Quando, con la mamma, tornavamo a casa dal mercato, l’ho notato per la prima volta.

15 aprile

Oggi ho incontrato un cane sul marciapiede della fermata dellautobus, proprio come fa quel che resta dei cani stanchi o randagi, ma era seduto lì come fosse un uomo: calmo, sicuro, vigile. Con la luce fioca della neve gli occhi scrutavano la strada; a tratti alzava la testa, osservava i passanti come se cercasse qualcuno. Non abbaiava, non correva, non si avvicinava a nessuno solo aspettava. Era quasi umano.

Mamma, guarda! ho afferrato il suo cappotto. Un cucciolo!

Era piccolo, scheletrico, con le orecchie troppo grandi, un po goffo come un adolescente che non ha ancora imparato a controllare le proprie membra. Ma ciò che mi ha colpito sono stati gli occhi: stanchi, ma non spenti, con una profondità che le parole non riescono a descrivere, ma che si sente subito.

Mamma ha lanciato unocchiata veloce, poi ha sospirato, stanca:

Non toccarlo. Probabilmente è pieno di pulci, non è nemmeno vaccinato. Non lo possiamo portare sullautobus. Se noi andiamo via, lui se ne andrà da solo.

Il bus è arrivato, poi ne è arrivato un altro, e lui era ancora lì, spostando un zampa sullaltra, guardandosi intorno senza muoversi. Sembrava aspettare, come se volesse scegliere qualcuno fra i passanti. Quando mi ha guardato, ho quasi sentito un Sei venuta per me, vero?

Mamma, per favore non sapevo ancora chiedere da adulta. Gli occhi pieni di lacrime, il cuore che si stringeva. Ha freddo

Mamma si è morsa il labbro, ha alzato lo sguardo al grigio cielo, poi di nuovo verso il cucciolo. Ha soffiato lentamente:

Se nessuno lo prende entro sera, lo riportiamo a casa. Ma ricorda, è responsabilità tua. Se papà si arrabbia, dovrai spiegarglielo da sola.

Ho annuito, come se con quel gesto la sua vita dipendesse. Sono corsa di nuovo alla fermata, mi sono tolta la sciarpa, lho avvolta intorno a lui come una coperta. Non ha protestato, ha solo soffiato piano, quasi da bambino, e ha annusato il mio cappotto.

A casa ho mangiato in silenzio, in fretta, quasi con una fame disperata. Non per gioia, ma per disperazione. Ogni briciola, ogni boccone sembrava lultima speranza.

Poi mi sono accoccolata sul vecchio cappotto e mi sono addormentata, come se finalmente potessi smettere di lottare, di fuggire, di sperare. Solo… dormire.

Come lo chiameremo? ha chiesto mamma mentre rimetteva a posto il piatto vuoto.

Ho riflettuto e, allimprovviso, mi è venuto in mente:

Oggi è il 12 aprile.

E?

Galileo ho risposto.

Mamma ha alzato un sopracciglio sorpreso:

In onore dello spazio?

In onore del primo. È il mio primo eroe. E davvero un eroe.

Mamma ha sorriso, ma il nome è rimasto. Galileo è rimasto Galileo.

Allinizio non è stato facile. Il gatto è sbucato dalla porta e si è accoccolato sul comodino. La nonna ha subito proclamato che la casa ora odorava di cane. Papà, che in quel momento era in servizio, ha telefonato lamentandosi di allergie, accusandoci tutti di impazzire. Ho ascoltato, ho annuito e non ho mollato.

Galileo si è comportato quasi alla perfezione. Quasi non ha abbaiato, non ha chiesto attenzioni, non ha rosicchiato le scarpe. Era semplicemente lì, accanto a me, costante, tranquillo, come se bastasse sapere che ci siamo luno per laltra.

È cresciuto. Le orecchie si sono fatte più grandi, le zampe si sono allungate, il corpo è diventato più robusto, ma rimaneva dolce. Quando tornavo a casa da scuola, mi aspettava sempre alla porta: non saltava, non correva, ma mi guardava negli occhi, chiedendo Come è andata la tua giornata?. Sentiva il mio umore. Quando ero malata, si sdraiava accanto a me senza muoversi. Quando piangevo per i problemi, mi portava la sua pallina, quasi a dire Gioca con me, non piangere. Se litigavo con qualcuno, si posava sul mio grembo e poggiava la testa, semplicemente presente.

Linverno è stato vero inverno, con bufere di neve, gelate dure, il fiume dietro la scuola coperto da una spessa coltre di ghiaccio. Tutti scivolavano sul ghiaccio: bambini, adulti. Con Galileo quasi ogni giorno andavamo lì. Lanciavo palline di neve, lui le prendeva, correva, scivolava sul ghiaccio. Era meraviglioso.

Un giorno sono rimasta sola. La mia amica è rimasta a letto con la febbre, Mamma è tornata tardi dal lavoro. La neve cadeva a grandi fiocchi, tutto intorno era silenzio bianco. Solo i miei passi scricchiolavano sul ghiaccio.

Galileo correva davanti a me, zigzagando tra i cespugli. Mi sono avvicinata al fiume. Il ghiaccio era liscio, lucido, leggermente screpolato ma sembrava solido.

Ho messo un piede. Poi un altro. E scricchiolio.

Non ho avuto tempo nemmeno per un grido.

Il ghiaccio si è frantumato sotto di me. Lacqua è stata una cascata gelida, il freddo ha trafitto il petto. Panico. Le mani sono scivolate, non potevo aggrapparmi a nulla. Il ghiaccio crollava. Dentro di me urlava tutto, non sapevo cosa fare, dove uscire.

E improvvisamente un tiro.

Mi hanno afferrato per il cappotto.

Ho girato la testa di lato. Galileo.

Con i denti, si è aggrappato al bordo della giacca, tirando con tutta la forza che aveva. È scivolato anchesso, ma non mi ha lasciata. Ha tirato, ha strappato, ha guaìto, ma non ha ceduto.

Non ricordo come siamo usciti. Vedo solo il ghiaccio sotto di me, i gomiti sanguinanti, il corpo tremante, e lui al mio fianco, bagnato, tremante, avvolgendomi con il suo intero corpo.

Si è sdraiato su di me, come a temere di perdermi di nuovo.

Poi sono arrivati i soccorsi, Mamma, i medici. Mi hanno portato in ospedale, lui dal veterinario. Io ho una lieve ipotermia. Lui ha infiammazioni, ferite, spossatezza.

Ci hanno salvati entrambi.

Una settimana dopo sono tornata a casa. Galileo mi ha accolto nella porta. È venuto silenzioso, ha premuto il naso contro il mio ventre e si è accoccolato accanto a me. Nessuna parola. Tutto è chiaro.

Da allora non è più solo un cane. È il mio universo. Il mio Galileo.

È passato un anno. Ci siamo trasferiti. Nuovo appartamento, nuova porta con un cartello: Attenzione, eroe dentro.

Non torniamo più al fiume, né dinverno né destate. Quando partiamo, lui è lì, mi guarda negli occhi, non con rabbia ma con decisione.

A volte si siede sul balcone a guardare il cielo, a lungo, come se cercasse qualcosa.

Di nuovo a contare le stelle, Galileo? rido.

Non risponde. Appoggia la testa sul mio ginocchio.

E fa caldo.

Molto.

Per sempre.

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Quando, con la mamma, tornavamo a casa dal mercato, l’ho notato per la prima volta.