Questo è il figlio di Igor…

È il figlio di Igor

Questa storia surreale accadde di recente, come in un sogno strano, tra le mura di un elegante appartamento al quarto piano di una palazzina giallognola nella periferia di Torino, nel quartiere Crocetta, dove si era appena trasferita una donna sola, una pensionata laboriosa dai capelli cenere, di nome Ornella.

La sua vita, al principio, era piatta come la brughiera piemontese in autunno: pensione, qualche turno in una clinica privata a rispondere alle telefonate, qualche chiacchiera al telefono con le amiche, le visite ai nipotini ogni tanto a Milano e linevitabile dovere di portare la spesa a sua madre anziana, che abitava ancora più in alto, al quinto piano senza ascensore. Sempre lo stesso rituale: il borsone in una mano, i sospiri sulle scale, le litanie della madre.

Anche quel giorno si alzò come sempre, con il caffè che sbuffava nella moka e la nebbia che pigramente si stendeva sulle vie. Telefonò a sua madre allalba, domandando del mal di schiena, dello stomaco, della pressione, ascoltando rassegnata lelenco dei dolori e dei rimedi raccomandati da tutte le comari del palazzo e dalle trasmissioni pomeridiane di RaiUno. Cinquantanni da infermiera di sala operatoria, eppure, come diceva sua madre, Tu che ne sai? Dottor House è più bravo!.

Perfino la spesa non le pesava, ma quasi le veniva il magone al pensiero di salire le infinite scale con il pane di segale richiesto ogni giorno e il burro fresco. Ornella indossò un paio di pantaloni bianchi e, cercando una pennellata di rossetto davanti allo specchio, pensava Ricorda di buttare limmondizia!. Quando la campanella del citofono suonò, le sembrò un suono ovattato, quasi irreale.

Senza pensare, con la matita per le labbra ancora in mano, aprì la porta. Davanti le comparve una giovane con lunghi capelli castani raccolti in una coda, maglietta a righe, felponcino scuro tirato sulle maniche e dei jeans con qualche toppa colorata. Aveva unaria nervosa, gli occhi abbassati, le gote pallide. Nello strano sogno che seguì, Ornella notò solo il fagotto tra le sue braccia.

È per voi! disse la ragazza, lasciando tra le mani di Ornella un pacco pesante, caldo.

Ornella guardò il fagotto, lo appoggiò distinto sulla spalla, ancora convinta di sognare. La ragazza scese le scale veloce, lasciando dietro di sé uneco. È il figlio di Igor, io devo studiare rincasò le parole, il portone rimbombò e si richiuse.

Rimasta sola, Ornella fece due passi, si fermò alla finestra chiedendosi se qualcuno sarebbe tornato, unaltra volta nella stessa sequenza, come fossero scene che si rincorrono in sogno. Per terra, vicino allimmondizia, si trovava anche un sacchetto sconosciuto che la ragazza aveva mollato lì, silenziosamente. Dentro: biberon, pannolini, omogeneizzati e tutine minuscole.

Le venne la sensazione, straniante, che il tempo fosse sospeso, come in una domenica senza rumore. Sedette sul divano con il pacco in braccio e pian piano, liberandoselo sul grembo, scoprì una neonata in tutina di cotone chiara, il ciuccio a forma di ranocchia, poco più di un mese di vita.

Oh, piccolina sussurrò, carezzando la guancia morbida.

Le mani seguirono gesti antichi, cambiò il pannolino, riordinò con calma la copertina, preparò una ciucciatina di latte in polvere. Il pensiero correva: Igor? Conosco qualche Igor?. Non aveva figli chiamati così: il suo unico figlio si chiamava Leone, un tecnico trasferitosi a Milano con moglie e figli, dopo la morte del padre, Vittorio.

Forse qualcuno aveva sbagliato palazzo, forse tutto era solo una strana concatenazione di logica onirica.

Nel sogno, la casa continuava a scorrere: la chiamata della madre che chiedeva pere mature non quelle dellaltro giorno! , e Ornella che rassicurava, cercando di non far sentire il vagito della bimba, inventando che era la televisione.

Istintivamente pensava a suo figlio: E se Leone nascondesse un segreto? Forse in qualche viaggio di lavoro. Sospiri, scenari che si affacciavano e svanivano come nuvole. Ma nel frattempo, la bimba aveva fame, e Ornella le preparava un biberon, sempre più immersa in questa realtà dolce e sospesa.

Tentò di chiamare Leone, nessun segnale. Parlò con la nuora Silvia per chiedere che lo facesse richiamare: Soltanto una telefonata, mi raccomando!

Rassettò la casa, sedette accanto alla bimba e senza quasi accorgersene, iniziò a sentire una strana serenità. Le pareti del sogno sembravano scaldate da quella presenza.

Poi, il suo pensiero si accese: forse doveva chiamare la polizia, forse stava facendo una cosa sbagliata. Aveva timore per il figlio, e anche una curiosità dolorosa verso quella ragazza. Alla fine decise di sentire la sua amica storica, Vittoria.

Vitto, ho bisogno daiuto, qui mhanno mollato una neonata in braccio

Vittoria non si scompose, promise di indagare. Prese informazioni dai vicini, andò su e giù per le scale come una detective pasticciona in una commedia italiana.

Tornarono a casa con una scoperta: nellandrone abitava davvero un Igor informatico, blogger, barba, scapolo, viveva con la nonna ma alla domanda su una figlia, aveva sbarrato gli occhi, negando tutto. Sicuro non è tuo? E se ti hanno confuso con un altro? insistette la pragmatica Vittoria, mentre Ornella scuoteva la testa, sempre più immersa nella sua surreale veglia.

Nel frattempo, la neo-mamma non tornava. Nessun trillo al citofono. Coccolare la neonata diventava il fulcro di quella giornata, alternando pensieri di panico a dolci carezze, cullata da quella piccola presenza sconosciuta e tenera.

La sera, finalmente, la chiamata di Leone rispose al dilemma: Ma sei impazzita? Che Igor, io sono Leone! Mamma, chiama la polizia ti prego, o vengo a Torino di corsa!

Ma Ornella si sentiva ancorata, come se la bimba fosse tuttuno con quella stranezza di destino. Si concesse ancora una notte, la pancia piena di sogni confusi, i passetti delle ombre che parevano ballare sui muri, la bimba che le dormiva accanto come un gattino smarrito.

Al mattino, poco dopo il primo sole, il citofono prese a squillare insistente.

Dovè? Dovè la bambina? Che ne avete fatto? sul pianerottolo, vestita alla rinfusa, gli occhi spalancati e impauriti, stava la giovane mamma che il giorno prima aveva lasciato il fagotto. Spalancava lo sguardo, sudata, i capelli scomposti, le mani strette sulla borsa come a chiedere scusa.

Ornella la fece entrare, indicando il salotto dove la bimba dormiva ancora. Bastò un attimo: la ragazza si lasciò andare sul tappeto ai piedi della culla improvvisata, e pianse, pianse senza fine. Ornella la aiutò a bere dellacqua, la fece sedere e finalmente la ragazza raccontò la sua storia.

Si chiamava Giuditta, la bimba si chiamava Livia. Giuditta aveva lasciato il suo paesino in provincia di Cuneo per studiare infermieristica come Ornella, quarantanni prima ma la vita era un dedalo di scale irregolari. Aveva incontrato Igor, promesse di matrimonio, telefonate notturne, una gravidanza inattesa, labbandono, il conto in banca quasi vuoto come una domenica di agosto a Torino. Il padre laveva scacciata, la matrigna poco comprensiva. Igor, sparito, nessuna risposta alle sue mail. Era rimasta nella stanza duna compagna, poi anche quella aveva chiuso la porta.

Nel sogno di Giuditta, lunica via era consegnare Livia alla madre di Igor confondendo, nella mente stanca e febbrile, la palazzina. Così la figlia era finita da Ornella, coinvolta in un balletto assurdo di incontri e scale.

Alla fine, strinsero un patto silenzioso. Ornella le offrì ospitalità: Resta qui almeno un mese. Cerca di rimetterti in piedi, prepara gli esami. Lo so che la strada sarà lunga, ma qui non ti manca nulla.

Giuditta accettò, commossa e ancora tremante. Tra tazze di tisana e la voce premurosa di Ornella, il tempo prese a curvare dolcemente: la bimba dormiva serena, la ragazza riprendeva le forze, la vita in quel surreale appartamento torinese si posava come polvere dorata su ogni gesto.

E così, nei mesi seguenti, Giuditta superò gli esami con buoni voti e la madre di Ornella, che allinizio brontolava, iniziò a fidarsi dei suoi consigli freschi di studio. Ogni tanto Vittoria passava per un caffè, e ridevano raccontando lequivoco con Igor.

In autunno, Giuditta trovò lavoro come sostituta in una clinica e si trasferì non lontano, sempre nella palazzina, due piani più su per occuparsi della nonna di Igor, che aveva tanto bisogno di una mano giovane per le punture e una parola gentile. Anche Ornella imparò che a volte le cose più strane, nella vita, accadono proprio quando decidiamo di non seguire la logica, ma il cuore.

E Torino continuò il suo lento risveglio tra i sogni e la realtà, mentre nella piccola casa al quarto piano il tempo si fece meno grigio, più lieve, e ancora più caro da ricordare.

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