, nessuno faceva caso a noi.
Ti va di cenare? Qui vicino cè un posto decente. Per festeggiare.
Lho guardato.
Sì, ho risposto.
Siamo usciti nella Milano di dicembre, tra Porta Romana e Brenta, con le luci accese e la neve sui cornicioni. Domenico camminava accanto, la testa appena inclinata nel suo modo solito. Nessuna conversazione particolare. Del legno per le travi. Del consulente, pignolo ma capace. Del fatto che a dicembre fa già buio alle cinque.
Il locale era raccolto, luci basse, tavoli in legno. Abbiamo ordinato una portata calda e un calice di vino rosso. Parlato a lungo, anche daltro. Della città, di come cambia, di libri. E ho capito che non guardavo più lora.
Quando siamo usciti, mi ha sistemato il cappotto. Un gesto semplice. Non ci ho dato peso. O forse sì, ma non come una cosa urgente.
Sulla strada mi ha detto:
Sono contento che lavoriamo insieme.
Ho risposto:
Anchio.
Poi ognuno è andato verso la propria stazione della metropolitana.



