35 anni ho lavorato come presidente della commissione dinvalidità civile (la C.M.L.) in una grande città italiana. Ero inflessibile: negavo linvalidità a chi poteva, a mio giudizio, ancora lavorare. Ero orgogliosa di tutelare i soldi dello Stato. Ma quando lictus ha colpito mio marito e i miei stessi colleghi, senza una piega, gli hanno negato i pannoloni dicendo «Muove ancora una mano!», ho capito di essere stata per tutta la vita il cane da guardia di un sistema che odia la vecchiaia e la fragilità.
Nel nostro Paese ottenere linvalidità non è un diritto: bisogna conquistarsela e spesso solo dimostrando di essere quasi alla fine. E io ero proprio quel muro contro cui si rompevano i denti.
Mi chiamo Carmela Giannetti. Ho sessantotto anni. Fino allanno scorso ero presidente della commissione medica legale in un capoluogo di regione. Nel mio ufficio sono passate migliaia di persone: amputati, ciechi, malati oncologici, diabetici.
Avevo la fama della signora di ferro. Conoscevo tutte le scappatoie, sapevo riconoscere i simulatori. Capivo subito chi voleva ottenere la pensione solo per le agevolazioni sulle bollette o unintegrazione alla pensione.
Il mio compito, sempre sottinteso ma mai detto ad alta voce, era chiaro: risparmiare fondi pubblici. Meno invalidi, più premi ai vertici della commissione.
Revocavo il 100% dinvalidità anche a chi aveva perso le dita di una mano. Guardavo negli occhi e dicevo:
Ha ancora una mano. Può fare la portinaia. Può rispondere al telefono. Lo Stato non deve mantenerla. Le togliamo la seconda e le lasciamo la terza categoria, quella lavorativa. Il prossimo!
Nego alle madri di bambini con paralisi cerebrale le carrozzine migliori, prescrivevo solo le economiche italiane, anche se i bimbi piangevano dal dolore. Dicevo:
Sono le linee guida del ministero. I prodotti italiani non sono peggiori. Bisogna avere pazienza.
La coscienza era sempre serena. Mi consideravo una servitrice dello Stato, lo scudo contro i parassiti. Avevo un ottimo stipendio, la stima dei superiori, lauto di servizio, una casa accogliente.
Fino al giorno in cui la disgrazia non ha bussato alla mia porta.
È successo tutto allimprovviso.
Mio marito, Antonio, aveva sessantanove anni. Forte, allegro, una vita da ingegnere in fabbrica. Sognavamo la pensione, una casa di campagna, i nipotini da coccolare.
È finito tutto in un istante, una mattina di luglio, nella casa in montagna. Un ictus ischemico devastante.
Quando sono corsa in rianimazione, il medico abbassò lo sguardo.
Carmela, tu capisci Paralisato a destra. Nessun riflesso nella deglutizione. Non parla più. Sopravviverà, ma rimarrà disabile gravissimo.
Dopo un mese lho riportato a casa. Il mio Antonio, forte e orgoglioso, era ridotto a un bambino inerme nel corpo di un uomo adulto. Steso sul letto, lo sguardo fisso al soffitto con un solo occhio vivo, la saliva che gli colava dallangolo della bocca.
È iniziato linferno, quello che conosce ogni donna che assiste un malato allettato. Girarlo ogni due ore per le piaghe. Cambiare i pannoloni. Nutrilo col brodo passato nella siringa. In due mesi ho perso dieci chili, distrutto la schiena, dimenticato cosa sia dormire più di tre ore.
I soldi non bastavano mai. La pensione dAntonio finiva per pagare la badante quando dovevo lavorare, e i farmaci. Avevamo bisogno della prima categoria di invalidità. E del piano individuale di assistenza (il PAI), per ottenere dallo Stato pannoloni, materasso antidecubito e letto ortopedico.
Ho preparato tutti i documenti e sono andata alla commissione. La MIA commissione. Solo che stavolta ero io dalla parte sbagliata del tavolo.
La commissione la presiedeva la mia ex vice, Francesca. Una donna che avevo insegnato io stessa a essere dura.
Ho portato Antonio con la vecchia carrozzella presa in prestito. Francesca ci ha guardato da sopra gli occhiali. Nessuna compassione: aveva quello sguardo freddo calcolatore che avevo avuto io per trentacinque anni.
Si è avvicinata ad Antonio e gli ha chiesto di sollevare la mano sinistra. Con fatica, tremando, lha alzata.
Carmela, ha detto allegra. Vedi? Segnali di miglioramento. La sinistra funziona. I riflessi ci sono.
Francesca, si fa la pipì addosso, non parla, che miglioramento? Abbiamo bisogno della prima categoria, del materasso: ha già le piaghe!
Francesca ha alzato le spalle, un sorriso di finta comprensione. Proprio come facevo io.
Tu conosci il regolamento, Carmela. La prima categoria si concede solo con perdita totale delle autonomie. Ma Antonio con la sinistra la cucchiaio lo porta alla bocca. Quindi autonomia parziale cè. Gli diamo la seconda.
E i pannoloni? mi tremava la voce. Ci servono cinque al giorno! Con la nostra pensione non riesco a comprarli!
Il Ministero ne passa tre al giorno per la seconda categoria. E il materasso non spetta ancora. Bisognava girarlo più spesso. Il budget, Carmela, non è infinito. Me lo hai insegnato tu. Il prossimo!
Il boomerang.
Ho portato mio marito fuori, nel corridoio.
Decine di persone attendevano. Anziani col bastone. Donne senza capelli, dopo la chemio. Mamme con bambini sulle carrozzelle. Sedevano ore in quellatrio soffocante, aspettando di provare a quelle signore in camice che soffrivano. Che volevano vivere.
Li ho guardati. E improvvisamente ricordavo ognuno di loro.
Lanziano senza una gamba dopo lAfghanistan, a cui negai una buona protesi tedesca «perché tanto siete già vecchio, una italiana basta per camminare in casa». Pianse nel mio ufficio.
La donna con il tumore al seno, quarta stadio, a cui concessi soltanto la seconda categoria: «può cucire a casa, il tumore oggi si cura». Morì due mesi dopo.
Ho capito che tutti quegli anni non stavo risparmiando soldi pubblici. Stavo togliendo agli anziani la dignità. Ero solo un ingranaggio in una macchina crudele che fa sentire i malati colpevoli di essere malati.
E ora quella macchina divorava me.
Mi sono inginocchiata davanti alla carrozzella di Antonio. Mio marito, il mio forte e bellAntonio, che una volta mi sollevava con facilità, era lì, con la bava sulle labbra. Non riusciva a parlare, ma un occhio vivo mi scrutava. Una lacrima amara scivolava silenziosa. Aveva capito tutto: che lo Stato laveva scartato. Che quarantanni di tasse non valevano neanche un pannolone.
Perdonami, Antonio ho mormorato singhiozzando, col viso sulle sue ginocchia, in quel corridoio tremendo. Perdonatemi tutti. Signore, perdonami.
Pentimento.
Il giorno dopo ho firmato le dimissioni. Ho rinunciato alla pensione da funzionaria e me ne sono andata facendo rumore.
Ho venduto lauto di famiglia per comprare ad Antonio un letto decente e un materasso tedesco. I pannoloni li compro io.
E ho fatto di più.
Ora lavoro gratis. Sono diventata unavvocata civica per i disabili.
Ogni giorno accompagno anziani malati davanti a quelle commissioni maledette. Conosco regole, trucchi, ogni circolare ministeriale che cercano di nascondere.
Quando una nuova lady di ferro nega i pannoloni a una nonna colpita da ictus, metto sul tavolo gli estratti di legge e minaccio la Procura. Riesco a ottenere carrozzine, farmaci, vacanze per i malati. Combatto il sistema con le sue stesse armi.
Antonio non si è mai più rialzato. I medici dicono che gli resta poco.
Ma ogni volta che riesco a strappare una prima categoria per un nonno paralizzato, torno a casa, mi siedo accanto al letto di mio marito, stringo la sua mano calda e inerte e gli dico:
Oggi ne abbiamo salvato ancora uno, Antonio.
E mi sembra che sorrida.
Viviamo in un mondo crudele, dove vecchiaia e debolezza sono vissute come una colpa. Ma un giorno, prima o poi, il destino toccherà anche noi. Nessun incarico o conoscenza ti salva da un ictus o dal cancro.
E se oggi neghi la pietà a chi soffre, domani non meravigliarti se il sistema passerà sopra di te senza vedere.
E tu, hai mai incontrato la crudeltà della burocrazia quando hai dovuto chiedere linvalidità? Cosa pensi che renda così ciniche certe persone con un po di potere? O davvero è il sistema a plasmarle così?




